giovedì 27 ottobre 2016

Possiamo rinunciare alla sperimentazione animale?



Perché è così difficile parlare degli animali? Una delle ragioni potrebbe essere la nostra tendenza a conferire caratteristiche umane a cani, gatti, canarini – lo facciamo perfino con gli oggetti inanimati, figuriamoci con gli animali domestici. E così, nei titoli dei giornali, il cane “piange” sulla tomba del padrone e il canguro “si dispera” per la morte della cangura. A volte ci si mettono le ossessioni di alcuni padroni che vestono i propri cani come personaggi di Walt Disney. Il cane di casa, cui “manca solo la parola”, è sempre più spesso trattato come un figlio. Si festeggiano i compleanni e si preparano torte di compleanno. Non possono mancare i social network: Dogalize consiglia i migliori ristoranti per cani, BePuppy ti invita “a condividere la vita del tuo migliore amico a quattro zampe”. 

La discussione è complessa ma alcune domande possiamo porcele. Stiamo davvero facendo il bene degli animali trattandoli come umani? La scorsa primavera un piccolo di bisonte è stato “salvato” da due umani a passeggio nel parco di Yellowstone che temevano soffrisse fame e freddo. Il bisonte è stato sottoposto a eutanasia dai biologi del parco dopo diversi tentativi di riunirlo al gregge, falliti proprio a causa del contatto con esseri umani. Una storia finita male, come molte altre storie simili. C’è l’aragosta Larry o l’ippopotamo Aisha, lo struzzo “liberato” dal Kaiser Circus o gli animali nati e vissuti negli stabulari che mal si adattano alla vita fuori da quell’ambiente protetto.

Il Tascabile, 27 ottobre 2016.