lunedì 16 maggio 2016

L’utero artificiale renderà le donne più libere



L’utero artificiale è quasi sempre protagonista di visioni distopiche o scenari apocalittici. Da Aldous Huxley a Matrix, è descritto come un mezzo per alimentare soprusi e sospetto verso la tecnologia.

E se invece rappresentasse uno strumento di uguaglianza?

È da questa domanda che parte Evie Kendal in Equal opportunity and the case for state sponsored ectogenesis. Da una prospettiva femminista e liberale (sottolineo liberale in un momento in cui una parte di femminismo sembra essersi impantanata in un moralismo e in un paternalismo feroci), Kendal indaga come la gestazione e il parto impongano alle donne un peso fisico, sociale e finanziario. La disparità nella distribuzione dei rischi associati alla riproduzione è tutta a svantaggio delle donne. E non solo per i rischi di salute, ma pure per le implicazioni sociali e lavorative.

L’utero artificiale, un progetto lontano dall’essere ancora realizzabile, potrebbe consentire quell’uguaglianza che la biologia – e non solo, ovviamente – ostacola. “Nel futuro le donne potrebbero avere la possibilità di essere liberate da questi vincoli quando desiderano una famiglia”.

I rischi per la salute possono essere anche gravi. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità almeno il 15 per cento delle donne incinte affronta una qualche condizione potenzialmente mortale. Anche in paesi come l’Australia, in cui la mortalità materna è molto bassa, muoiono sette donne su centomila nati vivi. Ovviamente le morti e le complicazioni si moltiplicano in luoghi tecnologicamente meno avanzati, e per le donne che soffrono di patologie come diabete, ipertensione, sindromi autoimmuni o altre patologie croniche.

Kendal ricorda una delle morti più recenti, quella di Kimberlie Shephard, 26 anni, per una rara condizione impossibile da prevedere.

Le morti in Italia sono quattro ogni centomila nati vivi e con una forte differenza regionale secondo il Rapporto globale sulla mortalità materna.

Internazionale, 16 maggio 2016.