venerdì 26 febbraio 2016

L’aborto è un servizio medico ma è trattato come un problema morale


Chiunque cagiona l’interruzione volontaria della gravidanza senza l’osservanza delle modalità indicate negli articoli 5 o 8, è punito con la reclusione sino a tre anni. La donna è punita con la multa fino a lire centomila. Se l’interruzione volontaria della gravidanza avviene senza l’accertamento medico dei casi previsti dalle lettere a) e b) dell’articolo 6 o comunque senza l’osservanza delle modalità previste dall’articolo 7, chi la cagiona è punito con la reclusione da uno a quattro anni. La donna è punita con la reclusione sino a sei mesi. Quando l’interruzione volontaria della gravidanza avviene su donna minore degli anni diciotto, o interdetta, fuori dei casi o senza l’osservanza delle modalità previste dagli articoli 12 e 13, chi la cagiona è punito con le pene rispettivamente previste dai commi precedenti aumentate fino alla metà. La donna non è punibile. Se dai fatti previsti dai commi precedenti deriva la morte della donna, si applica la reclusione da tre a sette anni; se ne deriva una lesione personale gravissima si applica la reclusione da due a cinque anni; se la lesione personale è grave questa ultima pena è diminuita. Le pene stabilite dal comma precedente sono aumentate se la morte o la lesione della donna derivano dai fatti previsti dal quinto comma.
È l’articolo 19 della legge 194 sull’interruzione volontaria della gravidanza.

Il decreto legislativo dello scorso gennaio prevede che “La sanzione amministrativa pecuniaria, di cui al primo comma, è così determinata: a) da euro 5.000 a euro 10.000 per i reati puniti con la multa o l’ammenda non superiore nel massimo a euro 5.000”.

Usando il calcolatore delle rivalutazioni monetarie dell’Istat, centomila lire del 1978 equivalgono a poco più di 345 euro. Se per qualche motivo ci sembrasse un calcolo per difetto, potremmo raddoppiare e ci ritroveremmo comunque molto lontani dal minimo previsto dal recente decreto.

Non sono mancate le proteste, che giustamente hanno sottolineato quanto la legge 194 sia maltrattata e spesso ignorata. E che prevedere una sanzione così cara per le donne che ricorrono all’aborto in modo illegale sembra essere più una punizione che una giusta sanzione. Sembra superfluo ricordare che, verosimilmente, a ricorrere a mezzi illegali e clandestini sono in genere le donne più fragili e meno protette.

L’inasprimento della sanzione renderebbe poi le donne che hanno fatto ricorso a un aborto illegale ancora meno inclini a rivolgersi a un medico in caso di complicazioni. È quello che è già successo e succede negli Stati Uniti con le assurde criminalizzazioni dei comportamenti tenuti durante la gravidanza e dell’attribuzione di personalità giuridica al feto. Le donne in difficoltà, con qualche dipendenza o con altri comportamenti giudicati a rischio evitano di cercare aiuto, se non quando magari è troppo tardi. Il rischio di finire in galera per “spaccio di sostanze stupefacenti” (nel caso di donne che fanno uso di droghe o alcol) o per maltrattamenti di minore (il feto) non costituisce di certo un incentivo né verso comportamenti meno a rischio né verso la richiesta di aiuto.

Gli ostacoli all’applicazione della legge

Uno dei problemi più grossi per la corretta applicazione del servizio di interruzione volontari di gravidanza (ivg) è, naturalmente, il ricorso massiccio all’obiezione di coscienza.

Come abbiamo detto già molte volte, la media nazionale è oltre il 70 per cento e in alcune regioni arriva al 90 per cento. Alcune strutture non hanno proprio il reparto e nelle città più piccole è sempre più frequente che sia necessario andare altrove perché l’ultimo non obiettore è andato in pensione, è in vacanza oppure è morto.

Ma non c’è solo l’obiezione di coscienza. Ci sono tanti ostacoli alla corretta applicazione di quello che, ricordiamo, è un servizio medico ma che è spesso considerato quasi solo un problema morale. Oppresso dallo stigma e dalla retorica del dolore eterno e necessario.

Internazionale, 26 febbraio 2016.

mercoledì 3 febbraio 2016

La strana alleanza contro la maternità surrogata



È più raro e impopolare, rispetto a qualche anno fa, condannare le unioni civili. Sebbene permangano proteste particolarmente arretrate, la furia si è spostata sulla maternità surrogata. “Gli adulti va bene, ma i figli?”. Schiavitù, sfruttamento, mercificazione, sacralità della madre sono i termini che ricorrono in un dibattito sbilenco e caratterizzato da argomenti emotivi e irrazionali.

La maternità surrogata ha compiuto anche una specie di miracolo: ha messo d’accordo ultraconservatori, prolife, entusiasti o ignari partecipanti al Family day e femministe di tutto il mondo (o almeno alcune di loro). Ieri il comunicato dell’associazione ProVita, “Elisa Gomez: il dramma di una madre surrogata”, e il convegno internazionale per il divieto universale della surrogata, organizzato da alcune associazioni lesbiche e femministe presso l’assemblea nazionale di Parigi, sembravano provenire dallo stesso schieramento. Mano nella mano. Contrari alla surrogata di tutti i paesi, unitevi!

Il comunicato di ProVita sulla conferenza stampa di ieri in senato è perfetto: “Maternità surrogata: voce alle vittime”. Si prende un caso singolo, quello di Elisa Gomez, e lo si rende legge universale.

Accanto a Gomez si elencano parole magiche come “dramma”, “madre” (anche se surrogata – che poi ci sarebbe molto da dire sulla frammentazione della madre e sulla conseguente necessità di intenderci sulle parole che usiamo; la gestazione non è una condizione né sufficiente né necessaria per essere madri), “pittrice, organizzatrice di mostre, terapeuta a fianco di disabili e malati” (perché se faceva la ballerina di lap dance sarebbe stata meno presentabile) e si parla di scelta compiuta per necessità.

Ora, o scegli o sei soggiogato dalla necessità. Ma andiamo avanti.

Il “dramma senza fine” di Gomez è il suo rimpianto. Dieci anni fa ha fatto da portatrice in una maternità surrogata per una coppia gay. Chissà se il rimpianto sarebbe stato diverso con una coppia etero.

Gomez ora è pentita. Consumata dal rimpianto di quella scelta (per necessità, ribadiamo il nonsense).

È il rischio insito nella possibilità di scegliere: pentirsi. Ma cosa significa questo, al di là della storia singola? Quasi nulla. Soprattutto se si evita con cura di citare quante donne hanno scelto (ripeto, scelto) di offrirsi come portatrici e non si sono pentite.

Come non significa nulla tentare la stessa fallace strategia con l’interruzione volontaria di gravidanza (è l’invenzione della sindrome post abortiva) e come non serve in nessun altro caso.

Se Mario si è sposato liberamente e poi ha divorziato e ora è pentito, sono forse da condannare i matrimoni, i divorzi e la facoltà di scegliere? Se ha fatto amicizia con qualcuno che poi l’ha tradito e derubato, dobbiamo salire su una sedia e declamare: “Non fate amicizia con nessuno perché sarete traditi e derubati!”. Anzi, vietiamolo per legge così stiamo più tranquilli.

L’ossessione per la coercizione e l’illusione che sia lo strumento migliore è una malattia recente. Dopo la faticosa conquista delle libertà, assistiamo a un rinculo di bigottismo e paternalismo e moralismo che nemmeno nel ventennio, spesso da parte di chi gode di quelle libertà (in senso formale e sostanziale, negativo o positivo per dirla con Benjamin Constant). Pensare poi che la coercizione possa risolvere tutte le difficoltà è il risultato di una miopia imbarazzante. Qualcosa non vi piace? Vietiamola! Facciamo moratorie universali! Lanciamo petizioni, tanto basta firmare mica serve capire. Se siamo tanti, allora vuol dire che abbiamo ragione! Nemmeno fosse una riunione di condominio.

Internazionale, 3 febbraio 2016.