giovedì 21 gennaio 2016

Meno divieti e più scienza per curare l’anoressia



“Non fate ritocchi con Photoshop!”. “Vietate alle persone troppo magre di fare le modelle!”.

Ciò che porta a suggerire simili soluzioni sembra essere un’idea davvero molto ingenua: se vedi un’anoressica, se la magrezza è il modello estetico dominante, se la taglia 42 è l’ex 46, allora finirai per ammalarti e per diventare anoressica. Come se le patologie alimentari fossero contagiose (alla vista, peraltro).

In un mondo in cui tantissime persone sono obese e sovrappeso, poi, una teoria del genere appare insoddisfacente. E con un’ipotesi traballante è difficile proporre soluzioni sensate.

Lo scorso dicembre in Francia è stata approvata una legge “contro la magrezza eccessiva”. Se hai un certo indice di massa corporeo (imc) e altri parametri giudicati sbagliati (valutati in base alla morfologia, al sesso, all’età e alla storia alimentare) non puoi sfilare. Chi non rispetta questo limite rischia la galera fino a sei mesi e una multa di 75mila euro. Se ritocchi le foto lo devi scrivere. Chissà perché non scrivere anche “foto venuta particolarmente bene” o “coscia ripresa con un’angolazione tale da renderla più sottile di quello che è”.

Lo strumento coercitivo è sempre, a parità di condizioni, peggiore dell’assenza di divieti e multe. L’originaria condizione di non andare sotto all’imc di 18 è stata per fortuna eliminata e sostituita da una valutazione meno semplicistica, ma il problema rimane intatto. In Italia era stato immaginato il reato di istigazione all’anoressia o alla bulimia. Siamo sempre i più poetici.

Se i disturbi alimentari sono una patologia, la scelta più corretta è davvero quella che li criminalizza?

Se i disturbi alimentari sono una patologia, ha senso immaginare che se non vedo un’anoressica non mi ammalo di anoressia?

E davvero il fattore imitativo causa l’anoressia? Ammettere una premessa del genere ci costringerebbe a prendere molte altre misure dissennate: non sono solo le modelle a incarnare un canone estetico, quindi forse dovremmo vietare a Shonda Rhimes di comparire in tv finché non dimagrisce di almeno altri dieci o venti chili, perché se vi piace tanto Grey’s Anatomy poi magari diventate grasse come la sua creatrice. In questo caso dovremmo decidere di mostrare solo persone “normopeso”, per evitare di comportarci come camaleonti diventando troppo magri o troppo grassi. C’è una questione che proprio non si dovrebbe saltare, prima di correre a suggerire soluzioni improbabili ma che suonano bene: perché ci ammaliamo?

A questa domanda rispondono Luca Pani e Gilberto Corbellini in Imperfezioni umane. Cervello e dissonanze evolutive: malattie e salute tra biologia e cultura.

E lo fanno in una cornice evolutiva:
Le condizioni di salute e di malattia non dipendono quindi solo da cause prossimali, ovvero da fattori immediati come può essere il contatto occasionale con un agente patogeno. Il fatto che quel contatto dia luogo a un’infezione letale, a una malattia cronica, a un lieve malessere o a nessuna conseguenza è il risultato, solo a posteriori predicibile, di una lunga storia di mutazioni che hanno interessato la biologia del parassita, di cambiamenti ambientali per processi naturali o per l’intervento umano, e della filogenesi della specie “corretta” dall’ontogenesi di ciascun individuo. La fisiologia, cioè la funzionalità (che è un concetto diverso dal funzionamento), di un organismo può essere congruente (sintonica) o non congruente (distonica) rispetto al contesto ambientale o alle speranze adattative degli organismi. Se c’è sintonia c’è salute, mentre se c’è distonia c’è malattia. Sembra un concetto tanto banale quanto molto antico, di cui si trovano tracce persino nelle idee mediche preclassiche, ma che si avvicina molto a come stanno realmente le cose.
Adottare questa prospettiva significa anche rendersi conto che le condizioni evolutive sono rimaste più o meno le stesse per milioni di anni, per cambiare profondamente e molto velocemente negli ultimi decenni (un tempo ridicolmente basso). In altre parole, siamo bestioni primitivi in un mondo che è molto lontano da quello in cui siamo nati e cresciuti come specie.

Il nostro cervello e i nostri comportamenti sono stati selezionati per i vantaggi offerti in un contesto che non esiste più. Da questo evolutionary mismatch (dissonanza evoluzionistica) dipendono i disturbi comportamentali. E questo “riguarda cicli del sonno, accesso al cibo, comunicazione, cooperazione ovvero isolamento sociale, oppure comportamenti più complessi come la rabbia aggressiva o l’altruismo; ma anche le preferenze politiche o l’intelligenza”.

Le spiegazioni evoluzionistiche dei comportamenti umani come adattativi o funzionali (e disadattativi o disfunzionali) suscitano molte perplessità. Ma “la diffidenza verso la psicologia evoluzionistica è in realtà di natura politica e mette d’accordo destra e sinistra in quanto entrambe le ideologie hanno dei problemi con le spiegazioni naturalistiche del comportamento umano”.

Non solo. “La teoria del mismatch è un impianto complesso e le idee della psicologia evoluzionistica sono molto diverse dalle caricature strumentalmente utilizzate dai critici”.

Così come una conoscenza migliore del nostro cervello è una condizione necessaria per sviluppare strategie e farmaci più efficaci di quelli attuali, un inquadramento evolutivo più corretto può offrirci risposte meno magiche e oppresse da credenze erronee e superstiziose.

Internazionale, 21 gennaio 2016.