martedì 26 gennaio 2016

Neanche una piazza piena può negare un diritto



All’indomani di ogni manifestazione si svolge la consueta tenzone tra gli organizzatori e la questura sui numeri dei manifestanti. A volte anche tra organizzatori di manifestazioni in conflitto.

“Le piazze erano piene!”. “Avete contato anche i turisti di passaggio e le commesse dei negozi!”.

“Un milione”. “No, centomila”.

Eppure la diatriba è abbastanza insensata, almeno rispetto alla valutazione del motivo per cui si manifesta. Non è il numero a essere rilevante, ma – nel caso della manifestazione a sostegno delle unioni civili – il fatto che esista una profonda discriminazione fondata sulle preferenze sessuali.

Anche se il 23 gennaio in piazza ci fosse stato un solo manifestante a difesa del disegno di legge Cirinnà, quella discriminazione esistente non diventerebbe meno grave. Questa ossessione sui numeri rischia di farcelo dimenticare quando si parla di diritti, soprattutto quando il riconoscimento di quei diritti mancanti non toglierebbe nulla a nessuno.

Il prossimo sabato saranno migliaia o milioni. Il prossimo sabato la manifestazione si svolgerà “in difesa della famiglia”, che nessuno ha mai minacciato.

Fossero anche miliardi a credere a un pericolo inesistente, non significherebbe che il pericolo sia reale. Fossero anche miliardi a difendere una discriminazione, non significherebbe che la discriminazione sia ammissibile. Potremmo fare molti esempi di corpose credenze e di allucinazioni collettive.

La soluzione, poi, è semplice, per chi è convinto che ci sia solo un tipo di famiglia e solo un tipo di matrimonio.

Se non siete d’accordo non sposatevi con chi, secondo voi, non è degno e costruite la vostra famiglia come più vi piace. Nessuno ve lo impedisce.

È un dibattito simile a quello sul divorzio, sulla possibilità di ricorrere a tecniche riproduttive o di altro tipo e in generale sulla libertà di scelta: se non vi piacciono questi diritti, nessuno vi obbliga a esercitarli.

Smettere di entrare nelle camere da letto

Ma perché volete vietarlo anche alle altre persone? Perché sbagliano? Anche se fosse, sbagliare non dovrebbe essere vietato da una legge quando le conseguenze riguardano solo chi compie quella presunta erronea scelta.

In difesa dei bambini? Non esiste alcuna sensata evidenza a sostegno della pericolosità di un orientamento sessuale diverso da quello eterosessuale, e pensarlo è un problema di chi lo pensa. I bambini sono una scusa – piuttosto immorale – per chi ha una visione claustrofobica e ha la pretesa di spacciarla per la verità e di imporla a tutti gli altri.

Poi, certo, lo slogan della manifestazione del 23 gennaio “È l’amore che fa una famiglia”, se preso alla lettera, sarebbe ancora più restrittivo della visione tradizionale della famiglia, cioè quella formata da uomo geneticamente uomo, donna geneticamente donna, figli geneticamente affini con l’eccezione dell’adozione concessa solo a coppie maschio più femmina (poi dovremmo discutere della non esistenza di un mondo binario maschio/femmina, ma qui ci basti solo dire che la visione del mondo come XX/XY è semplicistica e riduttiva).

È uno slogan e forse funziona meglio di qualcosa come “famiglia è quello che vi pare”. Però l’amore non è una condizione necessaria. Se decido per noia o per ripicca di sposare qualcuno (solo di sesso opposto al mio, al momento, almeno in Italia) posso farlo senza dover dimostrare che lo amo tanto e che lo amerò per sempre – che succede se smetto di amarlo, c’è il divorzio d’ufficio?

Avete finito di entrare nelle camere da letto altrui? Non vi siete stufati di spiare le vite degli altri?

Quello che dovrebbe essere fatto è chiaro e semplice: deve essere tolto un divieto. E sarebbe un rimedio perfino tardivo.

Rileggete Loving vs Virginia, la sentenza della corte suprema statunitense che nel 1967 abolì le restrizioni legali relative ai matrimoni interrazziali, e i dibattiti del tempo.

Internazionale, 26 gennaio 2016.

giovedì 21 gennaio 2016

Meno divieti e più scienza per curare l’anoressia



“Non fate ritocchi con Photoshop!”. “Vietate alle persone troppo magre di fare le modelle!”.

Ciò che porta a suggerire simili soluzioni sembra essere un’idea davvero molto ingenua: se vedi un’anoressica, se la magrezza è il modello estetico dominante, se la taglia 42 è l’ex 46, allora finirai per ammalarti e per diventare anoressica. Come se le patologie alimentari fossero contagiose (alla vista, peraltro).

In un mondo in cui tantissime persone sono obese e sovrappeso, poi, una teoria del genere appare insoddisfacente. E con un’ipotesi traballante è difficile proporre soluzioni sensate.

Lo scorso dicembre in Francia è stata approvata una legge “contro la magrezza eccessiva”. Se hai un certo indice di massa corporeo (imc) e altri parametri giudicati sbagliati (valutati in base alla morfologia, al sesso, all’età e alla storia alimentare) non puoi sfilare. Chi non rispetta questo limite rischia la galera fino a sei mesi e una multa di 75mila euro. Se ritocchi le foto lo devi scrivere. Chissà perché non scrivere anche “foto venuta particolarmente bene” o “coscia ripresa con un’angolazione tale da renderla più sottile di quello che è”.

Lo strumento coercitivo è sempre, a parità di condizioni, peggiore dell’assenza di divieti e multe. L’originaria condizione di non andare sotto all’imc di 18 è stata per fortuna eliminata e sostituita da una valutazione meno semplicistica, ma il problema rimane intatto. In Italia era stato immaginato il reato di istigazione all’anoressia o alla bulimia. Siamo sempre i più poetici.

Se i disturbi alimentari sono una patologia, la scelta più corretta è davvero quella che li criminalizza?

Se i disturbi alimentari sono una patologia, ha senso immaginare che se non vedo un’anoressica non mi ammalo di anoressia?

E davvero il fattore imitativo causa l’anoressia? Ammettere una premessa del genere ci costringerebbe a prendere molte altre misure dissennate: non sono solo le modelle a incarnare un canone estetico, quindi forse dovremmo vietare a Shonda Rhimes di comparire in tv finché non dimagrisce di almeno altri dieci o venti chili, perché se vi piace tanto Grey’s Anatomy poi magari diventate grasse come la sua creatrice. In questo caso dovremmo decidere di mostrare solo persone “normopeso”, per evitare di comportarci come camaleonti diventando troppo magri o troppo grassi. C’è una questione che proprio non si dovrebbe saltare, prima di correre a suggerire soluzioni improbabili ma che suonano bene: perché ci ammaliamo?

A questa domanda rispondono Luca Pani e Gilberto Corbellini in Imperfezioni umane. Cervello e dissonanze evolutive: malattie e salute tra biologia e cultura.

E lo fanno in una cornice evolutiva:
Le condizioni di salute e di malattia non dipendono quindi solo da cause prossimali, ovvero da fattori immediati come può essere il contatto occasionale con un agente patogeno. Il fatto che quel contatto dia luogo a un’infezione letale, a una malattia cronica, a un lieve malessere o a nessuna conseguenza è il risultato, solo a posteriori predicibile, di una lunga storia di mutazioni che hanno interessato la biologia del parassita, di cambiamenti ambientali per processi naturali o per l’intervento umano, e della filogenesi della specie “corretta” dall’ontogenesi di ciascun individuo. La fisiologia, cioè la funzionalità (che è un concetto diverso dal funzionamento), di un organismo può essere congruente (sintonica) o non congruente (distonica) rispetto al contesto ambientale o alle speranze adattative degli organismi. Se c’è sintonia c’è salute, mentre se c’è distonia c’è malattia. Sembra un concetto tanto banale quanto molto antico, di cui si trovano tracce persino nelle idee mediche preclassiche, ma che si avvicina molto a come stanno realmente le cose.
Adottare questa prospettiva significa anche rendersi conto che le condizioni evolutive sono rimaste più o meno le stesse per milioni di anni, per cambiare profondamente e molto velocemente negli ultimi decenni (un tempo ridicolmente basso). In altre parole, siamo bestioni primitivi in un mondo che è molto lontano da quello in cui siamo nati e cresciuti come specie.

Il nostro cervello e i nostri comportamenti sono stati selezionati per i vantaggi offerti in un contesto che non esiste più. Da questo evolutionary mismatch (dissonanza evoluzionistica) dipendono i disturbi comportamentali. E questo “riguarda cicli del sonno, accesso al cibo, comunicazione, cooperazione ovvero isolamento sociale, oppure comportamenti più complessi come la rabbia aggressiva o l’altruismo; ma anche le preferenze politiche o l’intelligenza”.

Le spiegazioni evoluzionistiche dei comportamenti umani come adattativi o funzionali (e disadattativi o disfunzionali) suscitano molte perplessità. Ma “la diffidenza verso la psicologia evoluzionistica è in realtà di natura politica e mette d’accordo destra e sinistra in quanto entrambe le ideologie hanno dei problemi con le spiegazioni naturalistiche del comportamento umano”.

Non solo. “La teoria del mismatch è un impianto complesso e le idee della psicologia evoluzionistica sono molto diverse dalle caricature strumentalmente utilizzate dai critici”.

Così come una conoscenza migliore del nostro cervello è una condizione necessaria per sviluppare strategie e farmaci più efficaci di quelli attuali, un inquadramento evolutivo più corretto può offrirci risposte meno magiche e oppresse da credenze erronee e superstiziose.

Internazionale, 21 gennaio 2016.

mercoledì 13 gennaio 2016

Bastano pochi dati per smontare le bugie degli antiabortisti



È morta a meno di vent’anni presso l’azienda ospedaliera Antonio Cardarelli, a Napoli. Era all’undicesima settimana di gravidanza. Stava abortendo perché l’assunzione di alcuni farmaci aveva verosimilmente danneggiato il feto.

Per sapere cosa sia successo e se c’è stato un errore medico bisognerà aspettare l’autopsia (al Cardarelli poche settimane fa era stato assegnato il bollino rosa e secondo il direttore le procedure sono state corrette).

Ma intanto non mancano i commenti e le reazioni asserviti a uno scopo ben preciso: condannare gli aborti volontari e magari – perché no? – riuscire prima o poi a renderli nuovamente illegali o molto difficili da ottenere.

Ma non c’è solo questo.

Oscilliamo tra un pensiero magico che ci porta da un lato a fidarci di code di rospo o di Stamina e dall’altro, soprattutto davanti a un incidente o a una morte, alla fiducia cieca e assoluta nella medicina e nella scienza.

La morte, gli incidenti, i rischi vengono cancellati da un processo emotivo e cognitivo che somiglia alle credenze irrazionali.

Sbottiamo e manifestiamo sorpresa. Forse siamo davvero sorpresi di scoprire che si muore ancora e che il rischio non è mai uguale a zero, nemmeno rimanendo sul proprio divano.

Si muore in casa – anzi, gli incidenti domestici sono molto numerosi, come spiega il rapporto Gli incidenti in Europa, un’epidemia silenziosa:
Sono i posti che generalmente consideriamo più sicuri a diventare trappole in cui si può perdere la vita. I cittadini europei rischiano più di restare infortunati a casa, a scuola, nelle attività ricreative e sportive che in qualunque altra circostanza. Secondo il rapporto, poco più del 20% di tutti gli incidenti avviene su strada o sul posto di lavoro. Gli incidenti domestici uccidono il doppio di quelli stradali e dieci volte di più degli incidenti sul posto di lavoro. Il problema riguarda da vicino soprattutto i bambini e gli anziani che trascorrono molto tempo a casa. Bagni, scale e cucine sono le stanze meno sicure. Secondo le previsioni, nel futuro la situazione peggiorerà a causa dell’innalzamento dell’età demografica.
Lo confermano i numeri: sono “circa 135mila i ricoveri ospedalieri per infortunio domestico, il 23 per cento circa di tutti i ricoveri per trauma. Non solo, nel nostro paese il trauma da incidente è la seconda causa di mortalità di bambini e adolescenti tra 1 e 14 anni (20,3 per cento), dopo il tumore (30,9 per cento)” (Incidenti domestici. Iss: sono il 23% di tutti i ricoveri per trauma e la seconda causa di morte in età pediatrica).

Internazionale, 13 gennaio 2016.

lunedì 11 gennaio 2016

La prossima famiglia nascerà dal matrimonio plurale



Discutiamo da anni di Diritti e doveri delle persone stabilmente conviventi (Dico), Diritti doveri reciprocità (Didore), Patto civile di solidarietà (Pacs), unioni civili. Del matrimonio, però, no, perché non si fa.

Ne discutiamo, ma non esiste ancora nessun istituto giuridico matrimoniale per le persone dello stesso sesso, e le unioni civili, già pallide copie del matrimonio per tutti (unico mezzo davvero non discriminatorio), sono bloccate in una discussione surreale.

“Ma che bisogno c’è poi?”.

“Siamo per i diritti dei singoli, però…”.

“Per gli adulti, certo, ma i figli?”.

“I figli a due omosessuali?”.

Se non bastassero queste domande sbilenche a rendere folcloristico un dibattito che potrebbe essere molto semplice (uguaglianza sì o no?), da qualche settimana ferve il dibattito sulla maternità surrogata.

Come andrà a finire sulle unioni civili, e quanto saranno ulteriormente amputate di pezzi rilevanti, allontanandosi dall’uguaglianza e conservando assurde discriminazioni, lo sapremo nelle prossime settimane.

Nel frattempo, in un mondo che sembra alieno, la discussione si svolge anche sui matrimoni plurali. Ronald Den Otter, nel suo nuovo libro In defense of plural marriage, approfitta dell’estensione del matrimonio per domandarsi se esistono ragioni costituzionali per limitare il matrimonio numericamente.

“In this book, I take seriously the idea of plural marriage”. Comincia così questo libro che è anche un’occasione per ripassare qualche concetto fondamentale di ogni democrazia liberale.

Internazionale, 11 gennaio 2016.