martedì 10 novembre 2015

Nessuno scelga al posto delle donne sulla maternità surrogata


La maternità surrogata è uno degli argomenti peggio trattati dell’ultimo secolo. Tra gli esempi recenti, l’articolo di Assuntina Morresi India: donne umiliate sul libro di Amrita Pande Wombs in Labor, ovvero come fare confusione per l’ennesima volta tra cose diverse, giudicando allo stesso modo un regalo o una vendita e un furto.

Qualche giorno fa è la segreteria nazionale di ArciLesbica a scrivere al riguardo, rimanendo però imprigionata in una delle più diffuse incomprensioni.

Certo, qualcosa nell’articolo si salva, come quando si ricorda che “nel dibattito contemporaneo si parla del fatto che gli uomini, gay, abbiano monopolizzato il tema della maternità surrogata. In realtà è una certa politica, per lo più reazionaria e conservatrice, che ricorre a questa definizione, relegandola al solo mondo lgbt quando, invece la gestazione per altri (gpa) è una pratica a cui ricorrono soprattutto le coppie eterosessuali impossibilitate ad avere […] figli”. Poi però si continua su una nota paternalistica: “Nel 2012 ArciLesbica, al termine del suo sesto congresso, ha definito la propria posizione sul tema, asserendo che la gpa, se realizzata per solidarietà, è altruistica, se si dà per un compenso è commerciale”.

Già si capisce dove stiamo per arrivare: la solidarietà va bene, la commercializzazione no. Basta la presenza del commercio per trasformare una possibile scelta in uno scambio immorale e rovinoso di corpi e desideri.

Ecco spiegato meglio il motivo della condanna dell’eventuale presenza di accordi economici: “La gpa può sussistere nel momento in cui risulta essere un atto volontario, per sottolineare questa volontarietà è necessaria la gratuità, anche economica, del gesto. La libertà del gesto sta nella sua gratuità, e la libertà delle donne sta nella consapevolezza che questo sia un tema molto complesso e composto da diverse sfaccettature, cui spetta un’analisi che non si riduca a: ‘Sì gpa!’ o ‘No gpa!’. Non riduciamo dunque la gestazione per altri a una scelta che viene adita sul corpo delle donne”.

La premessa va bene (“La gpa può sussistere nel momento in cui risulta essere un atto volontario”), ma la condizione necessaria, secondo Arcilesbica, per rilevare la volontarietà è abbastanza fuori fuoco. Che per essere un atto volontario la gpa debba essere gratuita è bizzarro: di quale altra attività lo diremmo?

In altre parole, quando affermiamo un principio (“per essere un atto volontario X è necessaria la gratuità”), dovremmo chiederci se diventa surreale o insensato applicato in altri contesti. Dovremmo provare a fare qualche prova sostituendo a X quello che più ci piace e scopriremmo che la gratuità può essere una scelta ma non una condizione necessaria e che la presenza di soldi non implica necessariamente che non abbiamo deciso liberamente. Anzi, spesso giudicheremmo l’assenza di soldi come immorale.

La volontarietà non ha a che fare con i soldi, ma con le condizioni in cui si decide. E anche con la proprietà del corpo. Se è una scelta allora non è “adita sul corpo delle donne”, non intrinsecamente, ma dovrebbero essere le donne a scegliere cosa fare del proprio corpo. Ognuna del proprio.

Internazionale, 10 novembre 2015.