sabato 30 maggio 2015

Educazione sessuale in Molise

Il sesso anale è una delle cose più sopravvalutate al mondo, aveva detto qualche anno fa Christopher Hitchens.

È stato un sollievo poter usare Hitch per declinare le richieste, senza sembrare troppo conservatrice, quando pensavo «non osare nemmeno mettermi un dito nel culo, figuriamoci altro». Il sesso anale è più difficile da collocare del sesso orale: viene prima o dopo l’accoppiamento? È una domanda di una certa rilevanza quando ti intrattieni per la prima volta con qualcuno, anche perché quel qualcuno si farà un’idea su di te in base alla tua disponibilità e al tuo ordine gerarchico. Sarò troppo mignotta se acconsento al sesso anale alla prima richiesta? Devo aspettare almeno fino al terzo appuntamento? E se non mi piace mi prenderà per una suora?

Esiste anche una specie di legge universale dei questuanti: più stanno in fissa a volere il tuo culo, più si infastidiscono se, dopo aver fatto quella ritrosa e annoiata, nella foga finisce un tuo dito nel loro culo. A quel punto le educande scandalizzate sembrano loro. Se viene prima il pompino o l’amplesso dipende anche da quanti anni abbiamo e da dove siamo cresciute. Per tutte quelle nate intorno agli anni 70 il sesso orale era molto più intimo del fare sesso con qualcuno. Era rarissimo cedere alle richieste insistenti dei nostri primi fidanzati prima di esserci andate a letto. Durante una vacanza estiva, ho scoperto che per le ragazze americane il pompino era un'attività che quasi non si negava a nessuno e quando dicevo loro «ma è molto intimo!» con una smorfia di sgomento mi guardavano come se fossi stata scema. E forse lo ero.

Mia madre il sesso orale non l’ha mai nemmeno nominato – nemmeno mio padre – e chissà da dove veniva quell’angusta idea sui pompini. Non credo di essermi mai domandata dove andasse piazzato il cunnilingus, forse perché non sembrava nemmeno qualcosa di sessuale.

Senza l’internet e YouPorn, le informazioni a disposizione erano scarse e molto approssimative. L'iniziazione sessuale era complicatissima. A cominciare dal primo bacio e dalle prime volte che avevo lasciato infilare le mani di un tizio che mi aveva mandato un biglietto «ti vuoi mettere con me?» sotto la maglietta e dentro i pantaloni troppo stretti. L’imbarazzo delle prime volte era pari solo alla scomodità dei vestiti e dei luoghi.

Mentre gli adulti erano preoccupati per la Guerra fredda e per Chernobyl, io non avevo ancora baciato nessuno. Durante l’estate dopo l’incidente nucleare, abbiamo trascorso qualche giorno nella campagna molisana. La casa era di una cugina di mio padre ed era talmente grande da sembrare disabitata. La cosa più divertente da fare era andare con il cane da caccia del marito della cugina a tirare sassi in un laghetto artificiale. Durante una di queste passeggiate ho incontrato un ragazzino che viveva qualche centinaio di metri più giù. Dopo qualche tiro e un paio di giri del laghetto, il ragazzino aveva detto che doveva andare, dandomi appuntamento al pomeriggio successivo. Non era il mio tipo – ammesso che esistano queste cose – ma tirare sassi in due mi sembrava meno noioso di farlo da sola. E poi sarebbe stato perfetto per esercitarmi a baciare: pochi giorni dopo sarei partita e non lo avrei visto più. Quel pensiero lo avevo fatto subito, ma poi mi ero rimproverata per l'audacia e avevo deciso di fare finta di niente. Il giorno dopo avevo perciò manifestato sorpresa quando mi aveva baciato. Una donna deve essere ritrosa e il sesso, per carità, è quasi un dovere.

IL #71, maggio 2015.

mercoledì 27 maggio 2015

Miss Università imbarazza tutti tranne il rettore


Mentre il concorso di miss Italia rischia il fallimento per la noia mortale, ecco che dopo quattro anni di interruzione ricomincia miss Università. Me ne sono accorta colpevolmente in ritardo.

Ma non è mica solo una miss di bellezza, lo è pure di sapienza. Allora non si tratta solo di culi (non è mai solo così)! Si tratta anche di esami e medie alte, cosa credete?

Dal sito del Billions, la sala da gioco – anzi, la “luxury gaming hall” – dove si è svolta la kermesse lo scorso 6 maggio, ci rassicurano: “Nel corso della serata finale verranno anche assegnati i Titoli Nazionali di: Miss Matricola, Miss 30 e Lode, Miss Facoltà, Miss Ateneo, Miss Cultura, Miss Cervello, Miss Fotogenia”.

C’è un tripudio di maiuscole e la grafica pare quella dei capodanni di provincia di fine anni ottanta.


La fiera – ci informa Roma.it – si è svolta “al cospetto di una prestigiosa Giuria” (sic, ma è copiato dal sito del “prestigioso” locale) presieduta dal magnifico rettore della Sapienza, Eugenio Gaudio. La giuria era composta da:
Prof. Maurizio Saponara, Adriana Pannitteri del Tg1, la giornalista Rai Anna La Rosa, la bellissima attrice e presentatrice Sofia Bruscoli, il Giudice della Corte di Assise di Roma Paolo Colella, Livio Leonardi, capostruttura e autore Rai Uno, il Prof. Antonio Sgadari dell’Università Cattolica Sacro Cuore Policlinico Gemelli di Roma, il Prof. Walter Scognamiglio presidente ASFOL UNIPEGASO, referente di Roma, il Marchese Paolo Dentice di Accadia, il Conte Manfredi Mattei Filo della Torre, Luigi Fantozzi, chirurgo plastico presso il centro “LaCLINIQUE” di Roma EUR, Giovanni Salvini, chirurgo al Fatebenefratelli Isola Tiberina, Toni Santagata, che ha anche cantato due canzoni graditissime dal pubblico, il presidente Ernesto Carpintieri e il consigliere Ugo Mainolfi dell’Aerec, Gabriella Sassone, Francesco Giancaspro, Niki Kiki e lo scrittore Vincenzo Di Michele.
Guardando le foto sembra di stare in un brutto film degli anni cinquanta dove, a fine serata e con le inibizioni allentate dal vermut, appena scivola una spallina di una fanciulla tutti gli uomini in là con gli anni si girano e non smettono di guardare quei centimetri di carne lussuriosa.

Se non è abbastanza la descrizione della giuria, sappiate che “l’impeccabile ospitalità del Billions ha contribuito a rendere l’evento meraviglioso. A tutte le concorrenti è stato consegnato un coupon omaggio presso il Centro LaCLINIQUE, di Roma Eur. LaCLINIQUE, sponsor ufficiale dell’evento, con oltre ventimila interventi effettuati, è la prima organizzazione italiana di specialisti in chirurgia e medicina estetica”. È sempre meglio cominciare presto con la chirurgia estetica, e un culo senza cellulite si abbina sempre molto bene alla media del 30.

Le prime dieci classificate vinceranno anche una settimana gratis in un resort umbro.

È senza dubbio interessante che l’università Sapienza e i prestigiosi componenti della giuria abbiano promosso e partecipato a una iniziativa esteticamente imbarazzante, concettualmente molto dubbia e strategicamente fallimentare. Se l’intento era “pubblicitario”, non solo si è scelto lo strumento peggiore possibile, ma sembra pure che in pochi si siano accorti del “prestigioso evento”.

Se Minerva è nata dalla testa di Giove, miss Università deve essere nata dalla testa di qualcuno dopo un assopimento pomeridiano. O forse dopo un sonno più prolungato, una specie di letargia stagionale. O magari era proprio questo cui pensava Gaudio quando aveva detto “basta ideologismi”?

“Nessuna ve la dà?”

Miss Università sembra accoppiarsi molto bene a un’altra iniziativa promossa dalla Sapienza (è un anno d’oro), dalla regione Lazio e da Roma Capitale, il cui slogan è: “Nessuna ve la dà?”.

Il raffinato e inconsueto doppio senso dovrebbe pubblicizzare un incontro per promuovere l’interscambio tra mondo del terzo settore e studenti universitari, nell’ambito della seconda edizione della Fiera della opportunità.

La fiera si è svolta il 5 maggio nel porticato attiguo alla cappella all’interno della città universitaria.

Gli studenti di medicina sono i soliti raccomandati. Se dimostrano di aver partecipato guadagnano pure mezzo credito formativo: “Agli studenti di medicina e chirurgia di TUTTI i Corsi di Laurea (A-B-C-D-F) verrà fornito un attestato di partecipazione VALIDO 0,5 CFU!”.


Tra i testimonial c’era anche Rocco Siffredi con un imprevedibile e sorprendente messaggio: “Studenti universitari La Sapienza tenete duro!!”. Qualcuno poi si vuole ricordare che non si chiama più “La Sapienza” ma solo “Sapienza”? Anche perché sono stati spesi molti soldi per rinnovare nome, logo e slogan (pare 186mila euro nel 2006): “Il futuro è passato di qui”.

Vorrei tanto aver assistito al momento in cui si è deciso. Quando qualcuno ha proposto, magari facendo anche il gesto con l’indice e il pollice opponibile (ci sono voluti millenni di evoluzione) a mimare il doppio senso, e tutti hanno applaudito la geniale e innovativa boutade. Magari qualcuno è stato pure pagato. O magari è solo volontariato ammantato di buone intenzioni e di demoniaci risultati.

Proteste

Il “prestigioso” concorso e l’iniziativa “Nessuno ve la dà?” hanno sollevato qualche sacrosanto malumore. Patrizia Tomio, presidente della Conferenza nazionale degli organismi di parità delle università italiane, ha così commentato:

Mentre gli organismi di parità e le/i delegate/i del rettore/rettrici per queste tematiche svolgono un quotidiano e faticoso lavoro all’interno degli atenei, impegnandosi sul piano scientifico, didattico e culturale, per promuovere il superamento delle asimmetrie nella rappresentanza di genere, nella formazione, nelle carriere all’interno dell’università, ci troviamo di fronte a manifestazioni che sembrano rimettere in discussione quanto realizzato in questi anni, lo sforzo per rimuovere stereotipi, il dialogo con la componente studentesca per una sensibilizzazione su questi temi. Prendiamo atto, con comprensibile rammarico, del coinvolgimento dei vertici di una grande università in questa iniziativa e ve ne diamo notizia, anche per raccogliere suggerimenti per una presa di posizione pubblica da parte della conferenza nazionale, eventualmente anche presso la Conferenza dei rettori delle università italiane.

Anche le studentesse e gli studenti di Link-Coordinamento universitario avevano storto il naso: “Non riusciamo proprio a comprendere: come può aver deciso un docente di valutare le studentesse per la loro fisicità? Certo, nel concorso veniva valutata anche la media voti, forse al rettore è apparso come sintomo della serietà dell’iniziativa… Peccato aggiunga ancora più ridicolo a questa buffonata sessista”.

Ma in nome delle pari opportunità, per il 2016 vogliamo almeno prendere in considerazione un mister Culo Muscoloso e un mister Dipartimento?

Internazionale, 26 maggio 2015.

martedì 26 maggio 2015

Obiettori di coscienza solo quando fa comodo

C’era una volta l’obiezione di coscienza, per molto tempo un gesto ribelle, libertario, di violazione di un divieto o di un obbligo.

C’era una volta Antigone, che disobbedì all’ordine del re Creonte di non seppellire il fratello. E c’erano i giovani uomini che rifiutavano l’obbligo del servizio militare, quando esisteva solo quello armato, e a volte anche dopo, quando è stato possibile scegliere quello non armato. Al divieto di Creonte e all’obbligo di leva ci si opponeva in nome di altri valori: dare sepoltura al fratello, rifiutare la violenza e le armi.

E lo si faceva senza aver compiuto in precedenza una libera scelta, come invece accade oggi con chi decide di studiare medicina e deve poi affrontare la questione dell’aborto.

C’era una volta insomma l’obiezione di coscienza cosiddetta contra legem, che poi è stata attirata nei confini della legalità, diventando così intra legem.

È successo prima con il servizio alternativo non armato negli anni settanta. Il percorso è stato lungo, difficile e controverso: si pensi che all’inizio il servizio non armato durava più di quello armato e la richiesta doveva essere analizzata e accolta da una commissione militare. Più tardi l’obiezione di coscienza è rientrata nella legge anche con l’approvazione della 194 sull’interruzione volontaria di gravidanza. Negli anni seguenti è successo anche per la sperimentazione animale e le tecniche riproduttive, ma senza creare i conflitti dell’aborto.

E così un gesto individualista è stato addomesticato e profondamente snaturato. Sarebbe come se continuassimo a usare il nome di un animale selvatico per un cane da salotto. La continuità terminologica ci confonderebbe e potrebbe creare ambiguità e incomprensioni.

Tra l’obiezione di un tempo e quella di oggi – ridotta quasi solo al dominio medico e soprattutto a quello abortivo – ci sono molte differenze: non esiste un servizio alternativo, com’era il caso della leva non armata; l’eccezione prevista dalla 194 ricade in un dominio dove i doveri seguono una libera scelta (la facoltà di medicina, la specializzazione in ostetricia, l’esercizio in una struttura pubblica); l’obiettore attuale entra in conflitto molto più direttamente con le richieste individuali (con la richiesta di una donna di abortire invece che con un generico obbligo o divieto).

L’articolo 9

Cosa prevede l’articolo 9 della legge 194? “L’obiezione di coscienza esonera il personale sanitario ed esercente le attività ausiliarie dal compimento delle procedure e delle attività specificamente e necessariamente dirette a determinare l’interruzione della gravidanza, e non dall’assistenza antecedente e conseguente all’intervento”.

I limiti non sono chiarissimi, e l’ambiguità originaria della 194 ha finito per prendere la forma peggiore, ovvero un servizio garantito in modo molto incerto e molto diverso da città a città, da ospedale a ospedale. Anche se la gerarchia dei doveri sembra essere chiara, così come il bilanciamento tra diritti nella sentenza della corte costituzionale che ha preceduto la legge, ma anche in alcuni passaggi della 194: “Gli enti ospedalieri e le case di cura autorizzate sono tenuti in ogni caso ad assicurare l’espletamento delle procedure. […] La regione ne controlla e garantisce l’attuazione anche attraverso la mobilità del personale. […] L’obiezione di coscienza non può essere invocata dal personale sanitario ed esercente le attività ausiliarie quando, data la particolarità delle circostanze, il loro personale intervento è indispensabile per salvare la vita della donna in imminente pericolo”.

Ancora tu?

A quasi quarant’anni dalla legge 194 potremmo chiederci se ha ancora senso garantire un privilegio, la cui genuinità peraltro è impossibile verificare. Se decidi di fare il ginecologo e di esercitare nel pubblico, e se l’interruzione volontaria di gravidanza (ivg) è uno dei servizi che la legge garantisce, non sarebbe meglio scegliere un altro lavoro se la tua coscienza è contraria all’aborto?

E poi: possibile che solo i medici, e quasi solo rispetto all’aborto, abbiano il privilegio di usare la coscienza come esonero? Chi decide di fare il penalista e si iscrive volontariamente alle liste di difesa d’ufficio deve difendere pure gli stupratori e gli assassini. Se non vuole farlo, sceglie un altro lavoro. I medici, d’altra parte, devono curare i suddetti. L’aborto sembra essere l’unica eccezione morale protetta dalla legge.

Ci sono anche le eccezioni nell’eccezione, la doppia morale di chi esegue diagnosi prenatali per poi dire mi dispiace, devo andare. Cioè, sono obiettore e la mia coscienza è contraria all’aborto, ma alle diagnosi – magari a pagamento – no. E le diagnosi prenatali in genere si fanno per scegliere, non per sapere e basta. Se la complicità morale dell’aborto prevede l’esenzione pure per gli anestesisti (che non praticano l’aborto), non dovrebbe comprendere anche le indagini prenatali? Insomma, siamo obiettori solo quando ci fa comodo?

Non c’entra, nella risposta che dovremmo dare, la libertà individuale o la coscienza, ma c’entrano il profilo pubblico di alcune professioni e gli eventuali doveri che ne derivano. Sono molte le professioni che comportano doveri che personalmente condanniamo, ma la nostra coscienza non è un motivo abbastanza forte da esentarci. Se questi doveri sono insostenibili, dovremmo forse riflettere meglio sulle nostre scelte professionali.

Anche l’obiezione che fare il ginecologo non possa essere ridotto a fare aborti appare debole, perché infatti non si vorrebbe certo questo (ed è buffo che le altissime percentuali di obiettori abbiano fatto sì che i pochi che garantiscono il servizio stiano rischiando proprio di finire così), ma l’aborto è una delle possibili decisioni nel dominio delle scelte riproduttive. Ed è anche per effetto dell’obiezione, sempre più numerosa e disinvolta, che l’ivg sta via via diventando sempre più qualcosa di separato e di connotato da vergogna e stigma.

Internazionale, 25 maggio 2015.

mercoledì 13 maggio 2015

Nel regno degli antiabortisti



Domenica 10 maggio sono andata alla quinta marcia per la vita (la mia seconda). Dalla precedente non è cambiato molto: solite frasi, soliti cartelli. “Io non sono un grumo”. “Non mi uccidere”. “Stop aborto”. “La legge 194 è una legge assassina”. “L’aborto ferisce l’amore”.

Tra i testimonial antiabortisti d’eccellenza c’è spesso madre Teresa di Calcutta: “Se una mamma uccide il frutto del suo grembo, cosa può impedire agli uomini di uccidersi a vicenda”.

E poi slogan del tipo: “Pesa molto di più un bimbo sulla coscienza che in braccio!”, “Non uccidete il futuro”.

Tutti modi fantasiosi per ribadire che la vita non si tocca, la vita è sacra, il concepimento è un momento magico, abortire deve essere illegale. Nessuno ha mai chiarito cosa sia questa “vita”, ma gli antiabortisti sono stati bravissimi a mettere le mani su uno slogan perfetto: breve, incisivo, insensato, ma emotivamente coinvolgente. “Noi siamo per la vita” è perfetto, per smontarlo ci vogliono alcuni minuti e in genere l’uditorio è già distratto da altro quando si sta ancora spiegando che bisogna distinguere di quale vita si tratti: gli antiabortisti non intendono certo quella biologica in generale, ma solo quella umana, e nemmeno sempre, perché la “vita” che difendono più ostinatamente è quella dell’embrione e del feto, e qui il panorama si fa più nebbioso; l’ingenuità, tuttavia, è di chi cerca la coerenza dove c’è solo un paternalismo feroce. E poi si dovrebbe anche ricordare che non esiste un momento del concepimento ma un processo continuo, e di conseguenza bisognerebbe chiarire da quando si comincia a considerare la sacralità.

“Noi siamo per la vita” e quindi voi se non state con noi sarete per la morte o per qualcosa di altrettanto brutto. Non si ripeterà mai abbastanza che non stare con loro non significa nemmeno essere a favore dell’aborto ma della libertà di scelta. Non stare con loro non significa nemmeno non farli marciare, ma ricordare che le loro convinzioni si sono infilate nel servizio sanitario, negli ospedali pubblici e nei consultori. Se il servizio di interruzione volontaria della gravidanza (ivg) fosse garantito senza attese e senza sguardi che oscillano tra “poveretta” e “guarda quella puttana che abortisce”, della marcia potremmo ridere come di una manifestazione folkloristica. Invece è anche un’ennesima occasione per ripetere, come dischi inceppati, che l’interruzione volontaria della gravidanza è una procedura medica oppressa dalla condanna morale e resa incerta dagli altissimi numeri di obiettori di coscienza (la media nazionale che supera il 70 per cento, con punte del 90 per cento e con molti ospedali in cui il reparto ivg proprio non c’è).

L’ostacolo finale in cui inciampa chi vuole vietare l’aborto è sempre lo stesso: se una donna, dopo tutti i tentativi, le preghiere, le minacce, le promesse e le bufale paternalistiche sulla sindrome postabortiva, vuole ancora abortire, cosa si fa? Cioè: per impedirle di interrompere la gravidanza cosa arriviamo a fare? Prigione? Collegio?

E ancora: se l’aborto è il delitto più atroce, la punizione dovrebbe essere coerente. E infatti qualcuno di Militia Christi suggeriva “almeno il carcere”. In quell’“almeno” si aprono mondi che forse è meglio non esplorare. Cosa c’è di più del carcere? La tortura? La morte? Le frustate?

In ogni modo dobbiamo essere pronti a fare quello che l’ipocrita ma furbo Giuliano Ferrara – e moltissimi con lui – non osano fare: chiamare assassine le donne che abortiscono. D’altra parte, se ammazzi qualcuno come vuoi che ti chiamino?

L’iconografia di queste marce è sempre sbagliata per eccesso: si parla di aborto ma a guardarti e intenerirti dai manifesti c’è un neonato, a volte anche di alcuni mesi. Ci sono molte scritte con richieste dalla parte dell’embrione: non mi abortire, non mi uccidere, fammi nascere.

Alla marcia di domenica c’è anche stata anche una canzone dal punto di vista dell’abortito: “Non ti avrei delusa”. Non ti avrei delusa, madre, se tu non avessi preso quella sconsiderata decisione di abortire. Una versione perfino più molesta della Lettera a un bambino mai nato di Oriana Fallaci.




Domenica le novità erano principalmente due rispetto alla marcia romana del 2013: dei fetini di plastica (ne ho comprati quattro, uno l’ho regalato e gli altri tre stanno nella mia borsa) e una spilletta a forma di piedini di un embrione di dieci settimane (Precious feet, “the exact size and shape of a 10-week unborn baby’s feet”, perché ovviamente sono bambini, e che non siano ancora nati è un dettaglio di poco conto, la cosa importante è che sono bambini e i bambini non si abortiscono). Forse questa marcia era anche più cantata del solito (“Gesù Cristo è generale, solo lui deve regnare” con rullo di tamburi e “chi non salta non è di Gesù Cristo”), ma non sono sicura.

La vincitrice della giornata è stata senza dubbio una ragazza con il cartello “L’utero è mio e decide Dio”, uno slogan che andrebbe benissimo se si limitasse a parlare del suo utero, ma i marciatori per la vita ambiscono sempre alla legge universale e a decidere per gli uteri di tutte le altre.

Non c’è niente da fare, con gli slogan sono bravi. Con le argomentazioni se la cavano molto male, ma che importa?

Il mio bottino personale alla fine della giornata, oltre ai fetini e alla spilletta con i piedi, è fatto di alcuni santini, due numeri di Notizie ProVita, bigliettini vari. “Per quelle che subiscono l’aborto volontario”, mi ha detto la tipa che mi ha consegnato un pacchetto di una decina di biglietti di La Vigna di Rachele, metà verdi con un fiore e la scritta “per ritrovare la speranza dopo l’aborto” e metà bianchi con una farfalla viola e la scritta “un ritiro spirituale per rinascere dopo l’esperienza dell’aborto”.




Dopo l’appropriazione della “vita”, ecco un’altra mossa geniale. Gli stessi antiabortisti hanno capito che la difesa dell’embrione e del suo presunto diritto di nascere non è abbastanza per fermare l’aborto. Le donne continuano ad abortire, perfino quelle che il giorno prima erano a qualche picchetto contro l’aborto (così come le mogli, le sorelle, le amanti, le amiche degli obiettori di coscienza o gli obiettori stessi se sono donne, cioè obiettrici). E allora ultimamente stanno puntando su un argomento paternalistico, falso e fallace: non ti dico di non abortire perché quello che non vuoi far nascere è in realtà una persona, ma perché se abortirai starai male per sempre.

Nel sito di La Vigna di Rachele ci sono molti esempi. L’aborto fa male alle donne e le parole sono paternalisticamente minacciose: “Molte donne in tutto il nostro paese e all’estero hanno provato difficoltà in seguito all’aborto. […] Oltre il lutto emozionale che vive la madre abortiva, anche il corpo della donna che è stata incinta e ha abortito ha bisogno di molto tempo per tornare alla normalità. Il corpo in un certo senso possiede una “memoria”. […] La perdita di un figlio, anche per aborto ‘volontario’, non è un evento cancellabile. Bisogna attraversare il lutto, non evitarlo”.

L’invenzione della cosiddetta sindrome postabortiva è l’ultima mossa del fronte ultraconservatore. Si nutre del silenzio e della vergogna spesso associati all’aborto, e viene alimentata non solo dagli estremisti, ma da tutti i tiepidi e i pavidi, dai “per fortuna a me non è successo”, dai “sì, deve essere legale ma è comunque sempre un trauma” (e l’aborto non viene nemmeno nominato), dalla ritrosia nel parlare di aborto, dall’ossessione sempre più diffusa di vedere colpe dove non c’è che la possibilità di scegliere. O almeno, dove dovrebbe esserci la possibilità di scelta e invece c’è un giudizio ipocrita e la presunzione di sapere quale sia il nostro bene.

Internazionale, 12 maggio 2015.