giovedì 19 marzo 2015

Ma qualcuno ha mai parlato con le madri surrogate?

La maternità surrogata è da sempre uno degli argomenti moralmente più controversi, ma in alcuni momenti sembra esserci una specie di tempesta tropicale e la quantità di persone coinvolte in discussioni furibonde aumenta. Il risultato non è, in genere, un chiarimento o un avanzamento nella discussione, ma una sfiancante lotta a chi è più ostinato e a chi urla di più.

Molto spesso le presunte obiezioni sono: “e le donne armene (o indiane)?”, ovvero le donne che presumiamo essere abusate e sfruttate e in molti casi lo sono. Non stiamo parlando di questo. Invocare un abuso per condannare una pratica è come usare i divorzi per condannare i matrimoni o una gamba rotta per vietare lo sci.

L’abuso è da condannare e non è patrimonio della surrogacy.

Un altro aspetto ricorrente è parlare al posto di, senza aver pensato di parlare con le dirette interessate. Mai. Lo fa oggi meravigliosamente Aldo Busi sul Corriere della Sera (Fecondazione e gay, quel debito da ripagare alle madri surrogate).

Le donne che portano avanti la gravidanza per qualcun altro sarebbero, secondo Busi, “tutte delle martiri, seppure consenzienti […] vittime di traumi d’infanzia ai quali ora si assommava quello estremo di ridursi a insulse mammifere di cuccioli separati dalla loro vita e dal loro presente al taglio stesso del cordone ombelicale”.

Tutte, indistintamente. Non quelle obbligate o ricattate (quelle sarebbero vittime davvero), ma tutte. D’altra parte non possono mica scegliere per davvero, sono otarie rintronate e con il sistema nervoso centrale corroso dalla salsedine.

Visto il tripudio di giraffe e cuccioli di animali, Busi avrebbe potuto almeno ricordarsi del tacchino induttivista. Ma niente, il tacchino non gli piace.

E ancora: “Puerpere orbate dalla nascita per una scelta che a me sembrava frutto di una coercizione e di una violenza di vastissima e insondabile, tenebrosa, funebre profondità”. Seguono i vari richiami al contronatura e al buonsenso (il buonsenso è un concetto forse ancora più fallato e ambiguo del “contronatura” e della “tradizione”).

Wired, 17 marzo 2015.