mercoledì 18 marzo 2015

Dolce e Gabbana e la finta famiglia naturale

Non c’è bisogno di scomodare l’omofobia o la libertà per commentare la polemica scoppiata dopo l’intervista rilasciata da Dolce e Gabbana al settimanale Panorama. Siamo su un piano molto, molto più elementare. Più o meno intorno alla conoscenza della lingua italiana.

I passaggi più notevoli dell’intervista, intitolata “Viva la famiglia (tradizionale)”, sono due.

Il primo si trova nella risposta alla domanda “Che cos’è la famiglia
 per Dolce&Gabbana?”: “Dolce: ‘Non abbiamo inventato mica noi la famiglia. L’ha resa icona la sacra famiglia, ma non c’è religione, non c’è stato sociale che tenga: tu nasci e hai un padre e una madre. O almeno dovrebbe essere così, per questo non mi convincono quelli che io chiamo i figli della chimica, i bambini sintetici. Uteri in affitto, semi scelti da un catalogo. E poi vai a spiegare a questi bambini chi è la madre. Ma lei accetterebbe di essere figlia della chimica? Procreare deve essere un atto d’amore, oggi neanche gli psichiatri sono pronti ad affrontare gli effetti di queste sperimentazioni’”.

Il riferimento iniziale all’invenzione aveva fatto ben sperare, ma ecco subito dopo il congelamento nella sacralità, nel Modello Unico. E poi, in linea con le farneticazioni dell’“ideologia del gender”, Dolce confonde la necessità biologica di un gamete maschile e uno femminile con i ruoli genitoriali, che non c’entrano con il sesso e non c’entrano nemmeno con l’identità di genere: la genitorialità non coincide con la genetica e i ruoli genitoriali (come quello di uomo e donna) cambiano nel tempo e nello spazio.

I figli della chimica che cosa sarebbero? Dolce non ha la minima idea di cosa siano le tecniche riproduttive e sembra vedere fantasmi dove non c’è che una possibilità per rimediare all’incapacità di riprodursi (la chimica non è intrinsecamente il male, poi. Dobbiamo davvero ricordarlo?). E i bambini sintetici cosa sarebbero? Una specie di bambolotto che piange per farti esercitare al mestiere di genitore?

Andiamo avanti. Dopo aver liquidato la maternità surrogata e affidando un potere dimostrativo inesistente all’espressione del suo disprezzo (“uteri in affitto, semi scelti da un catalogo”), si passa di nuovo a scambiare la madre genetica con chi crescerà il figlio, dimenticando anche che l’adozione si basa sulla stessa idea. Si può crescere bene qualcuno con cui non condividiamo il patrimonio genetico; si può crescere male o malissimo il nostro figlio genetico. Anche i genitori single devono avere qualcosa che non va secondo la sua visione. Quali psichiatri ha conosciuto Dolce? E di quali sperimentazioni parla? Sembra un tema di quarta elementare di un bambino terrorizzato da ombre lontane che nessun altro vede.

Internazionale, 16 marzo 2015.