martedì 18 novembre 2014

Perché gli uomini non possono parlare di aborto



Discussione | Perché non ha senso escludere dalle discussioni e dalle decisioni sull'interruzione di gravidanza chi non può avere figli

Un gruppo di studenti “per la vita”, Oxford Students for Life, ha organizzato un incontro sull’aborto. O meglio su quanto la “cultura dell’aborto” sia un segno della decadenza dei tempi. Sono contrari, da buoni prolife, alla legalizzazione dell’interruzione volontaria della gravidanza, considerata come il più atroce dei delitti.
L’incontro e gli slogan per promuoverlo fanno arrabbiare un po’ di persone. Tra queste, WomCam ha criticato anche che a parlare di aborto fossero due uomini. Il gruppo di femministe ha scritto: “è assurdo pensare che dovremmo ascoltare due uomini cisgender discutere su cosa le persone con un utero dovrebbero fare con i loro corpi, […] persone che non si troveranno mai ad aver bisogno di abortire”.
L’incontro non si svolgerà più, e l’inutilità delle discussioni (spesso solo apparenti) sull’aborto è dimostrata per l’ennesima volta. Su una barricata c’è chi urla “abortire è il peggiore degli omicidi!”, sull’altra chi domanda con indignazione “come puoi tu uomo parlare di aborto?”.
Ovvero, come puoi tu che non potrai mai trovarti ad abortire avere qualcosa da dire? Questa convinzione è tra le più perniciose e sbagliate che si possano immaginare (che la decisione non possa che essere della diretta interessata è una premessa che qui diamo per scontata).
Emotivamente funziona, ma razionalmente è il sintomo di un disastro argomentativo di fronte al quale viene voglia di rassegnarsi. Somiglia ai litigi delle scuole medie. È la stessa idea che sta sotto l’ingenua convinzione che solo se sei nero puoi parlare di neri, se sei donna di donne, se sei bionda di bionde; che l’esperienza – qualsiasi cosa significhi – e il vissuto personale (siamo a un passo da “sii te stessa”) siano più importanti del saper ragionare. Una visione claustrofobica e caricaturale delle premesse necessarie e sufficienti per affrontare una discussione che sia davvero tale (e non, appunto, apparente).
Il guaio è che essere donna non è una competenza, non ci assegna intrinsecamente nulla – se non due cromosomi X (quasi sempre) e alcuni caratteri sessuali primari e secondari. Forse la pelle più liscia.
Essere donna non ci rende più sveglie o più in grado di difendere il diritto di scegliere cosa fare del nostro corpo. Avere un utero potenzialmente fertile non ci rende capaci di esprimere pareri solidi e sensati sull’aborto e su nient’altro. Tirare fuori questo preteso strumento è un plateale errore. Ci sono molte donne che dicono imperdonabili sciocchezze riguardo all’aborto, ci sono uomini che hanno scritto pagine memorabili (e viceversa, ovviamente – è proprio questo il punto). Poter rimanere incinte non è una condizione necessaria per partecipare al dibattito sull’aborto. Dovremmo forse escludere anche le donne sterili e quelle nate senza utero?
Insomma, se non si può non essere d’accordo con Loni Love quando scriveva nel gennaio 2013 che “se gli uomini restassero incinti gli aborti starebbero su Groupon”, non è prudente escluderli a priori dalla discussione sull’aborto considerando quanto sia mal ridotta e quanto sia rischioso ridurre l’aborto a “una questione di donne tra donne in quanto donne”.

Pagina 99, 18 novembre 2014.