martedì 4 novembre 2014

Brittany Maynard, il diritto dell’eutanasia



Libertà | La donna di 29 anni se ne è andata con dignità sabato scorso, secondo la legge dell’Oregon. Una scelta individuale che non ha a che fare col bene e il male. Questo articolo è uscito su pagina99we il 1 novembre 2014 insieme a un’inchiesta sulle possibilità della morte assistita in Italia 

Di eutanasia non si deve parlare. Magari si può praticarla – soprattutto se hai i contatti giusti o se hai la fortuna di incontrare un medico più incline ad ascoltarti che a rivendicare la sacralità della vita (la tua, diventata per te intollerabile) –, ma rivendicarla come un diritto, no, non sta bene. La si relega, intenzionalmente, in quel dominio di temi eticamente sensibili in cui tutto deve rimanere fermo e ingabbiato in espressioni nebbiose o in contraddizioni insanabili. A cominciare dal nome: dovremmo parlare di diritti più che di “temi eticamente sensibili” (che espressione inutile!). E dovremmo ricordarci di menzionare la libertà individuale.

Perché l’eutanasia non è che un’espressione di un principio semplice e difficile da contestare: sulla mia salute e sulla mia vita devo decidere io. E chi potrebbe farlo al mio posto, anche se con la scusa paternalistica del mio miglior interesse? Può forse essermi imposto, il mio interesse, in nome del fatto che non sarei in grado di decidere? A volte accade, ma per questi scenari è previsto il trattamento sanitario obbligatorio: situazioni in cui non siamo in grado di intendere e di volere o in cui potremmo costituire un pericolo per gli altri (come nel caso delle malattie infettive). Estendere tale impossibilità a tutti sembra davvero eccessivo. E sarebbe molto difficile sostenere che Brittany Maynard non sia nel pieno delle facoltà mentali e non sia in grado di capire le conseguenze della sua scelta – come sarebbe stato difficile sostenerlo per Piergiorgio Welby o Giovanni Nuvoli.

L’eutanasia confina con la sospensione dei trattamenti o con la decisione di non avviarli anche qualora questa decisione comporti la morte. L’eutanasia confina anche con la sedazione totale – consentita in Italia – irreversibile e tanto profonda da eliminare la coscienza. Confina cioè con diritti già esistenti e moralmente affini.

L’eutanasia di cui parliamo oggi, inoltre, non ha nulla a che fare con fantasmi nazisti o con una gerarchia di valori assoluti. L’eutanasia di cui parliamo oggi dovrebbe garantire, a chi non vuole più vivere in condizioni che giudica insopportabili, di poter scegliere per sé e senza implicare che qualcun altro dovrebbe compiere la medesima scelta. Né che le vite di altri in condizioni analoghe siano senza valore. È una decisione che ognuno dovrebbe poter prendere sulla propria vita. Infine, come sempre accade, una maggiore libertà garantisce a chi non la vuole la possibilità di liberarsene, di delegarla, di rinnegarla. Al contrario, la presunzione di imporre agli altri come vivere umilia le differenze individuali, e rende l’esercizio del nostro libero arbitrio una vuota caricatura.

Sarà possibile, prima o poi, parlarne in modo razionale? Quanto accaduto in passato sulle direttive anticipate di trattamento è abbastanza scoraggiante, ma domani è un altro giorno.

Pagina 99, 3 novembre 2014.