martedì 14 ottobre 2014

Brittany Maynard e il diritto di morire


Brittany Maynard ha 29 anni e un glioblastoma – ovvero uno dei tumori più aggressivi e meno trattabili. Ha deciso di morire tra meno di un mese. Non vorrebbe morire, ma la sua malattia le ha concesso poco spazio e poco tempo e Maynard non vuole lasciare che il tumore le mangi il cervello, non vuole rischiare di soffrire dolori inutili e difficilmente gestibili. Non vuole rischiare di vivere gli ultimi giorni in una condizione che lei giudica – per se stessa – non dignitosa. Non vuole morire, insomma, come il cancro la farebbe morire. “Voglio morire alle mie condizioni”, ha detto.

Chi ha il diritto di imporle una scelta diversa? Chi, meglio di lei, può decidere se e come avere a che fare con una diagnosi tanto spaventosa e con una patologia con sintomi tanto invadenti? Il suo video ha suscitato molte reazioni, tanto che Maynard ha aggiunto una nota al sito della sua fondazione (A Note from Brittany): non ho lanciato questa campagna perché volevo attenzione, ha scritto, ma l’ho fatto perché vorrei che tutti avessero la possibilità di morire con dignità. Sono fortunata perché ho una famiglia straordinaria e degli amici meravigliosi, e spero che tutti voi porterete avanti questa battaglia. (Sottotitoli: “avere la possibilità” non significa che tutti quelli con la stessa patologia dovrebbero scegliere come Maynard; scegliere vuol dire che ognuno dovrebbe poter fare come preferisce).

Tra le reazioni c’è stata anche la lettera di una donna, Kara Tippetts. Tippetts ha 36 anni, 4 figli e un tumore terminale. “Sto morendo anche io, Brittany”, le ha scritto. Le ha anche scritto che la sofferenza non è assenza di bontà e bellezza, ma “forse potrebbe essere il posto in cui la vera bellezza può essere conosciuta”.

Scegliendo di morire (o meglio, di morire un po’ prima della malattia e senza arrivare a soffrire fisicamente e psichicamente dolori che Maynard non vuole patire), secondo Tippetts, Maynard priverebbe quelli che la amano di questi momenti di “tenerezza”, della opportunità di conoscerla negli ultimi momenti e di amarla negli ultimi respiri.

D’altra parte – dalla prospettiva di Tippetts – non possiamo scegliere quando morire. Dobbiamo tollerare quello che viene (perché potremmo invece provare a curarci e non accettare davvero tutto quello che viene – malattie comprese – rimane un mistero; certo, la Vita, in questa prospettiva più che un dono è una condanna cui non ci si può sottrarre, un regalo che non ci piace più e che non possiamo riciclare – non più un diritto, ma un brutale dovere). Se hai fede in Gesù, la morte scolora, non è quasi più tale.

Non solo: secondo Tippetts a Maynard è stata raccontata una bugia. “Una orribile bugia, che la tua morte non sarà bellissima. Che la sofferenza sarà troppo grande”. Tippetts implora Maynard di lasciar stare, di non prendere quei farmaci per morire. “La tua morte non sarà facile, ma non sarà priva di bellezza”, la rassicura.

E soprattutto, Gesù ti ama. “Ti ama. Ti ama. È morto di una morte orribile sulla croce in modo che tu potessi conoscerlo oggi e che noi potessimo vivere e morire insieme a lui”. E se lui ha affrontato la sua morte, possiamo (leggi dobbiamo) farlo anche noi, no? Prima di decidere di ingollare quelle pillole portatrici di morte, dovremmo chiederci chi è Gesù e che cosa avrebbe a che spartire con la nostra morte. Ah, Tippetts ha anche scritto un libro sul vivere fino all’ultimo respiro. Si intitola The Hardest Peace. Non penserete mica che sia facile? Ma il vero amore è vivere, il vero coraggio sta nel soffrire.

“Prego che le mie parole ti arrivino. Prego che arrivino a tutti quelli che hanno ascoltato la tua storia e che stanno credendo alla bugia che soffrire è un errore, che morire non è da impavidi, che scegliere la nostra morte è la storia coraggiosa. No – anticipare la morte non è mai stato nelle intenzioni di Dio”.

Tippetts ha, ovviamente, diritto di morire come vuole. Ma anche Maynard dovrebbe avere la stessa possibilità. Ed è proprio per questo che è importante – sarebbe importante – garantire tutte le scelte possibili, perché siamo fatti diversamente, crediamo in cose diverse, abbiamo una tolleranza cangiante al dolore e alla paura, abbiamo anche corpi che reagiscono diversamente alla stessa condizione clinica.

Se Tippetts vuole soffrire, può farlo. In tutto il mondo, e con molte pacche sulle spalle. Se Maynard vuole morire – anticipare di poco la sua morte, causata dalla malattia e non dal suo desiderio di uccidersi – può invece farlo solo in alcuni paesi. In pochissimi al mondo in realtà. E spesso deve pure sentirsi le prediche di chi vorrebbe insegnare agli altri come vivere e come morire, svelare le “bugie” e imporre consigli. Anche quando è rimasto loro davvero poco tempo e, forse, sarebbe meglio impiegarlo non a fare prediche non richieste.

Immagino che Maynard abbia valutato la possibilità di lasciare che sia la malattia a decidere. Immagino che abbia valutato Gesù e Dio e qualche altro impossibile miracolo: “amen, mea culpa e miserere, ma neanche un cane che sia risorto”. E poi ha deciso. Il paternalismo è davvero una tentazione irresistibile.

Pagina99, 13 ottobre 2014.