sabato 18 ottobre 2014

Aborto e obiezione di coscienza, presentata la relazione del ministero



Sanità | La relazione del ministero della Salute sulla legge 194 riconosce la contrazione del numero di interruzioni volontarie ma denota la neutralità sul tema dell'obiezione di coscienza, che rimane diffusissima. Record in Molise con il 90% di medici obiettori

Il ministero della Salute ha presentato la relazione sulla 194. Come si può leggere dalla sintesi sul sito: “Si conferma la tendenza storica alla diminuzione dell’interruzione volontaria di gravidanza (IVG) in Italia: nel 2013 sono state notificate 102.644 IVG, con un decremento del 4.2% rispetto al dato definitivo del 2012 (107.192 casi)”. Il tasso di abortività è di 7,6 per 1000, con un decremento del 3,7% rispetto al 2012 (7,9). Il rapporto di abortività è di 203,8 per 1.000 rispetto al 203,1 del 2012: essendo questo il numero delle IVG in relazione ai nati vivi, l’aumento deriva dal fatto che i nati vivi del 2013 sono meno rispetto al 2012 (ISTAT: 503.745 vs 527.770). È stabile l’alta percentuale delle donne straniere (34%) e la bassa percentuale, invece, dell’aborto tra le minorenni: 4,4 per 100 rispetto al 4,5 del 2010 (è il dato più basso d’Europa).

La questione più controversa è sempre la stessa: l’obiezione di coscienza. Non solo perché le percentuali sono molto alte – ma a questo siamo abituati – ma perché nulla è stato fatto e nulla sembra essere nelle intenzioni di chi dovrebbe garantire un servizio. La ricognizione dettagliata del fenomeno non è che la fotografia di quanto accade, necessaria ma non sufficiente. Non è stato nemmeno redatto un registro degli obiettori e le percentuali espresse tanto genericamente nascondono l’esistenza di strutture in cui un solo medico non è obiettore (per non parlare di quelle in cui il reparto IVG proprio non c’è).

“In generale sono in diminuzione i tempi di attesa, pur persistendo una non trascurabile variabilità fra le regioni. Il primo monitoraggio capillare sui punti IVG e l’obiezione di coscienza, effettuato su tutto il territorio dall’approvazione della L.194/78, conferma quanto osservato nella precedente relazione al parlamento: su base regionale non emergono criticità nei servizi di IVG. In particolare, emerge che le IVG vengono effettuate nel 64% delle strutture disponibili, con una copertura soddisfacente, tranne che in due regioni molto piccole”.

Il 64% delle strutture pubbliche? Non sembra qualcosa di cui essere fieri. Ricordiamo che la legge 194 permette l’obiezione personale e non di struttura: “Gli enti ospedalieri e le case di cura autorizzate sono tenuti in ogni caso ad assicurare l'espletamento delle procedure”. Il 36% delle strutture si sottrae dunque illegalmente dal garantire l’IVG? La “non trascurabile variabilità” significa che la garanzia del servizio è gravemente eterogenea, e che a volte le liste di attesa e l’assenza del personale comportano difficoltà rilevanti o addirittura l’impossibilità di ottenere una IVG.


Il Molise – una delle due regioni “molto piccole” – ha il 90,3% di ginecologi obiettori di coscienza. Ovviamente non basta la percentuale per regione per rendersi conto della effettiva garanzia del servizio. Sarebbe molto utile conoscere i dati per ogni struttura. Tra le regioni con dati più alti troviamo poi la Basilicata (89,4), la Sicilia (84,5) e poi il Lazio, la Campania e l’Abruzzo (tra 81,9 e 81,5). In queste regioni tra gli 8 e 9 ginecologi su 10 non eseguono IVG.

Quanto al Lazio, i dati raccolti dalla Laiga - Libera Associazione Italiana dei Ginecologi per l’Applicazione della legge 194 – segnalano uno scenario peggiore di quello ufficiale: in 10 strutture pubbliche su 31 (esclusi gli ospedali religiosi e le cliniche accreditate) non si eseguono interruzioni di gravidanza; il 91,3% dei ginecologi ospedalieri è obiettore; in 3 province su 5 (Frosinone, Rieti, Viterbo) non è possibile eseguire aborti tardivi, cioè quelli dopo il primo trimestre (dati 2012).

Sono alte anche le percentuali tra gli anestesisti e il personale non medico. È insoddisfacente, ai fini dell’effettiva applicazione, anche il rapporto nazionale tra settimane lavorative e numero di IVG:

“considerando le IVG settimanali a carico di ciascun ginecologo non obiettore, ipotizzando 44 settimane lavorative in un anno, a livello nazionale ogni non obiettore ne effettua 1.4 a settimana, un valore medio fra un minimo di 0.4 (Valle d’Aosta) e 4.2 (Lazio). Il numero dei non obiettori nelle strutture ospedaliere risulta quindi congruo rispetto alle IVG effettuate”.

Un dato in particolare viene trattato come se fosse del tutto normale: “Il numero degli obiettori di coscienza nei consultori (...) è sensibilmente inferiore rispetto a quello registrato nelle strutture ospedaliere”.

Nei consultori non si eseguono le IVG e quindi l’omissione di servizio sembra davvero ingiustificabile. Nei consultori, al più, un obiettore si trova a dover certificare la gravidanza in corso. È ammissibile che si rifiuti?

È recente la decisione del TAR del Lazio sulla contraccezione d’emergenza (pillola del giorno dopo): non esiste la possibilità di obiettare su questo, ma la questione della certificazione della gravidanza rimane ambigua. Perché la legge 194 permette di fare obiezione di coscienza? Storicamente perché chi aveva scelto una certa professione l’aveva fatto in assenza di questo servizio. Nel 1978 sarebbe stato ingiusto aggiungere l’IVG tra i doveri professionali. Oggi potrebbe essere diverso: visto che l’IVG è un servizio garantito da una legge, se scegli di fare il ginecologo dovresti prenderti in carico tutti i servizi e non solo quelli che ti piacciono. Tuttavia, almeno sulla certificazione potremmo essere tutti d’accordo: non rientra tra le “attività specificamente e necessariamente dirette a determinare l’interruzione della gravidanza” (articolo 9, legge 194). La stessa domanda dovremmo farcela nel caso degli anestesisti e del personale non medico: su cosa stanno obiettando?

“La richiesta di certificato prelude alla decisione della donna di interrompere la gravidanza. Fornirlo ci renderebbe complici di un atroce delitto”. Questa la consueta difesa degli obiettori. Ma ci sono due problemi. Primo, è difficile stabilire dove si ferma la catena di complicità morale e, dunque, dove tracciamo la linea oltre la quale obiettare diventa una scusa inammissibile. Secondo, la certificazione si limita, in realtà, a certificare uno stato di fatto. Che il passo successivo sia nella maggior parte dei casi una IVG non ha il potere di trasformare il certificato in una attività “specificamente e necessariamente dirette a determinare l’interruzione della gravidanza”. Il terzo problema potrebbe essere lo statuto dell’embrione e il giudizio morale della IVG, ma qui non si intravede la possibilità di estinguere la discussione.

È buffo perché ci sono moltissimi obiettori di coscienza che eseguono diagnosi prenatali e che quando qualcuno chiede loro: “perché le fate, non sapete che le donne fanno determinate analisi per poi abortire?”, rispondono “ma noi diamo solo informazioni!” (le donne che non abortirebbero mai difficilmente fanno esami prenatali). Perché non vale allora per la certificazione?

La coscienza, negli ultimi anni, è diventata una comoda scusa per sottrarsi a doveri professionali considerati spiacevoli, immorali, poco utili per la crescita professionale, noiosi. Eseguire IVG, in effetti, può essere ripetitivo e poco esaltante. Soprattutto se diventa la tua attività principale perché nel tuo ospedale tutti gli altri sono obiettori di coscienza.

Pagina 99, 17 ottobre 2014.