sabato 6 settembre 2014

Via libera delle Regioni alla fecondazione eterologa, ma il ritardo è ingiustificabile



Diritti | Ieri approvazione all’unanimità delle linee guida. Dopo la sentenza della Corte Costituzionale è un altro passo avanti. Quello che è ancora poco chiaro è il perché di tutta questa lentezza

Ieri le Regioni hanno approvato all’unanimità la «Proposta di documento per il confronto sulle problematiche relative alla fecondazione eterologa a seguito della sentenza della Corte costituzionale nr. 162/2014». Dopo la fine del divieto della tecnica anche l’attesa sembra essere arrivata al termine. Mancano le delibere regionali per le autorizzazioni dei capitoli di spesa, ma l’applicazione della tecnica dovrebbe essere vicina.
Il documento sottoscritto dalle Regioni sancisce un limite di età per i riceventi, un massimo di 10 nati per donatore, la doverosa omogeneità del colore della pelle tra genitori e figli, la possibilità per il nato, compiuti i 25 anni, di chiedere l’identità del donatore. A questo si aggiungono i criteri di accesso stabiliti dalla legge 40, cioè “coppie di maggiorenni di sesso diverso, coniugate o conviventi, in età potenzialmente fertile, entrambi viventi” (articolo 5).
La storia della cosiddetta fecondazione eterologa è una storia sfortunata. A cominciare dal nome, oppresso da questo senso di estraneità: «eterologa» è un aggettivo che deve certamente rimandare a qualcosa di sospetto, a qualcosa che non va – e invece non è altro che la donazione di un gamete quando una persona non ne ha (più). Può succedere per una menopausa precoce o in seguito a una chemioterapia. È una risorsa offerta dalla tecnologia medica, un rimedio all’impossibilità di concepire un figlio. Uno strumento che nulla dovrebbe avere a che fare con la libertà di provare a essere genitore: se ti serve la fecondazione omologa sì, se invece hai bisogno di quella eterologa no, non sta bene.
Nel 2004, senza ragioni razionali e intelligibili, la legge 40 l’ha infatti vietata. Non sembra però aver nemmeno preso sul serio questo divieto, perché lo stesso testo normativo che ha definito fuori legge l’eterologa non ha previsto sanzioni per chi vi faceva ricorso altrove. E certo è meglio così, ma è una spia della tenuta complessiva della legge 40.
Finalmente, dopo 10 anni, il 9 aprile 2014 la Corte ha dichiarato incostituzionale il divieto. Tutto bene in teoria, meno nei fatti. Eliminato il divieto siamo infatti scivolati in una palude di rimandi e scuse.
Dalla sentenza della Corte non c’è alcun ostacolo giuridico all’applicazione dell’eterologa e i centri PMA possono ricominciare a offrirla. Ma tra le accuse di «vuoto legislativo», la «necessità di una nuova legge» (“È un bene che le Regioni trovino un accordo sulla fecondazione eterologa, ma una legge è necessaria” ha ripetuto Beatrice Lorenzin per l’ennesima volta) o i redivivi fantasmi di tradimento genetico e di violazione dei diritti dei nascituri, il tempo è passato.
Ieri le Regioni hanno approvato il documento unitario, e questo è un segnale senza dubbio positivo. Però rimane l’ingiustificabile e ulteriore tempo che è trascorso dal 9 aprile, che si somma ai 10 anni, e il mancato aggiornamento delle Linee guida nazionali, ferme alla versione del 2008. Le Linee guida dovrebbero essere aggiornate ogni 3 anni. Siamo dunque doppiamente in ritardo. Le Linee guida sono responsabilità del Ministero della salute, la cui indecisione appare davvero eccessiva.
Perché ancora non sono state aggiornate? Esistono delle ragioni finemente strategiche per procrastinare? È un modo per ritardare ulteriormente la disponibilità di una tecnica negata per anni incostituzionalmente? Chissà qual è il costo economico di tanti anni di attesa e di impossibilità, non solo meramente economico, e perché da parte del Ministero non c’è una risposta che possa essere considerata tale.

Pagina 99, 5 settembre 2014.