domenica 27 luglio 2014

La madre di Cristiano Ronaldo e la fallacia dell’anti-abortista



Paradossi | La madre del campione rivela che trent’anni fa pensò all'interruzione della gravidanza. E aggiunge che avremmo perso un fenomeno dello sport. Ma è un errore crederlo. In sostanza, è sbagliato pensare che l’embrione di CR7 sia identificabile completamente col CR7 pallone d’oro e star del Real Madrid

Cristiano Ronaldo/CR7 scampa all’aborto: la madre voleva interrompere la gravidanza. Così titolava Il Sussidiario qualche giorno fa. E in modo analogo molti altri: “Ronaldo shock, la mamma: “‘Cristiano non doveva nascere’” (Today, 19 luglio), “Cristiano Ronaldo non sarebbe dovuto nascere. La madre voleva abortire per problemi di soldi” (Tempi, 18 luglio) oppure “La madre di Cristiano Ronaldo: ‘Cercai di non farlo nascere’” (Corriere della Sera, 19 luglio).‎
L’occasione della rivelazione è la pubblicazione in Portogallo della biografia della madre di Ronaldo intitolata Madre coraggio (sic). La morale sembra essere: vietare l’aborto è giusto e doveroso. Perché? Ma perché altrimenti non ci sarebbe Ronaldo (“scampa all’aborto”), niente pallone d’oro, niente patrimonio milionario.
La fallacia è molto comune. Gioca sulla confusione tra persone esistenti e persone che potrebbero esistere e usa come premessa quanto dovrebbe dimostrare: che dal momento del concepimento esisterebbe una persona. È usata spesso nei casi di interruzione della gravidanza dopo la scoperta di una patologia fetale.
Nell’estate del 2012, per esempio, il cappellano James Parker ha condannato l’ipocrisia e la contraddizione di celebrare gli atleti con una disabilità – erano in corso le paralimpiadi di Londra – e i test prenatali. La presunta dimostrazione di Parker era la seguente: se quegli atleti fossero concepiti oggi sarebbero probabilmente abortiti (“L’ipocrisia che festeggia le paralimpiadi e i test prenatali”, Tempi, 6 settembre 2012).
In modo simile aveva commentato Cristina, suora laica e affetta dalla sindrome di Down: “‘Meno male che sono nata nel ’72, altrimenti chissà che fine avrei fatto per l’amniocentesi...’” (“Che fine avrei fatto?”, Gli Invisibili, 4 maggio 2012).
Non esiste alcuna ipocrita contraddizione tra l’ammettere l’interruzione di gravidanza e la considerazione delle persone come tali, pur in presenza di una disabilità. Anita Pallara lo spiega bene nella sua lettera di qualche anno fa.
La fallacia mira a suscitare un’emozione così forte da spodestare la ragione: hai una persona esistente davanti a te e il controfattuale diventa illegittimamente ciò che non è. L’inganno sta nel pensare e nel commentare con in testa l’immagine di una esistenza cancellata, analoga alla morte di una persona cara.
Quell’esistenza, invece, non ci sarebbe mai stata in caso di un aborto. Per usare le parole di Cristina: non avendo avuto alcun inizio, non avrebbe fatto alcuna fine. Non sarebbe mai nata e mai esistita. Alle persone inesistenti non può capitare nulla. A meno che non si affaccino all’esistenza, ma se rimangono nel dominio della non esistenza non hanno nulla da temere. L’argomento fallace viene usato anche per l’aborto in generale.
Come la madre di Ronaldo, la madre di Justin Bieber aveva raccontato i suoi dubbi sul portare avanti la gravidanza (“Justin Bieber’s Mom: Pregnant at 17, Advised to Abort”, patheos, 18 settembre 2012). Per poi commentare: per fortuna non ho abortito Justin – famoso e miliardario forse è un’aggiunta o un’esagerazione dei media (il concetto torna anche nel caso di Ronaldo: “Non mi volevi e ora mantengo io la famiglia”, come se la sola sacralità della vita in fondo non bastasse e facesse più effetto l’aver abortito qualcuno ricco e famoso di uno sconosciuto con le bollette del gas non pagate).
Il nonsense, reso esplicito o lasciato sotterraneo, sta nell’idea che si possa usare l’esistenza di oggi come dimostrazione che l’aborto sia un omicidio. E perciò moralmente riprovevole e da vietare.
Vent’anni fa la madre di Bieber non avrebbe abortito Bieber, ma un embrione che solo oggi è Bieber. Trent’anni fa la madre di Ronaldo non avrebbe abortito Ronaldo, ma un embrione che solo oggi è Ronaldo.

Pagina 99, 26 luglio 2014.

lunedì 21 luglio 2014

La strana voglia di credere nell’astrologia


«Pensate che l’astrologia sia una scienza, abbia qualcosa di scientifico o sia pseudoscienza?». Meno del 50% degli americani ha risposto che non ha niente a che vedere con la scienza, il resto è disposto ad attribuirle una qualche attendibilità (Science and Engineering Indicators 2014). È un fallimento dell’educazione scientifica, oppure molti degli interpellati hanno confuso astrologia e astronomia? È un errore comune, che potrebbe essere spiegato anche con la difficoltà — forse non esclusiva dei profani — di tracciare un confine tra scienza e pseudoscienza. Ma c’è una questione più affascinante e non del tutto attinente al tema dell’ignoranza scientifica, come suggerisce Andrew Crumey sulla rivista «Aeon Magazine». La fiducia nell’astrologia si potrebbe considerare un sintomo di quanto sia difficile dismettere il pensiero magico, con l’ossessione che tutto ciò che ci accade abbia un senso misterioso.

Attribuire significati e finalità intrinseche è una tentazione in cui inciampano anche i più razionali: immaginarci al centro dell’universo ci impedisce di abbandonare del tutto le pseudoscienze, condannandoci a rimanere prigionieri del «non è vero ma ci credo». Quanto, dipende dalla nostra capacità di dominare il paradosso. Magari non consulteremmo un astrologo, come fece Nancy Reagan dopo l’attentato al marito. Ma potremmo non essere troppo distanti dalla posizione che lei assunse quando, domandandosi se fosse una delle ragioni per cui al suo Ronnie non capitò più nulla di simile, rispose: «Non credo fosse proprio per quello, ma non credo nemmeno che non lo fosse».

La Lettura, 6 luglio 2014.

giovedì 10 luglio 2014

Ogni libro parla di me



Per ogni libro che mi piace non so decidermi tra un secco “leggetelo” e la logorroica voglia di copiarne e incollarne tutte le parti che ho evidenziato senza bisogno di commenti.

Certi piccoli incidenti apparentemente banali, come quelli qui narrati, si prestano […] a corroborare visioni del mondo del tutto contraddittorie, inquietandone le fondamenta di una inconsistenza residuale che non smetterà di erodere ogni nostra pretesa saggezza”.
Se cercate consolazione o siete affezionati a un mondo dicotomico e rassicurante lasciate perdere. Non dite che Simone Lenzi non vi aveva avvertito, e non venite a lamentarvi se la vostra visione teleologica e salvifica - o ciò che ne resta - sarà frantumata dai (vostri) mali minori. Quelli che vi siete scordati perché sono stati sostituiti da questioni ben più serie. Cose da grandi. Io non ho seguito il consiglio e mi sono avventurata nelle (mie) “piccoli catastrofi esistenziali”. Ho addirittura ritrovato Chiara Lubich. Me l’aveva nominata qualcuno alla maturità, “sai chi è?”. Io ignoravo chi fosse e la Chiara diventata santa il tipo l’aveva usata per una mia omonima che veniva prima di me nell’alfabeto. Insisteva “avete lo stesso nome”, come se questo significasse qualcosa. Non che ne sappia di più di Lubich, ma ora c’è Google. E poi, a tanti anni di distanza, prendo “Beni terreni” come la risposta perfetta, di quelle che ti vengono in mente solo e sempre troppo tardi, che sono come i giochi comprati quando non li vuoi più.
Quindi non capirò mai perché, fra trenta anni, avrai l’impudenza di dirmi che sono ‘una bigotta senza cervello’. Fra trent’anni continuerò a non capire perché mi dici che sono ‘solo una stronza che fa la santa col culo degli altri’”.
Sono buona e non vi rovino la lettura di Bambi raccontandovi dove sia davvero finita la madre, la cui morte per una certa generazione è un male maggiore, altro che minore. La madre (di Bambi) uccisa dai cacciatori, la consapevolezza della morte se non ci avevi già pensato e pure quella dell’ingiustizia del mondo, le domande, l’imbarazzo dei genitori nel rispondere e le bugie peggiori di qualsiasi sgradevole verità. Qualcuno di voi si sarà di certo sentito rispondere: “la madre di Bambi è volata in cielo, tesoro, proprio come il nonno”.
La stessa goffaggine che c’è nella conferma che Babbo Natale non esiste, né la fatina dei denti, né il Coniglietto di Pasqua. Oppure nelle altre scuse balbettate, come quando ti regalano finalmente quello che desideri ma non è proprio come lo volevi tu. E ti disperi, ma i grandi ti diranno che “è un bel negretto”, che i bambini sono tutti uguali, che il colore della pelle non è importante. Eppure tutte le tue amichette “seviziano con amore” bambini di colore diverso. E anche se riesci a deglutire la delusione e a inventare storie romantiche e nobili giustificazioni, la realtà prima o poi verrà fuori, e il tuo Cicciobello non può non sapere per quale ragione è stato comprato. Ragione che nulla ha a che fare con intenti educativi e politiche infantili egualitarie. C’è poi il destino beffardo del figlio di mezzo, quello che è uguale al maggiore e alla piccola - “quanto è graziosa la piccola!” - perché i figli sono tutti uguali. “Che amori di bimbi. Certo, anche quello di mezzo”.
Mali minori, imbarazzi indelebili. Come quando Federica indossa il vestito di Sandokan - “Sandokì?” - con troppo ritardo. “A sei anni nessuno vive di ricordi”. La fine dell’arcadia naturalista, perché “bere un uovo è come baciare il culo di una gallina e il mattino comincia con l’odore di merda di vacca”. Poi ci sono anche i mali ancori più piccoli, quelli che a stento vedi a occhio nudo. I più strazianti di tutti. “Un vestito Lebole nuovo nuovo che gli va a pennello” o “quel primo lavoro appassionato e inutile che si fa da bambini e che altro non è se non il prototipo di tutti i lavori appassionati e inutili che faremo da grandi”. O comprare il polmone, dire che è per il gatto. Non ho più spazio e ancora molte righe evidenziate. Datemi retta, leggete Mali minori.

Il Mucchio, luglio-agosto 2014.