giovedì 5 giugno 2014

Tre genitori per un bebè, la nuova genetica e l’ordine naturale inesistente

Tre genitori per un embrione: ovvero, usare il DNA di 3 individui per evitare la trasmissione di patologie genetiche incurabili. Le patologie dei mitocondri – organelli che si trovano nelle cellule, dotati di un proprio genoma – passano dalla madre al figlio e i mitocondri di un’altra donna andrebbero a sostituire quelli materni responsabili della trasmissione. Potremmo chiamarla una donazione genetica o mitocondriale.

Se ne parla da un po’ di tempo e martedì è stato pubblicato un report della “Human Fertilisation and Embryology Authority” (Hfea) commissionato dal governo inglese. La ricerca procede bene e verosimilmente potrebbe essere utilizzata nel giro di un paio d’anni. Ma non mancano gli ostacoli morali e normativi. Gli ostacoli morali sono uguali ovunque, quelli normativi dipendono dai singoli paesi. In Gran Bretagna il no verrebbe dal divieto di modificare il dna. In Italia, lo scorso febbraio, lo scenario era il seguente: “La tecnica, l’unica che può evitare la trasmissione della malattia che è incurabile e spesso letale, in Italia non sarebbe applicabile per la legge 40. Lo scorso anno è stata oggetto di un dibattito pubblico in Gran Bretagna, al termine del quale il ‘chief medical officer’ Sally Davies ha annunciato che il governo potrebbe dare il via libera entro quest’anno, con i primi test nel 2015”.

Tuttavia, lo scorso aprile il divieto della cosiddetta fecondazione eterologa è stato giudicato incostituzionale: sarebbe quindi possibile ricorrere alla donazione “solo” mitocondriale come fosse una specie di donazione “speciale” di gameti (cioè di “fecondazione eterologa”)?
Rimane tuttavia il divieto dell’articolo 13, comma 3, b: ”ogni forma di selezione a scopo eugenetico degli embrioni e dei gameti ovvero interventi che, attraverso tecniche di selezione, di manipolazione o comunque tramite procedimenti artificiali, siano diretti ad alterare il patrimonio genetico dell’embrione o del gamete ovvero a predeterminarne caratteristiche genetiche, ad eccezione degli interventi aventi finalità diagnostiche e terapeutiche, di cui al comma 2 del presente articolo”.

Al di là degli eventuali divieti giuridici, potrebbe essere una buona occasione per provare a discutere di una tecnica ancora non disponibile, illudendoci che il tempo a disposizione sia usato bene e non sprecato in condanne apodittiche e scandalizzate reazioni di diniego preventivo.
C’è una parte fisiologica e, pare, ineliminabile di rifiuto verso quello che non ci è familiare: è successo con Louise Brown, con il treno, con le assicurazioni sulla vita, con il telefono – con ogni nuova tecnica, con ogni possibilità di varcare limiti e forzare confini. Ogni novità è percepita come una diavoleria da combattere, presagio di mali e spia di una ubris che prima o poi sarà per forza punita. C’è anche un fattore cronologico. Secondo Douglas Noel Adams sono 3 le regole delle nostre reazioni di fronte alla tecnologia (in Il salmone del dubbio):

1. Qualunque cosa esista nel mondo quando nasciamo, ci pare normale e usuale e riteniamo che faccia per natura parte del funzionamento dell’universo.
2. Qualunque cosa sia stata inventata nel ventennio intercorso tra i nostri quindici e i nostri trentacinque anni è nuova ed entusiasmante e rivoluzionaria e forse rappresenta un campo in cui possiamo fare carriera.
3. Qualunque cosa sia stata inventata dopo che abbiamo compiuto trentacinque anni va contro l’ordine naturale delle cose.

Se questo è l’atteggiamento più diffuso verso tutte le novità, quando riguardano terreni “sacri” come la riproduzione il corto circuito è garantito. Una possibilità che permette di evitare la trasmissione di una patologia grave rischia di essere considerata non più come risorsa medica e come una possibilità in più, ma come un’inammissibile violazione di chissà quale ordine naturale. Quello stesso ordine che siamo però disposti a violare ogni volta che ci fa male un dente o che ci rivolgiamo al chirurgo in caso di peritonite. Cosa ci sarebbe di immorale in questa tecnica? Che non vuol dire urlare “noi non lo faremmo mai!”, ma provare a spiegare per quale ragione qualcun altro non dovrebbe farlo. Mai.

Pagina 99, 5 giugno 2014.