sabato 21 giugno 2014

Riduzione del danno, le unioni civili secondo Renzi

Diritti | La politica dei piccoli passi del premier sembra funzionare. A settembre si discuterà il ddl sulle “civil partnership”, non prevede l'adozione per gay e lesbiche. Ma intanto è qualcosa

Il Lussemburgo approva il matrimonio per tutti. L’Italia discuterà di unioni civili durante il prossimo autunno. Il Lussemburgo è solo l’ultimo di molti paesi – europei e non – ad aver eliminato la discriminazione (matrimoniale e nell’accesso alle adozioni). L’Italia, nella migliore delle ipotesi, affiancherà al matrimonio un istituto fatto apposta per alcune persone, istituto che dovrebbe garantire diritti e doveri simili al matrimonio e la possibilità di adottare il figlio del proprio partner. “Il Lussemburgo diventerà un paese più solidale e più giusto”, ha dichiarato il ministro della giustizia. Come diventerà l’Italia? Sarà un paese meno ingiusto e meno discriminatore, o cambierà solo maschera rimanendo profondamente segnato dalle disuguaglianze?

Per rispondere dobbiamo aspettare di leggere il ddl, ma nel frattempo possiamo valutare gli effetti dell’ipotesi più rosea: la legge passa senza ulteriori steccati o limature e con tutte le migliori intenzioni possibili. Le civil partnership saranno destinate solo ad alcuni cittadini e non ad altri. L’adozione non è permessa.
Perché?
Rispondere a questa domanda è molto più difficile di quanto possa sembrare e, soprattutto, rispondere onestamente rischia di essere molto sgradevole. L’unica risposta coerente sarebbe infatti: “perché pensiamo che alcuni cittadini debbano avere meno diritti di altri, non possano cioè essere uguali agli altri nelle possibilità loro concesse”.

Non ci sono vie intermedie nell’uguaglianza intesa in senso forte. Non possiamo essere abbastanza uguali, un po’ uguali, quasi uguali. Se X può scegliere tra a, b e c, mentre Y può scegliere solo b, allora X e Y non godranno degli stessi diritti. Per escludere che vi sia una discriminazione, dovremmo spiegare la differenza tra X e Y. La differenza tra il matrimonio (per tutti) e la civil partnership (per alcuni) è fondata sull’orientamento sessuale. La risposta sgradevole allora è: “non è vero che l’orientamento sessuale (come le credenze religiose, l’etnia, il colore dei capelli, le convinzioni politiche) è irrilevante ai fini dell’attribuzione dei diritti fondamentali”.

Essere eterosessuale insomma continua a essere la Norma, il Modo Giusto, l’Orientamento Corretto – e per questa ragione chi rientra in quell’insieme può godere di tutti i diritti. Chi si discosta da questo parametro dovrà accontentarsi delle briciole, e magari dire anche grazie. Che magnanimi! Puntare i piedi contro la fine della discriminazione sull’accesso al matrimonio significa – cioè implica necessariamente – accogliere l’idea che chi non è eterosessuale non può aspirare a essere trattato come gli eterosessuali.
Sembra ridicolo che lo stesso sistema normativo prenda in considerazione una legge sull’omofobia rimanendo intrinsecamente omofobo (meglio, forse, definirlo discriminatore). Come sarebbe ridicolo un sistema normativo che dichiara di voler combattere il razzismo mantenendo il divieto di accesso (al matrimonio, ai posti sull’autobus, a certe professioni) per alcuni cittadini. In fondo se non sono caucasici non è mica colpa nostra. C’è un però: spesso in politica si avanza lentamente, accettando compromessi che non ci piacciono ma che ci spingono verso la meta finale. In fondo in molti paesi è andata così, si è arrivati all’uguaglianza passando per stadi intermedi.

Le unioni civili non garantirebbero a tutti gli stessi diritti, ma ridurrebbero l’ingiustizia attuale – almeno nell’ipotesi che l’unica differenza riguarderà l’adozione e a patto di non scambiarle per l’arrivo, perché un’ingannevole parità può essere più pericolosa di una ben visibile discriminazione e le buone intenzioni, da sole, non bastano mai.

Pagina 99, 20 giugno 2014.