martedì 24 giugno 2014

Obiezione di coscienza e aborto, la svolta del Lazio sui consultori



Diritti | La Regione ha varato un documento che fa chiarezza e mette ordine tra le pratiche dei consultori. Meno ambiguità su contraccezione e interruzione volontaria della gravidanza

Nel decreto sul riordino dei consultori familiari della Regione Lazio c’è un allegato sorprendente: le Linee di indirizzo regionali per le attività dei Consultori Familiari. Le funzioni dei Consultori riguardano due aree: “prevenzione e promozione, sostegno e cura”. Tra le attività previste c’è anche l’assistenza alle donne che chiedono di interrompere volontariamente una gravidanza.
Sappiamo dall’ultima relazione annuale attuativa della legge 194 che la media nazionale di ginecologi obiettori è del 69,3%, anche se la realtà nelle singole regioni è ancora più sbilanciata, con percentuali che arrivano quasi al 90% di obiettori, strutture che non garantiscono mai il servizio di IVG, ancor meno sono gli ospedali che garantiscono gli aborti tardivi (cioè quelli dopo il primo trimestre), lunghe liste di attesa.
A questo si aggiunge uno scenario spesso nebuloso: alcuni medici si rifiutano di prescrivere la contraccezione d’emergenza, pur non esistendo alcuna legge specifica che permetta loro di farlo. Altri rifiutano la certificazione, non vogliono eseguire la visita di controllo o altre pratiche mediche giudicate contrarie alla loro morale, alla loro personale visione del mondo.
Le Linee di indirizzo regionali ribadiscono l’ovvio sulla contraccezione: non si può invocare l’obiezione di coscienza come pretesto per negare la prescrizione, sia ordinaria sia d’emergenza (che, ricordiamo, ha effetti contraccettivi e non abortivi). D’altra parte non c’è – come nel caso dell’IVG – una legge che permetta agli operatori sanitari di invocare la propria coscienza. “Il personale operante nel Consultorio è tenuto alla prescrizione di contraccettivi ormonali, sia routinaria che in fase post-coitale, nonché all’applicazione di sistemi contraccettivi meccanici, vedi I.U.D. (Intra Uterine Devices)”.
Le Linee poi fanno qualcosa di meno ovvio rispetto all’obiezione di coscienza in materia di IVG: “si ribadisce come questa riguardi l’attività degli operatori impegnati esclusivamente nel trattamento dell’interruzione volontaria di gravidanza, di seguito denominata IVG. Al riguardo, si sottolinea che il personale operante nel Consultorio Familiare non è coinvolto direttamente nella effettuazione di tale pratica, bensì solo in attività di attestazione dello stato di gravidanza e certificazione attestante la richiesta inoltrata dalla donna di effettuare IVG”. Meno ovvio perché l’interpretazione di quanto possa rientrare nell’obiezione di coscienza si presta a discussioni potenzialmente infinite.
L’articolo 9 della 194 stabilisce che “l’obiezione di coscienza esonera il personale sanitario ed esercente le attività ausiliarie dal compimento delle procedure e delle attività specificamente e necessariamente dirette a determinare l’interruzione della gravidanza, e non dall’assistenza antecedente e conseguente all’intervento”. Tuttavia il rimando iniziale agli articoli 5 e 7 (“Il personale sanitario ed esercente le attività ausiliarie non è tenuto a prendere parte alle procedure di cui agli articoli 5 e 7”) lascia intendere che le “procedure e [le] attività” comprendano anche la visita, gli accertamenti e la conseguente certificazione.
Le domande sulla 194 sono insomma due. La prima è: fin dove si spinge il confine delle “procedure e delle attività specificamente e necessariamente dirette a determinare l’interruzione della gravidanza”? L’anestesia, per esempio, rientra tra queste? La seconda è: quali sono le operazioni “non specifiche e non dirette” cui ci si può sottrarre, esclusa l’assistenza o in caso di assenza di altri operatori?
Le Linee di indirizzo regionale prendono una posizione netta in un terreno segnato dalle ambiguità e da interminabili litigi: gli operatori nei Consultori non possono esimersi dalla visita e dalla certificazione. La catena di complicità morale di partecipazione all’IVG potrebbe essere indefinita e allargare così a tutti la possibilità di fare obiezione. Basterebbe conoscere le intenzioni della donna di abortire (o basterebbe anche il dubbio?) per sottrarsi a qualsiasi partecipazione anche se indiretta: visita, certificazione. Ma allora anche gli operatori all’accettazione o chi risponde al telefono? Quella delle Linee regionali sembra essere una buona risposta. Pagina 99, 24 giugno 2014.