giovedì 12 giugno 2014

Eteloga, il perché della Corte

Legge | Lo scorso aprile è caduto uno degli ultimi divieti della legge 40, ieri la Consulta ha reso pubbliche le motivazioni. Promulgata 10 anni fa, la legge sulle tecniche riproduttive è stata portata in giudizio decine di volte e oggi è quasi accettabile

Il 9 aprile la Corte ha dichiarato incostituzionale il divieto della cosiddetta fecondazione eterologa, cioè la possibilità di ricorrere alla donazione di gameti femminili o maschili. Ieri sono state pubblicate le motivazioni. La legge 40, rimodellata da decine di sentenze, ha adesso un volto quasi armonioso (ci sono ancora dei divieti discutibili, come quello sulla sperimentazione e quello sull’accesso limitato alle coppie conviventi o coniugate, ma la legge oggi è molto diversa da come era nata).
Ecco i punti importanti nelle motivazioni della Corte, soprattutto alla luce delle polemiche e dei commenti bizzarri all’indomani del giudizio di incostituzionalità: le ragioni stesse dell’incostituzionalità del divieto (che rimandano a diritti fondamentali), la non esistenza del vuoto normativo, il diritto di avere un figlio e la sua tutela, la responsabilità (ovvia) e (soprattutto) l’autonomia del medico – che in accordo con il paziente sceglierà le procedure migliori senza l’oppressione di un divieto insensato. Una raccolta dei commenti più strampalati e irrazionali è qui e qui. Ieri e oggi se ne trovano molti altri, più o meno uguali. Il fronte ultraconservatore dimostra di non avere nemmeno molta fantasia.

Qualche esempio odierno. “Da oggi, abbattuto l’ultimo argine dall’aggettivo “incoercibile”, chiunque potrà arrogarsi la facoltà di reclamare il proprio diritto a “possedere” un figlio: coppie dello stesso sesso, coppie di anziani, singoli” (Quel diritto “incoercibile” che ignora la tutela del nascituro, Zenit). “Esiste, e, d’altro lato, detto diritto prevale, oltre che sul diritto del figlio a non essere considerato oggetto, anche su quello, sempre del figlio, alla bigenitorialità biologica” (Ma il figlio non è un diritto, Giuliano Guzzo). “Parlare di libertà incoercibile ad avere un figlio significa ridurre il figlio a proprietà” (Diritto al figlio? La Consulta apre scenari inquietanti, La Bussola Quotidiana).
Seguendo la sentenza numero 162, è possibile rispondere ancora una volta a queste pretestuose manifestazioni di perplessità e di feroce condanna.
Sul presunto vuoto normativo: “Sono […] identificabili più norme che già disciplinano molti dei profili di più pregnante rilievo, anche perché il legislatore, avendo consapevolezza della legittimità della PMA di tipo eterologo in molti paesi d’Europa, li ha opportunamente regolamentati, dato che i cittadini italiani potevano (e possono) recarsi in questi ultimi per fare ad essa ricorso, come in effetti è accaduto in un non irrilevante numero di casi”.
Sull’autonomia del medico: “Un intervento sul merito delle scelte terapeutiche, in relazione alla loro appropriatezza, non può nascere da valutazioni di pura discrezionalità politica del legislatore, ma deve tenere conto anche degli indirizzi fondati sulla verifica dello stato delle conoscenze scientifiche e delle evidenze sperimentali acquisite. […] In materia di pratica terapeutica, la regola di fondo deve essere la autonomia e la responsabilità del medico, che, con il consenso del paziente”.
Sulla tutela dei figli: “I profili sui quali si è soffermato l’interveniente, concernenti lo stato giuridico del nato ed i rapporti con i genitori, sono, inoltre, anch’essi regolamentati dalle pertinenti norme della legge n. 40 del 2004, applicabili anche al nato da PMA di tipo eterologo in forza degli ordinari canoni ermeneutici. […] Anche i nati da quest’ultima tecnica «hanno lo stato di figli nati nel matrimonio o di figli riconosciuti della coppia che ha espresso la volontà di ricorrere alle tecniche medesime”.
Sul diritto di avere un figlio, non possiamo che rispondere allo stesso modo su tutti i figli. Se – come sostengono quelli che criticano la decisione della Corte – non esiste un diritto di avere un figlio, questo non può valere solo se si ha bisogno di ricorrere alle tecniche riproduttive. Vietare per legge il ricorso a un possibile rimedio all’impossibilità di riprodursi per via naturale è ingiusto e illegittimo.

D’altra parte perché cambiando il mezzo (le tecniche invece di un rapporto sessuale) la libertà riproduttiva dovrebbe trasformarsi da illimitata a limitata, segnata da giudizi e da divieti? I tentativi di condannare il ricorso alla donazione di un gamete potrebbero essere usati anche nel caso della riproduzione senza l’intervento delle tecniche. La questione insomma è: o la libertà di riproduzione vale per tutti oppure i limiti che qualcuno vuole imporre “a difesa del nascituro” devono valere per tutti, non solo per chi ha problemi di salute.
Sempre la Corte, peraltro, ricorda che: “la preclusione assoluta di accesso alla PMA di tipo eterologo introduce un evidente elemento di irrazionalità, poiché la negazione assoluta del diritto a realizzare la genitorialità, alla formazione della famiglia con figli, con incidenza sul diritto alla salute, nei termini sopra esposti, è stabilita in danno delle coppie affette dalle patologie più gravi, in contrasto con la ratio legis. […] Il divieto in esame cagiona, in definitiva, una lesione della libertà fondamentale della coppia destinataria della legge n. 40 del 2004 di formare una famiglia con dei figli, senza che la sua assolutezza sia giustificata dalle esigenze di tutela del nato, le quali, in virtù di quanto sopra rilevato in ordine ad alcuni dei più importanti profili della situazione giuridica dello stesso, già desumibile dalle norme vigenti, devono ritenersi congruamente garantite”.
L’analogia con un altro strumento può chiarire ulteriormente il punto: se siamo liberi di leggere quello che ci pare (così come siamo liberi di di riprodurci), dovremmo conservare la stessa libertà se abbiamo bisogno di un paio di occhiali o di uno strumento più sofisticato per leggere (così come dovremmo essere liberi di ricorrere alle tecniche riproduttive) – per rimediare cioè a una diminuzione della nostra capacità di leggere a occhio nudo, diminuzione che non ha nulla a che vedere con la nostra libertà.
Siccome l’onere della prova pesa – o dovrebbe pesare – su chi vuole vietare o mantenere il divieto, possiamo concludere che nessuno ha ancora suggerito una valida ragione a favore della coercizione legale. Che non è certo equivalente al legittimo “io non lo farei mai”, ma alla legge universale “nessuno deve farlo, nessuno deve nemmeno pensarci”.

Pagina 99, 11 giugno 2014.