martedì 24 giugno 2014

Obiezione di coscienza e aborto, la svolta del Lazio sui consultori



Diritti | La Regione ha varato un documento che fa chiarezza e mette ordine tra le pratiche dei consultori. Meno ambiguità su contraccezione e interruzione volontaria della gravidanza

Nel decreto sul riordino dei consultori familiari della Regione Lazio c’è un allegato sorprendente: le Linee di indirizzo regionali per le attività dei Consultori Familiari. Le funzioni dei Consultori riguardano due aree: “prevenzione e promozione, sostegno e cura”. Tra le attività previste c’è anche l’assistenza alle donne che chiedono di interrompere volontariamente una gravidanza.
Sappiamo dall’ultima relazione annuale attuativa della legge 194 che la media nazionale di ginecologi obiettori è del 69,3%, anche se la realtà nelle singole regioni è ancora più sbilanciata, con percentuali che arrivano quasi al 90% di obiettori, strutture che non garantiscono mai il servizio di IVG, ancor meno sono gli ospedali che garantiscono gli aborti tardivi (cioè quelli dopo il primo trimestre), lunghe liste di attesa.
A questo si aggiunge uno scenario spesso nebuloso: alcuni medici si rifiutano di prescrivere la contraccezione d’emergenza, pur non esistendo alcuna legge specifica che permetta loro di farlo. Altri rifiutano la certificazione, non vogliono eseguire la visita di controllo o altre pratiche mediche giudicate contrarie alla loro morale, alla loro personale visione del mondo.
Le Linee di indirizzo regionali ribadiscono l’ovvio sulla contraccezione: non si può invocare l’obiezione di coscienza come pretesto per negare la prescrizione, sia ordinaria sia d’emergenza (che, ricordiamo, ha effetti contraccettivi e non abortivi). D’altra parte non c’è – come nel caso dell’IVG – una legge che permetta agli operatori sanitari di invocare la propria coscienza. “Il personale operante nel Consultorio è tenuto alla prescrizione di contraccettivi ormonali, sia routinaria che in fase post-coitale, nonché all’applicazione di sistemi contraccettivi meccanici, vedi I.U.D. (Intra Uterine Devices)”.
Le Linee poi fanno qualcosa di meno ovvio rispetto all’obiezione di coscienza in materia di IVG: “si ribadisce come questa riguardi l’attività degli operatori impegnati esclusivamente nel trattamento dell’interruzione volontaria di gravidanza, di seguito denominata IVG. Al riguardo, si sottolinea che il personale operante nel Consultorio Familiare non è coinvolto direttamente nella effettuazione di tale pratica, bensì solo in attività di attestazione dello stato di gravidanza e certificazione attestante la richiesta inoltrata dalla donna di effettuare IVG”. Meno ovvio perché l’interpretazione di quanto possa rientrare nell’obiezione di coscienza si presta a discussioni potenzialmente infinite.
L’articolo 9 della 194 stabilisce che “l’obiezione di coscienza esonera il personale sanitario ed esercente le attività ausiliarie dal compimento delle procedure e delle attività specificamente e necessariamente dirette a determinare l’interruzione della gravidanza, e non dall’assistenza antecedente e conseguente all’intervento”. Tuttavia il rimando iniziale agli articoli 5 e 7 (“Il personale sanitario ed esercente le attività ausiliarie non è tenuto a prendere parte alle procedure di cui agli articoli 5 e 7”) lascia intendere che le “procedure e [le] attività” comprendano anche la visita, gli accertamenti e la conseguente certificazione.
Le domande sulla 194 sono insomma due. La prima è: fin dove si spinge il confine delle “procedure e delle attività specificamente e necessariamente dirette a determinare l’interruzione della gravidanza”? L’anestesia, per esempio, rientra tra queste? La seconda è: quali sono le operazioni “non specifiche e non dirette” cui ci si può sottrarre, esclusa l’assistenza o in caso di assenza di altri operatori?
Le Linee di indirizzo regionale prendono una posizione netta in un terreno segnato dalle ambiguità e da interminabili litigi: gli operatori nei Consultori non possono esimersi dalla visita e dalla certificazione. La catena di complicità morale di partecipazione all’IVG potrebbe essere indefinita e allargare così a tutti la possibilità di fare obiezione. Basterebbe conoscere le intenzioni della donna di abortire (o basterebbe anche il dubbio?) per sottrarsi a qualsiasi partecipazione anche se indiretta: visita, certificazione. Ma allora anche gli operatori all’accettazione o chi risponde al telefono? Quella delle Linee regionali sembra essere una buona risposta. Pagina 99, 24 giugno 2014.

sabato 21 giugno 2014

Riduzione del danno, le unioni civili secondo Renzi

Diritti | La politica dei piccoli passi del premier sembra funzionare. A settembre si discuterà il ddl sulle “civil partnership”, non prevede l'adozione per gay e lesbiche. Ma intanto è qualcosa

Il Lussemburgo approva il matrimonio per tutti. L’Italia discuterà di unioni civili durante il prossimo autunno. Il Lussemburgo è solo l’ultimo di molti paesi – europei e non – ad aver eliminato la discriminazione (matrimoniale e nell’accesso alle adozioni). L’Italia, nella migliore delle ipotesi, affiancherà al matrimonio un istituto fatto apposta per alcune persone, istituto che dovrebbe garantire diritti e doveri simili al matrimonio e la possibilità di adottare il figlio del proprio partner. “Il Lussemburgo diventerà un paese più solidale e più giusto”, ha dichiarato il ministro della giustizia. Come diventerà l’Italia? Sarà un paese meno ingiusto e meno discriminatore, o cambierà solo maschera rimanendo profondamente segnato dalle disuguaglianze?

Per rispondere dobbiamo aspettare di leggere il ddl, ma nel frattempo possiamo valutare gli effetti dell’ipotesi più rosea: la legge passa senza ulteriori steccati o limature e con tutte le migliori intenzioni possibili. Le civil partnership saranno destinate solo ad alcuni cittadini e non ad altri. L’adozione non è permessa.
Perché?
Rispondere a questa domanda è molto più difficile di quanto possa sembrare e, soprattutto, rispondere onestamente rischia di essere molto sgradevole. L’unica risposta coerente sarebbe infatti: “perché pensiamo che alcuni cittadini debbano avere meno diritti di altri, non possano cioè essere uguali agli altri nelle possibilità loro concesse”.

Non ci sono vie intermedie nell’uguaglianza intesa in senso forte. Non possiamo essere abbastanza uguali, un po’ uguali, quasi uguali. Se X può scegliere tra a, b e c, mentre Y può scegliere solo b, allora X e Y non godranno degli stessi diritti. Per escludere che vi sia una discriminazione, dovremmo spiegare la differenza tra X e Y. La differenza tra il matrimonio (per tutti) e la civil partnership (per alcuni) è fondata sull’orientamento sessuale. La risposta sgradevole allora è: “non è vero che l’orientamento sessuale (come le credenze religiose, l’etnia, il colore dei capelli, le convinzioni politiche) è irrilevante ai fini dell’attribuzione dei diritti fondamentali”.

Essere eterosessuale insomma continua a essere la Norma, il Modo Giusto, l’Orientamento Corretto – e per questa ragione chi rientra in quell’insieme può godere di tutti i diritti. Chi si discosta da questo parametro dovrà accontentarsi delle briciole, e magari dire anche grazie. Che magnanimi! Puntare i piedi contro la fine della discriminazione sull’accesso al matrimonio significa – cioè implica necessariamente – accogliere l’idea che chi non è eterosessuale non può aspirare a essere trattato come gli eterosessuali.
Sembra ridicolo che lo stesso sistema normativo prenda in considerazione una legge sull’omofobia rimanendo intrinsecamente omofobo (meglio, forse, definirlo discriminatore). Come sarebbe ridicolo un sistema normativo che dichiara di voler combattere il razzismo mantenendo il divieto di accesso (al matrimonio, ai posti sull’autobus, a certe professioni) per alcuni cittadini. In fondo se non sono caucasici non è mica colpa nostra. C’è un però: spesso in politica si avanza lentamente, accettando compromessi che non ci piacciono ma che ci spingono verso la meta finale. In fondo in molti paesi è andata così, si è arrivati all’uguaglianza passando per stadi intermedi.

Le unioni civili non garantirebbero a tutti gli stessi diritti, ma ridurrebbero l’ingiustizia attuale – almeno nell’ipotesi che l’unica differenza riguarderà l’adozione e a patto di non scambiarle per l’arrivo, perché un’ingannevole parità può essere più pericolosa di una ben visibile discriminazione e le buone intenzioni, da sole, non bastano mai.

Pagina 99, 20 giugno 2014.

giovedì 12 giugno 2014

Eteloga, il perché della Corte

Legge | Lo scorso aprile è caduto uno degli ultimi divieti della legge 40, ieri la Consulta ha reso pubbliche le motivazioni. Promulgata 10 anni fa, la legge sulle tecniche riproduttive è stata portata in giudizio decine di volte e oggi è quasi accettabile

Il 9 aprile la Corte ha dichiarato incostituzionale il divieto della cosiddetta fecondazione eterologa, cioè la possibilità di ricorrere alla donazione di gameti femminili o maschili. Ieri sono state pubblicate le motivazioni. La legge 40, rimodellata da decine di sentenze, ha adesso un volto quasi armonioso (ci sono ancora dei divieti discutibili, come quello sulla sperimentazione e quello sull’accesso limitato alle coppie conviventi o coniugate, ma la legge oggi è molto diversa da come era nata).
Ecco i punti importanti nelle motivazioni della Corte, soprattutto alla luce delle polemiche e dei commenti bizzarri all’indomani del giudizio di incostituzionalità: le ragioni stesse dell’incostituzionalità del divieto (che rimandano a diritti fondamentali), la non esistenza del vuoto normativo, il diritto di avere un figlio e la sua tutela, la responsabilità (ovvia) e (soprattutto) l’autonomia del medico – che in accordo con il paziente sceglierà le procedure migliori senza l’oppressione di un divieto insensato. Una raccolta dei commenti più strampalati e irrazionali è qui e qui. Ieri e oggi se ne trovano molti altri, più o meno uguali. Il fronte ultraconservatore dimostra di non avere nemmeno molta fantasia.

Qualche esempio odierno. “Da oggi, abbattuto l’ultimo argine dall’aggettivo “incoercibile”, chiunque potrà arrogarsi la facoltà di reclamare il proprio diritto a “possedere” un figlio: coppie dello stesso sesso, coppie di anziani, singoli” (Quel diritto “incoercibile” che ignora la tutela del nascituro, Zenit). “Esiste, e, d’altro lato, detto diritto prevale, oltre che sul diritto del figlio a non essere considerato oggetto, anche su quello, sempre del figlio, alla bigenitorialità biologica” (Ma il figlio non è un diritto, Giuliano Guzzo). “Parlare di libertà incoercibile ad avere un figlio significa ridurre il figlio a proprietà” (Diritto al figlio? La Consulta apre scenari inquietanti, La Bussola Quotidiana).
Seguendo la sentenza numero 162, è possibile rispondere ancora una volta a queste pretestuose manifestazioni di perplessità e di feroce condanna.
Sul presunto vuoto normativo: “Sono […] identificabili più norme che già disciplinano molti dei profili di più pregnante rilievo, anche perché il legislatore, avendo consapevolezza della legittimità della PMA di tipo eterologo in molti paesi d’Europa, li ha opportunamente regolamentati, dato che i cittadini italiani potevano (e possono) recarsi in questi ultimi per fare ad essa ricorso, come in effetti è accaduto in un non irrilevante numero di casi”.
Sull’autonomia del medico: “Un intervento sul merito delle scelte terapeutiche, in relazione alla loro appropriatezza, non può nascere da valutazioni di pura discrezionalità politica del legislatore, ma deve tenere conto anche degli indirizzi fondati sulla verifica dello stato delle conoscenze scientifiche e delle evidenze sperimentali acquisite. […] In materia di pratica terapeutica, la regola di fondo deve essere la autonomia e la responsabilità del medico, che, con il consenso del paziente”.
Sulla tutela dei figli: “I profili sui quali si è soffermato l’interveniente, concernenti lo stato giuridico del nato ed i rapporti con i genitori, sono, inoltre, anch’essi regolamentati dalle pertinenti norme della legge n. 40 del 2004, applicabili anche al nato da PMA di tipo eterologo in forza degli ordinari canoni ermeneutici. […] Anche i nati da quest’ultima tecnica «hanno lo stato di figli nati nel matrimonio o di figli riconosciuti della coppia che ha espresso la volontà di ricorrere alle tecniche medesime”.
Sul diritto di avere un figlio, non possiamo che rispondere allo stesso modo su tutti i figli. Se – come sostengono quelli che criticano la decisione della Corte – non esiste un diritto di avere un figlio, questo non può valere solo se si ha bisogno di ricorrere alle tecniche riproduttive. Vietare per legge il ricorso a un possibile rimedio all’impossibilità di riprodursi per via naturale è ingiusto e illegittimo.

D’altra parte perché cambiando il mezzo (le tecniche invece di un rapporto sessuale) la libertà riproduttiva dovrebbe trasformarsi da illimitata a limitata, segnata da giudizi e da divieti? I tentativi di condannare il ricorso alla donazione di un gamete potrebbero essere usati anche nel caso della riproduzione senza l’intervento delle tecniche. La questione insomma è: o la libertà di riproduzione vale per tutti oppure i limiti che qualcuno vuole imporre “a difesa del nascituro” devono valere per tutti, non solo per chi ha problemi di salute.
Sempre la Corte, peraltro, ricorda che: “la preclusione assoluta di accesso alla PMA di tipo eterologo introduce un evidente elemento di irrazionalità, poiché la negazione assoluta del diritto a realizzare la genitorialità, alla formazione della famiglia con figli, con incidenza sul diritto alla salute, nei termini sopra esposti, è stabilita in danno delle coppie affette dalle patologie più gravi, in contrasto con la ratio legis. […] Il divieto in esame cagiona, in definitiva, una lesione della libertà fondamentale della coppia destinataria della legge n. 40 del 2004 di formare una famiglia con dei figli, senza che la sua assolutezza sia giustificata dalle esigenze di tutela del nato, le quali, in virtù di quanto sopra rilevato in ordine ad alcuni dei più importanti profili della situazione giuridica dello stesso, già desumibile dalle norme vigenti, devono ritenersi congruamente garantite”.
L’analogia con un altro strumento può chiarire ulteriormente il punto: se siamo liberi di leggere quello che ci pare (così come siamo liberi di di riprodurci), dovremmo conservare la stessa libertà se abbiamo bisogno di un paio di occhiali o di uno strumento più sofisticato per leggere (così come dovremmo essere liberi di ricorrere alle tecniche riproduttive) – per rimediare cioè a una diminuzione della nostra capacità di leggere a occhio nudo, diminuzione che non ha nulla a che vedere con la nostra libertà.
Siccome l’onere della prova pesa – o dovrebbe pesare – su chi vuole vietare o mantenere il divieto, possiamo concludere che nessuno ha ancora suggerito una valida ragione a favore della coercizione legale. Che non è certo equivalente al legittimo “io non lo farei mai”, ma alla legge universale “nessuno deve farlo, nessuno deve nemmeno pensarci”.

Pagina 99, 11 giugno 2014.

martedì 10 giugno 2014

L’ultima follia del reality in tv: partorire da sole nel bosco



Tv | “Si è sempre partorito così”. “È naturale”. “Il dolore rinforza il legame tra madre e figlio”. Aggiungete a piacere e otterrete il nuovo docufiction di Lifetime: “Born in the Wild”, ovvero donne che partoriscono senza assistenza

Si chiama “Born in the Wild” e sarà il nuovo show di Lifetime, canale televisivo via cavo statunitense. Dopo tutti i possibili survivors, grassi contro magri, malattie imbarazzanti, accumulatori seriali, ragazzine incinte, ossessioni e reality di ogni tipo siamo pronti anche al docufiction sulla maternità, anzi sul parto in mezzo alle fratte perché la maternità è un argomento già abusato (“24 ore in sala parto” di Real Time, per dire).
Il parto estremo in solitaria, senza aiuti, senza medici, senza ostetrici, ma magari con una piscinetta o meglio un laghetto naturale – dove mischiare feci e liquido amniotico che la creatura respirerà felicemente – per farlo nascere “dolcemente”, per non fargli sentire lo strappo del passaggio dal ventre liquido al gelido e asciutto mondo di fuori. Il parto in acqua è forse stato il capostipite del ritorno al “parto naturale”. Forse avrebbe meno estimatori se si sapesse qualcosa in più sul padre, Igor Charkovsky, privo di qualsiasi competenza medica e con un passato molto oscuro di morti neonatali. Ma, si sa, gli eroi sono spesso osteggiati da chi non riesce a riconoscere loro il genio ma vede solo la sregolatezza. E così l’alone magico del parto in acqua resiste, non solo tra le numerose Verena Schmid, ma anche tra persone meno esaltate (me la ricordo mia madre accennare alla “dolcezza” del parto in acqua). Non so come qualcuno possa aver voglia di vedere una cosa del genere, ma il mio dubbio è irrilevante e poi un video di una donna che partoriva naturalmente (“Birth in Nature: Natural Birth”) ha ricevuto più di 20 milioni di visite. Come perdere l’occasione di vedere se il successo resisterà alla replicazione?
C’è un aspetto però disturbante nelle implicazioni del contesto “selvaggio” – anche se sul set ci saranno medici e si girerà vicino a ospedali, le donne non saranno primipare e il parto in solitaria sarà insomma più una fiction che un docu, come in ogni reality che si rispetti. Probabilmente sarà insomma ben più sicuro di partorire in casa, se si esclude l’effetto mimetico. Si diceva dell’aspetto disturbante: si va dal “si è sempre partorito così” all’onnipresente richiamo al “naturale” come paradigma di comportamento da imitare o imporre. Argomenti ingannevoli che mischiano il peggio del richiamo alla “tradizione” come garante di chissà cosa e l’ostilità verso le tecnologie e la medicina, in una parola un’irrazionalità opprimente nel compiere alcune scelte.
Anche Eli Lehrer, vicepresidente senior di Lifetime, ha dichiarato di sentire un legame con il plot di “Born in the Wild”, avendo fatto nascere il suo secondogenito a casa. E poi dice qualcosa che è quasi più onnipresente del richiamo alla natura: “Queste sono persone che hanno già avuto un figlio in ospedale e che hanno avuto una brutta esperienza e scelgono di provare qualcosa di nuovo. Accade, noi lo documentiamo”. Lo abbiamo sentito migliaia di volte: la condanna della medicalizzazione della gestazione e del parto, la freddezza delle stanzette di ospedale, il gelo della sala parto, la rudezza del medico, l’eccesso di parti cesarei. Tutto con un fondamento, per carità – e poi un fondamento lo si trova ovunque, anche nelle più fantasiose ipotesi di complotto. Ma è l’implicazione che è sballata: invece di aggiustare X si passa a Y, con l’illusione che Y sia il paradiso terrestre.
Somiglia a quello che succede in molti altri campi. Per rimanere in quello medico: la medicina (“ufficiale” o “occidentale”) è sbrigativa e insoddisfacente (vero, verosimile, a volte tragicamente evidente) e allora passiamo a quella “olistica”, “naturale”, “omeopatica” e così via, ove è più facile incontrare un operatore che ha più tempo da dedicarvi e magari ha una vita meno incasinata di un medico del pronto soccorso. A voi la scelta se preferire uno che sappia – pur potendo far errori, ovvio – com’è fatto il vostro organismo e quali principi attivi possano servirvi ma magari è sbrigativo o scortese, oppure uno con sorrisi e incenso ma che vi consiglia prodotti a caso e spesso senza alcun principio attivo. L’effetto placebo è affascinante e perfetto fino a quando non avete qualcosa di serio. Fino a quando qualcuno non muore o non si prende qualche malattia evitabile perché “i vaccini causano l’autismo”.
Il richiamo alla natura esercita il suo potere seduttivo quasi esclusivamente su chi non ha idea di cosa sia la natura, ne ha una visione romantica e romanzata, più nebbiosa di un passato che si ricopre di un vestito dorato mentre in realtà era coperto di pochi stracci maleodoranti.
Ogni tentativo di argomentare a favore della nascita accovacciate su pietre, erbacce e fango diversamente da “ognuno fa come gli pare anche in condizioni di rischio” oppure “non è che si possa obbligarle a partorire in condizioni sicure” è destinato a diventare una caricatura dei bei tempi che furono. Quelli dove si partoriva con un rischio alto di morte e danni per la salute materna e infantile. Dove la morte puerperale era spaventosa e il rischio di anossia o di altre complicazioni era forse annebbiato dal numero elevato di figli: ne va storto uno, altri 3 o 4 andranno a buon fine. Se non sei morta prima.
Forse anche ricordare che prima di Ignác Semmelweis morivano molte donne di febbre puerperale può indicarci la giusta direzione. Poi si può anche scegliere di morire pur di tornare a quell’arcadia di espulsioni senza anestesia e in ambienti non asettici, cioè a rischio di infezioni e morte.
L’isterismo verso ciò che è “artificiale” è una componente di questa miscela di irrazionalità e convinzioni scriteriate: il dolore del parto per saldare il legame con il nascituro, come prova di coraggio, per “sentire”, si arriva perfino all’orgasmo (“Orgasmic Birth”, ovvero “The Best Kept-Secret” perché se si venisse a sapere chissà cosa accadrebbe). Niente da dire sulla singola e personale preferenza, pur aprendosi una complessa parentesi sulla valutazione dei possibili effetti dannosi sul nascituro, ma molto da dissentire sul metterlo in posa come fosse il Modello (esercizio: sostituire “parto” con “estrazione dentale” per vedere l’effetto che fa – “ma nostro figlio non è un dente!”, si potrebbe gridare scandalizzati rischiando così di perdere il senso dell’analogia).
Non ci credete? Un solo esempio: nell’anno accademico 2008/2009 presso l’Università di Bologna, Medicina, s’è tenuto un corso che si chiamava “L’elemento essenziale del parto: il dolore”. Ancora potrebbe salvarsi: è essenziale nel senso di onnipresente? Ma i “temi principali” eliminano i residui dubbi:

L’enigma dolore-piacere. Il parto orgasmico;

Il dolore del parto e la sua origine (stress e cultura);

I fondamenti della Legge dello sfintere. L’episiotomia e i poteri dimenticati della vagina;

Analgesia epidurale. Punti critici;

Metodi naturali di analgesia a confronto.

Non ci sono testi universitari, ma si consiglia “La Gioia del Parto - segreti e virtù del corpo femminile durante il travaglio e la nascita” e si svolgeranno “Esercitazioni in aula: lavoro sul corpo”. Non voglio sapere altro.

Pagina 99, 10 giugno 2014.

giovedì 5 giugno 2014

Tre genitori per un bebè, la nuova genetica e l’ordine naturale inesistente

Tre genitori per un embrione: ovvero, usare il DNA di 3 individui per evitare la trasmissione di patologie genetiche incurabili. Le patologie dei mitocondri – organelli che si trovano nelle cellule, dotati di un proprio genoma – passano dalla madre al figlio e i mitocondri di un’altra donna andrebbero a sostituire quelli materni responsabili della trasmissione. Potremmo chiamarla una donazione genetica o mitocondriale.

Se ne parla da un po’ di tempo e martedì è stato pubblicato un report della “Human Fertilisation and Embryology Authority” (Hfea) commissionato dal governo inglese. La ricerca procede bene e verosimilmente potrebbe essere utilizzata nel giro di un paio d’anni. Ma non mancano gli ostacoli morali e normativi. Gli ostacoli morali sono uguali ovunque, quelli normativi dipendono dai singoli paesi. In Gran Bretagna il no verrebbe dal divieto di modificare il dna. In Italia, lo scorso febbraio, lo scenario era il seguente: “La tecnica, l’unica che può evitare la trasmissione della malattia che è incurabile e spesso letale, in Italia non sarebbe applicabile per la legge 40. Lo scorso anno è stata oggetto di un dibattito pubblico in Gran Bretagna, al termine del quale il ‘chief medical officer’ Sally Davies ha annunciato che il governo potrebbe dare il via libera entro quest’anno, con i primi test nel 2015”.

Tuttavia, lo scorso aprile il divieto della cosiddetta fecondazione eterologa è stato giudicato incostituzionale: sarebbe quindi possibile ricorrere alla donazione “solo” mitocondriale come fosse una specie di donazione “speciale” di gameti (cioè di “fecondazione eterologa”)?
Rimane tuttavia il divieto dell’articolo 13, comma 3, b: ”ogni forma di selezione a scopo eugenetico degli embrioni e dei gameti ovvero interventi che, attraverso tecniche di selezione, di manipolazione o comunque tramite procedimenti artificiali, siano diretti ad alterare il patrimonio genetico dell’embrione o del gamete ovvero a predeterminarne caratteristiche genetiche, ad eccezione degli interventi aventi finalità diagnostiche e terapeutiche, di cui al comma 2 del presente articolo”.

Al di là degli eventuali divieti giuridici, potrebbe essere una buona occasione per provare a discutere di una tecnica ancora non disponibile, illudendoci che il tempo a disposizione sia usato bene e non sprecato in condanne apodittiche e scandalizzate reazioni di diniego preventivo.
C’è una parte fisiologica e, pare, ineliminabile di rifiuto verso quello che non ci è familiare: è successo con Louise Brown, con il treno, con le assicurazioni sulla vita, con il telefono – con ogni nuova tecnica, con ogni possibilità di varcare limiti e forzare confini. Ogni novità è percepita come una diavoleria da combattere, presagio di mali e spia di una ubris che prima o poi sarà per forza punita. C’è anche un fattore cronologico. Secondo Douglas Noel Adams sono 3 le regole delle nostre reazioni di fronte alla tecnologia (in Il salmone del dubbio):

1. Qualunque cosa esista nel mondo quando nasciamo, ci pare normale e usuale e riteniamo che faccia per natura parte del funzionamento dell’universo.
2. Qualunque cosa sia stata inventata nel ventennio intercorso tra i nostri quindici e i nostri trentacinque anni è nuova ed entusiasmante e rivoluzionaria e forse rappresenta un campo in cui possiamo fare carriera.
3. Qualunque cosa sia stata inventata dopo che abbiamo compiuto trentacinque anni va contro l’ordine naturale delle cose.

Se questo è l’atteggiamento più diffuso verso tutte le novità, quando riguardano terreni “sacri” come la riproduzione il corto circuito è garantito. Una possibilità che permette di evitare la trasmissione di una patologia grave rischia di essere considerata non più come risorsa medica e come una possibilità in più, ma come un’inammissibile violazione di chissà quale ordine naturale. Quello stesso ordine che siamo però disposti a violare ogni volta che ci fa male un dente o che ci rivolgiamo al chirurgo in caso di peritonite. Cosa ci sarebbe di immorale in questa tecnica? Che non vuol dire urlare “noi non lo faremmo mai!”, ma provare a spiegare per quale ragione qualcun altro non dovrebbe farlo. Mai.

Pagina 99, 5 giugno 2014.