lunedì 27 gennaio 2014

Aborto, un diritto sempre più a rischio

Sono passati 41 anni da Roe v. Wade, la decisione della Corte Suprema che ha depenalizzato l’interruzione volontaria di gravidanza negli Stati Uniti. Mentre Barack Obama ribadisce l’importanza della possibilità di scegliere, a Washington marciano “per la vita”, con la benedizione di Bergoglio (“I join the March for Life in Washington with my prayers. May God help us respect all life, especially the most vulnerable”, ha twittato il 22 gennaio dal suo profilo internazionale).

“Per la vita” (prolife) vuol dire essere per l’eliminazione o per la forte restrizione dell’autodeterminazione. Opporsi all’autodeterminazione significa immaginare un mondo in cui se una donna rimane incinta – per errore, per distrazione o per qualsiasi altra ragione – deve portare avanti la gravidanza, anche se non l’ha mai voluta, anche se ha cambiato idea, anche se corre dei rischi. In altre parole, significa riportare l’interruzione di gravidanza nel dominio dei reati e supportare la gravidanza forzata. Non è chiaro come si farebbe ad applicare tale proposito: tramite un regime di controllo e contenzione delle donne incinte, previo monitoraggio per sapere chi è gravida e chi ha solo mangiato troppo?

Essere “per la vita”, forse, vuol dire anche costringere Marlise Munoz in morte cerebrale a restare attaccata ai macchinari che la tengono in vita contro la volontà espressa, violare il suo living will in nome di quella sacralità del feto che ossessiona i detrattori dell’interruzione volontaria di gravidanza. Un feto che s’è scoperto essere “abnormal” . Oppure affermare che un aborto non cancella uno stupro (“An abortion doesn’t un-rape a woman”; sull’eccezione dello stupro ho già scritto qui).

Negli ultimi 3 anni le restrizioni sull’aborto negli USA sono state più numerose dell’intero decennio precedente, e soprattutto in alcuni stati è difficile accedere al servizio di interruzione volontaria di gravidanza (qui una mappa). La violenza antiabortista è sempre più diffusa: picchetti davanti alle cliniche e alle abitazioni degli operatori sanitari, aggressioni, incendi, attentati, omicidi. L’ultimo ginecologo a essere ammazzato è, nel 2009, George Tiller.

In Italia lo scorso maggio la legge 194 ha compiuto 35 anni. Non se la passa molto bene, schiacciata tra un numero sempre più alto di obiettori di coscienza e una condanna morale sempre più invadente. Una delle prime dichiarazioni di Jeremy Hunt, ministro della salute inglese, riguardava l’intenzione di dimezzare il termine legale per abortire. In Spagna è in corso uno scontro feroce: Mariano Rajoy vorrebbe riformare l’accesso all’aborto, cioè restringerlo.

Wired.it, 24 gennaio 2014.


venerdì 24 gennaio 2014

Gli ipocriti dell’outing in una società diseguale


Qualche giorno fa su «Time» è uscito un pezzo di Brandon Ambrosino intitolato Outing the Hypocrisy of Outing («Rivelare l’ipocrisia dell’outing). Dobbiamo forse ricordare anche qui la differenza tra outing e coming out, perché spesso sono usati come fossero sinonimi. Outing significa esporre pubblicamente l’omosessualità di qualcuno, in genere per denunciare l’ipocrisia dei più conservatori; coming out è invece la decisione di rivelare volontariamente il proprio orientamento sessuale. Discutere tutti i risvolti dell’outing richiederebbe molto tempo, ma sono due gli aspetti più interessanti messi in luce dall’intervento di Ambrosino, molto critico verso chi, in America, esercita l’outing nei riguardi dei politici di destra. Il primo concerne la presunta fissità di un orientamento sessuale, soprattutto in un contesto in cui l’omosessualità è ancora percepita come qualcosa da giustificare, e come una caratteristica che si può usare per minacciare e irridere. «Quello lì è gay!» può essere anche pronunciato come un insulto o con l’intento di denotare caratteristiche universali che deriverebbero dall’essere gay, come quando si parla di «modello gay» o della convinzione che i gay abbiano intrinsecamente modi gentili o siano interessati alla moda. Basterebbe provare a sostituire «omosessuale» con «eterosessuale» per cogliere l’assurdità delle pretese inferenze.

La Lettura, 19 gennaio 2014.

giovedì 2 gennaio 2014

Il gatto in umido


Un buon esempio di assoluta incoerenza nel considerare gli animali risale al febbraio 2010. In diretta tv il gastronomo Beppe Bigazzi sconvolge la co-conduttrice Elisa Isoardi e la Rai tutta. È la vigilia di giovedì grasso, che in Val d’Arno si chiama Berlingaccio, «che è una maschera» precisa Bigazzi, e c’è pure un proverbio, «a Berlingaccio chi non ha ciccia ammazza il gatto», siamo a «febbraio gattaio», e uno dei piatti del Val d’Arno è il gatto in umido.
Isoardi sgrana gli occhi e protesta: «No, Otello in umido no!». [Isoardi dichiarerà pochi giorni dopo: «Mi sembrava di vivere in un film dell’orrore. Mentre Bigazzi parlava, non riuscivo a distogliere la mente dal mio amato gatto Otello. [...] Le sue parole mi hanno fatto accapponare la pelle. Ho sentito la morte dentro, come se mi strappassero per sempre una persona cara. Infine, invasa dall’angoscia, mi sono mancate completamente le parole. Sono riuscita solo a mandare la pubblicità. Al termine del programma, sono corsa a casa per abbracciare il mio gattino, e dargli i suoi croccantini», Di Più, 22 febbraio 2010].
Bigazzi continua e descrive «le sue carnine bianche» e assicura che è una delizia. Per qualche giorno non si parla d’altro e tutti sanno della malefatta di Bigazzi, anche chi non ha mai visto La prova del cuoco. Il lunedì successivo alla ricetta felina la Rai sospende Bigazzi dalla trasmissione. I commenti sono furenti e invadono la rete. I gatti non si toccano, anzi i gatti non possono nemmeno essere nominati come possibili pietanze. In pochi si accorgono che mentre si chiede la testa di Bigazzi, che ha solo ricordato una ricetta culinaria, ci si dimentica di tutti gli animali che mangiamo e di cui ci vestiamo.
In pochi sembrano avere voglia di approfondire la questione o di ricordare che nella puntata del 1° dicembre 2009 erano state bollite vive delle cicale di mare.
Sebbene possa essere difficile provare empatia per delle cicale di mare, o provare per loro la stessa empatia che si prova verso i gatti, descrivere una ricetta non provoca alcuna sofferenza, essere bolliti vivi sì. Ma il problema è anche un altro: la facilità con cui la smemoratezza riprende il sopravvento.
In molti fanno bollire vivi crostacei, in casa o nelle cucine dei ristoranti. Chi inorridisce davanti alla tv dovrebbe cercare almeno di inorridire in modo più costante. Qualche tempo fa uno spettacolo teatrale aveva messo in scena l’uccisione di un astice. Accidens, matar para comer di Rodrigo García. Sul palco ci sono Juan Loriente, un astice e un tavolo. L’astice è appeso a un filo, ha le chele chiuse con un elastico. Il battito cardiaco è amplificato da un microfono. Dopo qualche minuto Loriente prende l’astice e lo appoggia sul tavolo, prende un coltello, taglia le chele che poco prima aveva liberato dagli elastici e lo taglia in due. Poi lo cuoce su una piastra e lo mangia.
Che differenza c’è tra il destino dell’astice sul palco e quello di migliaia di astici nelle cucine dei ristoranti? Sembra difficile sostenere che essere bolliti vivi sia una fine di molto preferibile. [Si potrebbe rimproverare a Loriente che tagliare le chele prima che l’astice sia morto sia inutilmente crudele – e in effetti che ragione c’è di farlo prima di averlo ucciso? Inoltre colpisce vedere l’astice muoversi ancora quando viene messo sulla piastra diviso in due. L’astice si muove anche quando viene messo nell’acqua bollente. C’è da aggiungere che alcuni scelgono di uccidere l’astice o l’aragosta con una coltellata appena prima di metterli in pentola.]
La differenza sembra piuttosto riguardare il vedere. Forse qualcuno si arrabbia perché la messa in scena incrina la rimozione della violenza necessaria per soddisfare il nostro palato. Quella rimozione era stata aggredita ancora più duramente negli anni ottanta al Festival di Santarcangelo, quando la compagnia teatrale I Magazzini Criminali mette in scena Genet a Tangeri all’interno del mattatoio di Riccione. Un cavallo viene ucciso e macellato davanti a un pubblico selezionato. Quel cavallo sarebbe stato ucciso e macellato con o senza messa in scena; cioè quel cavallo non è stato ucciso come accade nei macelli, è stato il pubblico a essere portato sulla scena del macello, in genere nascosto agli occhi dei consumatori di carne. Anche in quel caso le reazioni scandalizzate tradirono l’ipocrisia che sembra essere spesso la condizione necessaria per vivere tranquilli.
Ci sono vari livelli di rimozione: dal più riuscito che ignora che quando mangiamo carne stiamo mangiando parte di corpi di esseri viventi uccisi appositamente per noi, ma da qualcun altro ben nascosto nei macelli o altrove, a quelli intermedi che rimuovono la violenza dell’uccisione, edulcorando il processo necessario per far arrivare la carne sulle nostre tavole. La maggior parte di noi è abituata a comprare carne che non ha più l’aspetto di un essere vivente. Quasi nessuno uccide con le proprie mani la mucca o il maiale o il barracuda che mangia. Compriamo confezioni asettiche e dalle quali è cancellato il più possibile il passato. Le pescherie e i macellai mantengono più tracce rispetto al supermercato, ma sui pesci grava il pregiudizio che siano incapaci di provare qualcosa di simile ai nostri sentimenti e vederli morti in mezzo al ghiaccio turba solo gli animi più sensibili. Wallace si domanda se abbia qualche significato che in inglese si usi la stessa parola per indicare sia l’animale che la sua carne per loabster, fish e chicken, mentre per i mammiferi ricorriamo a termini diversi: beef/cow e pork/pig. Che sia un sintomo di un disagio nel mangiare animali che consideriamo superiori? Questa ipotesi inciampa in lamb/lamb, come lo stesso Wallace commenta, chiedendosi se vi siano ragioni biblico-storiche per questa equivalenza terminologica.
Accidens è oggetto di molte critiche. A Milano viene addirittura bloccato al Teatro I. García commenta: «Un’altra volta mi succede lo stesso in questa Italia cattolica appestata di profumo: mi proibiscono di fare la mia performance Accidens. Perché c’è un astice vivo in scena. Perché assistiamo all’agonia, ma in un contesto differente dalla pescheria. Perché un attore, di 30 minuti di un’opera completa, lo taglia e lo cucina come in tanti ristoranti e lo mangia.
«Lo proibiscono i giudici con scarpe di pelle, giudici con borse di pelle, poliziotti con camicie cucite dai bambini dell’Asia e la gente della politica che permette che la televisione sia uno schifo e che nelle strade pubbliche proprio in questo momento un prodotto venga pubblicizzato con un bebè di sei mesi che pensa o sogna di comprare non so cosa». [«Uno spettacolo bloccato dalla polizia a Milano», Il primo amore, 14 marzo 2007.]
Se si condanna l’uccisione degli astici sul palco, allora si deve condannare anche l’uccisione non spettacolarizzata di milioni di animali. In fondo per gli animali sembra valere un rigido utilitarismo che se applicassimo agli esseri umani porterebbe a conclusioni poco digeribili: la sperimentazione, per esempio, viene spesso giustificata con il benessere che ne deriverebbe per gli uomini; gli allevamenti con il piacere di mangiare carne e così via. Per Accidens potrebbe valere questa regola? Potremmo dire che la morte degli astici potrebbe essere giustificata dal disvelamento dell’ipocrisia? Se scegliamo di rispondere negativamente, dobbiamo essere disposti a farci carico anche delle conseguenze del nostro diniego, anche se mangiare crostacei ci piace e finora non avevamo pensato che invece di finire nei nostri piatti avrebbero preferito starsene in fondo all’oceano. Dobbiamo essere disposti almeno a provarci e a non dare per scontato che gli esseri umani siano appartenenti a una specie privilegiata e superiore. Come suggerisce Stefano Benni nel racconto Lara: «Pensai che sarebbe stato comico se fosse rimasto impigliato anche lui nella rete come una sciocca aragosta, avrei partecipato anch’io al banchetto, non ho mai mangiato un umano, ma in fondo è carne, nient’altro, e dopo un poco frolla e puzza come tutto». [Stefano Benni, «Lara», in L’ultima lacrima, Feltrinelli, Milano 1994.]

Dal capitolo 5 «La sperimentazione animale», C’è chi dice no. Dalla leva all’aborto come cambia l’obiezionedi coscienza, 2011, Il Saggiatore.