martedì 31 dicembre 2013

Come il vernacolo modifica il cervello

Imparare un dialetto modella le nostre aree cerebrali deputate a decodificare il linguaggio. Se lo impariamo quando siamo piccoli, gli emisferi cerebrali si comporteranno in modo simile a quando si attivano ascoltando la nostra lingua madre. È questo, in sintesi, il risultato di uno studio condotto da un gruppo di neuroscienziati del Riken Brain Science Institute di Wak, non lontano da Tokyo. La ricerca di Yutaka Sato, Reiko Mazuka e alcuni altri colleghi è stata pubblicata sulla rivista «Brain and Language» lo scorso ottobre. I ricercatori hanno usato una tecnica di osservazione non invasiva, la spettroscopia nel vicino infrarosso (Near Infrared Spectroscopy, Nirs). La rilevazione dell’attivazione cerebrale avviene grazie a un laser infrarosso, che è in grado di mettere in evidenza un aumento dell’afflusso sanguigno, conseguenza e sintomo dell’attività cerebrale. I neuroscienziati volevano osservare che cosa sarebbe successo al cervello di nativi giapponesi quando ascoltavano la propria lingua madre e cosa, invece, quando si parlava loro in uno dei tanti dialetti giapponesi.

La Lettura, 29 dicembre 2013.

sabato 28 dicembre 2013

Mini Miss



La storia è questa: il governo francese è contrario ai concorsi di bellezza destinati alle minorenni e il Parlamento sta discutendo un progetto di legge per vietare a chi ha meno di 16 anni di partecipare alle sfilate. Le principali motivazioni sono l’ipersessualizzazione e lo sfruttamento commerciale dei più piccoli.
Il divieto e le ragioni addotte a sostegno del divieto hanno attirato la mia attenzione. Perché in generale un divieto legale andrebbe giustificato con argomenti solidi. Una volta che abbiamo rifiutato un sistema politico teocratico (“è vietato perché un dio così vuole”) o paternalista (“è vietato per il tuo bene”), quello che dovrebbe rimanere è un sistema che deve motivare i divieti che impone, molto approssimativamente ispirandosi al principio del danno a terzi: un divieto è legittimo quando è sostenuto da un danno che noi infliggeremmo a qualcun altro (omicidio, aggressione e così via).
Le motivazioni che invochiamo a sostegno di un divieto, poi, non dovrebbero essere facilmente riutilizzabili per vietare mille altre cose. Possiamo pensare che i concorsi di bellezza - in generale o solo quelli per i minorenni - facciano schifo, che siano inopportuni, volgari, noiosi, ma stiamo parlando di un divieto e non di una preferenza. Non possiamo mica vietare per legge le cose stupide o di cattivo gusto. Non finiremmo mai.
Ci dovremmo quindi domandare se partecipare a un concorso di bellezza sia intrinsecamente dannoso o se lo sia in alcune circostanze, come quelle di avere meno di 18 anni e di esservi stati portati verosimilmente dai propri genitori (quando una ragazzina può davvero scegliere?). Partecipare a Miss Francia provoca un danno tale da autorizzare i legislatori a dire “vietato per legge”?
Passiamo all’invocazione dello sfruttamento commerciale delle piccole aspiranti miss da parte dei genitori: se valesse, dovremmo estenderlo a molti altri casi, affini e lontani. Attori e cantanti in miniatura, tanto per cominciare. Modelli per giocattoli, vestitini, magliettine, palloncini.
Ma poi anche quei genitori che decidono che il figlio debba diventare un grande campione: come non pensare ad Andre Agassi - che racconta in Open le torture inflittegli dal padre - o a Jennifer Capriati o a tanti altri le cui vite sono state profondamente indirizzate dal potere dei genitori. Potere che è inevitabilmente esteso, soprattutto nei primi anni. Potere che non è assoluto, ma i cui confini sono difficili da tracciare: far partecipare la propria figlia a un concorso di bellezza somiglia più a torturarla o a iscriverla a scuola?
Se accettiamo la bontà dell’argomento dello sfruttamento commerciale dovremmo dunque augurarci che le prossime leggi vieteranno un lungo elenco di attività decise dai genitori e destinate ai figli.
I due tennisti, Agassi e Capriati, non sono i soli esempi a disposizione, ovviamente. Mettendo insieme la giovane età, il travestimento e quel senso di fake che possiamo immaginare connessi a un concorso di Miss teen mi è venuta in mente la comunione. Rituale per me abbastanza estraneo, mi è capitato di osservarlo qualche mese fa perché la figlia di amici celebrava il sacramento.
Ora, provate a pensarci dismettendo la familiarità che avete accumulato in anni e anni: sono piccoli, vestiti in modo inusuale e sulla loro autonoma decisione si può avanzare qualche dubbio. Quanto allo sfruttamento commerciale, potremmo pensare ai regali, alle bomboniere, ai pranzi e a quello che sembra in tutto e per tutto un banchetto di nozze in miniatura. E se nei concorsi si rischierebbe l’ipersessualizzazione, durante il catechismo non si potrebbe rischiare l’obnubilamento? Sarebbero queste condizioni sufficienti per un divieto legale? ×

Il Mucchio di gennaio.

martedì 3 dicembre 2013

I misteri del male nelle cellule cerebrali



Siamo nel 2005 quando il neuroscienziato James Fallon studia le scansioni cerebrali di alcuni psicopatici. Non è solo il loro passato violento a renderli così diversi da chi non s’è mai spinto più in là di una risposta sgarbata o di un’aggressività contenuta, addomesticata con l’età adulta. Quell’abisso, simile a quello tra chi ha ucciso e chi no, che Georges Simenon racconta in Lettera al mio giudice, emerge anche dal confronto dei cervelli.
Da molti anni Fallon cerca le radici del male, cioè una spiegazione neuroscientifica al comportamento feroce e criminale. Ha notato che nei soggetti con comportamenti molto aggressivi ricorre una caratteristica comune: una scarsa funzionalità in un’area dei lobi frontali e temporali. Niente di strano, perché la riduzione di attività cerebrale in queste zone suggerisce un difetto di ragionamento morale e una scarsa capacità di contenere gli impulsi. Contemporaneamente Fallon indaga l’Alzheimer e le sue correlazioni genetiche. Ha sottoposto alcuni pazienti a esami genetici e a scansioni cerebrali. Come gruppo di controllo usa i suoi familiari e il suo stesso cervello, le cui immagini sistema sotto a quelle degli individui affetti dalla patologia.
In fondo alla pila di lastre ne vede una con le caratteristiche da psicopatico (abnormal). Fallon pensa che sia finita lì tra l’Alzheimer per sbaglio. Controlla. Nessuno sbaglio dovuto al disordine, quella scansione non arriva dal gruppo degli psicopatici. L’identità dell’uomo della scansione è talmente sconvolgente che Fallon pensa che si sia rotta la macchina. Il tecnico di laboratorio controlla lo scanner. Nessun errore, nessuna confusione: è lui, James Fallon. Uno psicopatico, con quell’area cerebrale troppo angusta per contenere empatia e emozioni, gli ingredienti del comportarsi bene. Eppure lui è una brava persona. A parte qualche fissazione e qualche narcisistica manifestazione di promesse non mantenute, nessuno avrebbe sospettato che nel suo cervello si annidasse il male. O la sua correlazione neurologica.
La Lettura, 1 dicembre 2013.