sabato 19 ottobre 2013

«Se gli uomini potessero restare incinti, l’aborto sarebbe un sacramento»


La puntata «A precious commodity» di «The Good Wife» (quinta stagione, terzo episodio), andata in onda domenica scorsa, racconta un complicato caso di surrogacy. Alicia Florrick è l’avvocato di una coppia che si è rivolta a un’agenzia di surrogacy per avere un figlio. Tara è una giovane donna che porta avanti la gravidanza. Nel corso della puntata scopriamo che la coppia ha già avuto un figlio, morto a sei mesi per una grave malformazione cardiaca, dopo molta sofferenza e cinque interventi chirurgici.

La coppia, Tara e Florrick sono nello studio del medico che li avverte che il feto ha l’85% di probabilità di essere affetto da una grave malformazione cromosomica, la sindrome di Patau. È una malattia rara e molto grave: nella maggior parte dei casi la sopravvivenza è di pochi giorni. Comporta varie anomalie fenotipiche, e danni cerebrali, cardiaci, muscolari e scheletrici. In queste circostanze, la coppia vorrebbe interrompere la gravidanza ma Tara non vuole. «Lo sento calciare» dice, convinta che un feto che scalcia non possa essere tanto malato come le dicono. Quel 15% è per lei una percentuale abbastanza alta per provare, nonostante le insistenze dei genitori biologici e di Florrick, che le ricorda che quello non è il suo bambino e le chiede di provare a pensare a quale sarebbe il suo miglior interesse (Florrick difenderà in seguito Tara).

Comincia una battaglia legale tra la coppia e Tara. Kathy e Brian non vogliono far nascere un neonato destinato alla sofferenza e molto probabilmente alla morte nel giro di poco tempo dal parto, Tara è convinta che il miglior interesse del feto sia invece nascere, e avere così la possibilità di dimostrare che la diagnosi del medico è sbagliata. Nel corso delle varie discussioni, emergono tutti gli aspetti di un dilemma tanto aggrovigliato (e a noi può sembrare strano, viste le “rimozioni” di «16 anni incinta Italia»). La “sensazione” come garanzia della buona salute del feto – Tara dice più volte «posso sentirlo, scalcia, non può essere malato» – contro la valutazione razionale del rischio e delle probabilità di sopravvivenza; la difficoltà di risolvere un simile conflitto, sia moralmente sia giuridicamente; l’impossibilità di costringere una donna a interrompere una gravidanza, pur di un figlio non geneticamente proprio; la complessità di un contratto di maternità surrogata.

Nel contratto di surrogacy, Tara aveva infatti accettato di interrompere la gravidanza in presenza di patologie fetali. Oltre al contrasto di volontà tra la madre genetica e la portatrice – che potremmo anche chiamare madre gestazionale – c’è lo scenario futuro: Tara, decidendo di non interrompere la gravidanza, costringerà Kathy a diventare madre contro la sua volontà. Kathy, soprattutto dopo la morte del primo figlio, non ne vuole sapere di esporre un altro bambino a un rischio tanto alto di dolore e morte. D’altra parte è indubbio che vi sia un ostacolo insormontabile: il corpo è di Tara e nessuno può prendere una decisione al suo posto o obbligarla contro la sua volontà. In quei pochi paesi dove la maternità surrogata non è illegale, i contratti cercano di prevedere tutti gli scenari possibili di conflitto tra le parti e di predeterminare le risoluzioni. Ovviamente, come in un caso del genere, anche avendo una soluzione sulla carta non è detto che si possa metterla in atto. Anche se i buoni esiti sono la stragrande maggioranza, gli incidenti sono spesso invocati come dimostrazione dell’immoralità della surrogacy. Ancora a distanza di molti anni si usa Baby M per dire che no, nessuna donna può portare avanti la gravidanza per qualcun altro, anche se lo accetta volontariamente (dalla discussione sulla surrogacy sono ovviamente esclusi i casi di sfruttamento o di obbligo; la domanda di moralità si pone solo se alcune condizioni iniziali sono state accertate).

È una bambina nata nel 1986. Elizabeth e William Stern avevano fatto un accordo con Mary Beth Whitehead, in modo che portasse avanti la gravidanza al posto di Elizabeth, malata di sclerosi multipla e preoccupata per i rischi di un’eventuale gravidanza. Mary Beth, diversamente da Tara, era anche la madre genetica (l’ovocita era cioè di Mary Beth). Alla nascita le cose non sono andate come previsto e la bambina è stata al centro di una difficile battaglia legale per l’affidamento. Il caso si è concluso con l’attribuzione della custodia agli Stern, pur dando a Whitehead il diritto alla visita. Molti anni dopo, Melissa ha detto che era stato buffo studiare il caso di Baby M durante il corso di bioetica. Il caso di Baby M ha segnato il successivo dibattito legale e morale sulla surrogacy. Ancora in molti usano erroneamente questa storia per dimostrare che tutti gli accordi di surrogacy non possono che finire male, che quindi sono sbagliati e dovrebbero essere illegali. Sarebbe come usare un caso di battaglia legale per l’affidamento dei figli per dimostrare che sia sbagliato avere figli.

Intanto la discussione in «The Good Wife» si sposta sulla possibilità di sopravvivenza del feto. Se il feto fosse in grado di sopravvivere al di fuori dell’utero di Tara, l’interruzione di gravidanza sarebbe esclusa per ragioni indipendenti dalla volontà delle parti (per questo motivo le interruzioni tardive presentano un quadro legale – oltre che clinico – diverso dalle interruzioni precoci). Di conseguenza, Tara non violerebbe nemmeno la clausola del contratto. Non è certo facile stabilire il momento esatto in cui un feto diventa “viable” – o meglio non esiste il momento esatto, come non esiste in tutti i processi di sviluppo – e come Florrick sottolinea, dipende dalla tecnologie a disposizione (si veda la discussione in Italia sulle cure perinatali).

L’ostacolo insuperabile rimane l’impossibilità di prendere una decisione al posto di Tara, pur nell’insolubilità del conflitto tra la sua volontà e quella di Kathy: «Io sono la madre», «Ma è il corpo di Tara!». Un corpo che – insiste Kathy – Tara «ha accettato di mettere a disposizione dei miei bisogni come madre». L’obiezione della difesa di Tara pone la parola fine, prima ancora della valutazione della possibilità di sopravvivenza del feto: «Porteresti Tara in clinica e le faresti rimuovere di forza il feto?». Ovviamente no. E questo è il più potente argomento a favore della libera scelta, perché vale sia in questo caso sia in quello opposto. La scelta è l’opzione migliore, considerando anche che l’unica alternativa sarebbe la coercizione. La possibilità di scegliere precede i contenuti: potrà essere esercitata sulla prosecuzione di una gravidanza oppure sulla sua interruzione. E se fossero gli uomini a rischiare di rimanere incinti, l’aborto non sarebbe solo garantito e libero ma, come diceva Florynce Kennedy, potrebbe addirittura essere un sacramento.

Giornalettismo, 18 ottobre 2013.