giovedì 31 ottobre 2013

After Tiller


Domenica mattina, davanti alla chiesa luterana di Wichita, Kansas, un uomo se ne sta in piedi a distribuire volantini dei prossimi appuntamenti evangelici. Indossa un giubbotto antiproiettile. Dentro, il servizio è appena cominciato. La moglie dell’uomo in piedi sulla soglia della chiesa, Jeanne, ascolta le prime parole del reverendo Lowell Michelson, poi sente il rumore di uno sparo. Probabilmente sa già che il bersaglio è suo marito, ginecologo più volte aggredito dai fanatici antiabortisti.

È il 31 maggio 2009 e George Tiller è ucciso da un proiettile in pieno volto. Subiva da trent’anni minacce, aggressioni, attentati. Nella sua clinica non c’erano finestre, da ogni angolo spuntavano videocamere di sicurezza, una macchina della polizia se ne stava lì fuori giorno e notte e all’ingresso c’era un metal detector. La clinica somigliava a una prigione di massima sicurezza. Tiller muore a poche centinaia di metri dalla sua roccaforte con un proiettile in mezzo agli occhi, come un’esecuzione. Il suo assassino, Scott Roeder, scappa; lo arrestano qualche ora dopo.

Nel 1986 la clinica era stata fatta esplodere. Dopo averla ricostruita, Tiller aveva messo un cartello: «Hell no, we won’t go». Nel 1993 Shelley Shannon gli aveva sparato 5 volte.
L’Fbi ha consegnato all’Associated Press un documento di 287 pagine: sono le minacce contro Tiller accumulate nel corso degli anni. La violenza contro l’aborto e contro gli operatori sanitari può vantare un lungo e dettagliato elenco negli Stati Uniti: almeno 8 omicidi, 17 tentati omicidi, centinaia di minacce di morte e di aggressioni, stalking, rapimenti. Per non parlare dei danni alle cliniche, dei picchetti, degli incendi dolosi. Una delle organizzazioni più violente, “Army of God”, ha definito l’assassinio di Tiller un omicidio giustificabile. D’altra parte, Tiller non era che un “baby killer”, e nel suo caso il soprannome veniva particolarmente bene per via dell’assonanza: dr. Killer. Il suo aggressore è un eroe nazionale.

Le aggressioni e gli omicidi hanno l’evidente intento di fermare il “genocidio”, non solo eliminando gli esecutori, ma cercando di scoraggiare gli altri. La strategia sembra funzionare: il “cartello” dell’aborto è passato da oltre 2000 cliniche del 1991 alle 660 di oggi, secondo il sito antiabortista “AbortionDocs.Org”. C’è anche la lista nera degli operatori sanitari: nomi, indirizzi, foto, tipologia di interventi. Se non fosse stata costruita con intenti intimidatori, la lista sarebbe uno strumento prezioso: pensare che qui in Italia ottenere il registro degli obiettori di coscienza – senza nomi e indirizzi, ma solo i numeri per singola struttura – sembra essere una missione impossibile.

A 4 anni di distanza dall’assassinio di Tiller, gli Stati Uniti sono lacerati sull’aborto e in molti stati lo scontro è durissimo. In Italia la violenza antiabortista non è mai arrivata a tanto, ma è recente la notizia che il Movimento per la Vita entrerà in ospedale per scoraggiare le donne che hanno deciso di abortire. Se già l’interruzione di gravidanza è un argomento moralmente controverso, quella nel terzo trimestre è esplosiva. È facile capire perché: intorno alla 25esima settimana il feto è a uno stadio di sviluppo avanzato, e le tecniche neonatali hanno abbassato la soglia di sopravvivenza – anche per chi è prochoice le interruzioni di gravidanza tardive sono argomento moralmente più complicato di quelle precoci. After Tiller racconta anche questo: i dubbi e le incertezze degli operatori sanitari, le motivazioni delle donne che vorrebbero farvi ricorso, andando oltre la feroce battaglia tra chi vuole vietare il ricorso all’interruzione volontaria di gravidanza e chi vuole garantirne l’accesso. Dopo Roe vs Wade e la legalizzazione (1973), ogni Stato può vietare l’aborto al terzo trimestre, ad eccezione dei casi in cui sia in pericolo la vita o la salute della donna. Alcuni stati lo permettono senza restrizioni, ma sono solo quattro i dottori che li eseguono. After Tiller li fa parlare. Le vite di questi quattro medici sono tutte intrecciate a quella di Tiller. È facile immaginare il clima dopo il suo assassinio. C’è LeRoy Carhart, Bellevue, Nebraska. Telecamere, paura. Ci sono Susan Robinson e Shelley Sella, che lavoravano in Kansas con Tiller e ora stanno ad Albuquerque, New Mexico, alla Southwestern Women’s Options. 

Sella sottolinea un punto che ultimamente è usato per scoraggiare o addirittura vietare gli aborti: si pentiranno? Non può saperlo, e non possono saperlo nemmeno le persone che prendono la decisione. «Provate a pensare a che cosa vi ha spinto allora, a come vi sentivate quando avete deciso». È facile dimenticare le circostanze esatte di quando abbiamo abortito, per ricordare solo l’interruzione di gravidanza. Che la decisione possa essere difficile non dovrebbe giustificare il divieto legale – la difficoltà di eseguire un aborto tardivo insomma non fa che aggiungere dolore. Nella maggior parte dei casi sono decisioni dolorose, prese in seguito alla diagnosi di patologie gravi. After Tiller ci porta poi a Boulder, Colorado. Warren Hern ricorda di come avesse iniziato a far nascere i bambini. E di come in Brasile avesse visto le donne morire per gli aborti illegali. Poi l’incontro con Tiller. La madre di Hern racconta di ricevere molte telefonate minacciose. Lui riceve minacce di morte, e ha cominciato a dormire con un fucile accanto al letto. Uno degli slogan degli antiabortisti è: «Women deserve better than abortion» – come a dire che le donne non possono decidere, non sono in grado, ma paternalisticamente meritano di meglio, e credendosi novelle Cassandre gli antiabortisti urlano che sanno cosa sia il meglio per loro.

È spesso riscontrabile la stessa contraddizione che caratterizza i nostrani “pro-life” (Carlo Casini & Co.), che dovremmo sempre ricordarci di chiamare “no-choiche” o “anti-choice”: le donne non sono ree – sebbene l’aborto sia reato. Gli unici a essere punibili sono gli operatori sanitari. E se ti prendi una pallottola tra gli occhi, in fondo è quello che ti meriti. Te la sei cercata.

Robinson racconta che in passato nessuno le aveva insegnato a praticare aborti, lavorava in una struttura cattolica. È stato proprio quando hanno cominciato a sparare ai medici che ha deciso di non poter restare fuori. Ci sono due modi di reagire ai bulli – dice. Uno è scappare, l’altro è reagire. Vedere i picchetti intorno alle cliniche e assistere all’invadenza dei “no-choice”, mi fa tornare in mente il libro di un’altra ginecologa, Susan Wicklund: This Common Secret: My Journey as an Abortion Doctor (scritto con Alex Kesselheim e pubblicato nel 2007 da PublicAffairs, New York). Wicklund ci descrive come può diventare la vita di un medico che esegue aborti, tra inseguimenti, assembramenti fuori dalla propria casa, spostamenti e appuntamenti segreti, giubbotti antiproiettili, minacce di morte e una calibro 38.

Guardando After Tiller, anche i più distratti possono rendersi conto che i dubbi dei medici e la loro incertezza costituiscono la migliore garanzia della libera scelta. Contrariamente alla paternalistica convinzione della maggior parte dei conservatori – non devi mai fare questo perché altrimenti ti succederà quest’altro che è un male per te – questi medici sanno che non c’è la Decisione Giusta, e che a volte quella che prendiamo è soltanto la meno orrenda a nostra disposizione. E a volte sarà oggetto di rimpianto e di dolore: non è possibile proteggere le persone da questo («we can’t protect people from regret»), ma quello che si può fare è non sottrarre alle donne la possibilità di decidere. Le donne sono le migliori esperte della loro vita, secondo questa dottoressa che ha deciso di garantire anche le scelte più controverse, e sebbene a volte possa non essere così, il fatto è che nessuna soluzione è migliore di questa. Nessuno può avere la presunzione di ergersi a giudice, nemmeno il medico. Non c’è la scelta giusta, ma quella meno sbagliata, ma devi prenderne una – e, aggiungo, anche non scegliere è una “scelta”, non priva di conseguenze, pratiche e morali. Non rendersene conto è una negazione pericolosa. Verso la fine di After Tiller, Sella attribuisce all’intera Wichita la responsabilità dell’assassinio di Tiller, e forse sul fronte della complicità estesa si potrebbe anche valicare i confini della città del Kansas. Non hanno premuto il grilletto, certo, ma il clima era talmente esacerbato da apparire come un invito e una giustificazione anticipata.

«Tutti lo volevano e ne avevano bisogno quando i loro figli avevano bisogno di un aborto, volevano lui perché era il migliore – ma era un segreto». In pubblico Tiller era un paria, in privato molto gettonato anche da quelli che lo minacciavano. In Italia esiste una versione edulcorata: capita che gli obiettori di coscienza rivendichino per sé e i propri cari quanto negano agli altri, cioè la possibilità di scegliere. Qualunque sia la nostra opinione sull’interruzione volontaria di gravidanza, After Tiller si oppone alla caricaturale descrizione dei buoni contro i cattivi. Come Shane e Wilson scrivono in una nota per la stampa, il risultato di questa contrapposizione è di farci dimenticare quale sia la condizione delle donne e degli operatori sanitari. Alcuni non lo sapranno mai, restando comodamente seduti sul divano di casa a distribuire giudizi e veti.

La 27esima Ora, 29 ottobre 2013.