giovedì 31 ottobre 2013

After Tiller


Domenica mattina, davanti alla chiesa luterana di Wichita, Kansas, un uomo se ne sta in piedi a distribuire volantini dei prossimi appuntamenti evangelici. Indossa un giubbotto antiproiettile. Dentro, il servizio è appena cominciato. La moglie dell’uomo in piedi sulla soglia della chiesa, Jeanne, ascolta le prime parole del reverendo Lowell Michelson, poi sente il rumore di uno sparo. Probabilmente sa già che il bersaglio è suo marito, ginecologo più volte aggredito dai fanatici antiabortisti.

È il 31 maggio 2009 e George Tiller è ucciso da un proiettile in pieno volto. Subiva da trent’anni minacce, aggressioni, attentati. Nella sua clinica non c’erano finestre, da ogni angolo spuntavano videocamere di sicurezza, una macchina della polizia se ne stava lì fuori giorno e notte e all’ingresso c’era un metal detector. La clinica somigliava a una prigione di massima sicurezza. Tiller muore a poche centinaia di metri dalla sua roccaforte con un proiettile in mezzo agli occhi, come un’esecuzione. Il suo assassino, Scott Roeder, scappa; lo arrestano qualche ora dopo.

Nel 1986 la clinica era stata fatta esplodere. Dopo averla ricostruita, Tiller aveva messo un cartello: «Hell no, we won’t go». Nel 1993 Shelley Shannon gli aveva sparato 5 volte.
L’Fbi ha consegnato all’Associated Press un documento di 287 pagine: sono le minacce contro Tiller accumulate nel corso degli anni. La violenza contro l’aborto e contro gli operatori sanitari può vantare un lungo e dettagliato elenco negli Stati Uniti: almeno 8 omicidi, 17 tentati omicidi, centinaia di minacce di morte e di aggressioni, stalking, rapimenti. Per non parlare dei danni alle cliniche, dei picchetti, degli incendi dolosi. Una delle organizzazioni più violente, “Army of God”, ha definito l’assassinio di Tiller un omicidio giustificabile. D’altra parte, Tiller non era che un “baby killer”, e nel suo caso il soprannome veniva particolarmente bene per via dell’assonanza: dr. Killer. Il suo aggressore è un eroe nazionale.

Le aggressioni e gli omicidi hanno l’evidente intento di fermare il “genocidio”, non solo eliminando gli esecutori, ma cercando di scoraggiare gli altri. La strategia sembra funzionare: il “cartello” dell’aborto è passato da oltre 2000 cliniche del 1991 alle 660 di oggi, secondo il sito antiabortista “AbortionDocs.Org”. C’è anche la lista nera degli operatori sanitari: nomi, indirizzi, foto, tipologia di interventi. Se non fosse stata costruita con intenti intimidatori, la lista sarebbe uno strumento prezioso: pensare che qui in Italia ottenere il registro degli obiettori di coscienza – senza nomi e indirizzi, ma solo i numeri per singola struttura – sembra essere una missione impossibile.

A 4 anni di distanza dall’assassinio di Tiller, gli Stati Uniti sono lacerati sull’aborto e in molti stati lo scontro è durissimo. In Italia la violenza antiabortista non è mai arrivata a tanto, ma è recente la notizia che il Movimento per la Vita entrerà in ospedale per scoraggiare le donne che hanno deciso di abortire. Se già l’interruzione di gravidanza è un argomento moralmente controverso, quella nel terzo trimestre è esplosiva. È facile capire perché: intorno alla 25esima settimana il feto è a uno stadio di sviluppo avanzato, e le tecniche neonatali hanno abbassato la soglia di sopravvivenza – anche per chi è prochoice le interruzioni di gravidanza tardive sono argomento moralmente più complicato di quelle precoci. After Tiller racconta anche questo: i dubbi e le incertezze degli operatori sanitari, le motivazioni delle donne che vorrebbero farvi ricorso, andando oltre la feroce battaglia tra chi vuole vietare il ricorso all’interruzione volontaria di gravidanza e chi vuole garantirne l’accesso. Dopo Roe vs Wade e la legalizzazione (1973), ogni Stato può vietare l’aborto al terzo trimestre, ad eccezione dei casi in cui sia in pericolo la vita o la salute della donna. Alcuni stati lo permettono senza restrizioni, ma sono solo quattro i dottori che li eseguono. After Tiller li fa parlare. Le vite di questi quattro medici sono tutte intrecciate a quella di Tiller. È facile immaginare il clima dopo il suo assassinio. C’è LeRoy Carhart, Bellevue, Nebraska. Telecamere, paura. Ci sono Susan Robinson e Shelley Sella, che lavoravano in Kansas con Tiller e ora stanno ad Albuquerque, New Mexico, alla Southwestern Women’s Options. 

Sella sottolinea un punto che ultimamente è usato per scoraggiare o addirittura vietare gli aborti: si pentiranno? Non può saperlo, e non possono saperlo nemmeno le persone che prendono la decisione. «Provate a pensare a che cosa vi ha spinto allora, a come vi sentivate quando avete deciso». È facile dimenticare le circostanze esatte di quando abbiamo abortito, per ricordare solo l’interruzione di gravidanza. Che la decisione possa essere difficile non dovrebbe giustificare il divieto legale – la difficoltà di eseguire un aborto tardivo insomma non fa che aggiungere dolore. Nella maggior parte dei casi sono decisioni dolorose, prese in seguito alla diagnosi di patologie gravi. After Tiller ci porta poi a Boulder, Colorado. Warren Hern ricorda di come avesse iniziato a far nascere i bambini. E di come in Brasile avesse visto le donne morire per gli aborti illegali. Poi l’incontro con Tiller. La madre di Hern racconta di ricevere molte telefonate minacciose. Lui riceve minacce di morte, e ha cominciato a dormire con un fucile accanto al letto. Uno degli slogan degli antiabortisti è: «Women deserve better than abortion» – come a dire che le donne non possono decidere, non sono in grado, ma paternalisticamente meritano di meglio, e credendosi novelle Cassandre gli antiabortisti urlano che sanno cosa sia il meglio per loro.

È spesso riscontrabile la stessa contraddizione che caratterizza i nostrani “pro-life” (Carlo Casini & Co.), che dovremmo sempre ricordarci di chiamare “no-choiche” o “anti-choice”: le donne non sono ree – sebbene l’aborto sia reato. Gli unici a essere punibili sono gli operatori sanitari. E se ti prendi una pallottola tra gli occhi, in fondo è quello che ti meriti. Te la sei cercata.

Robinson racconta che in passato nessuno le aveva insegnato a praticare aborti, lavorava in una struttura cattolica. È stato proprio quando hanno cominciato a sparare ai medici che ha deciso di non poter restare fuori. Ci sono due modi di reagire ai bulli – dice. Uno è scappare, l’altro è reagire. Vedere i picchetti intorno alle cliniche e assistere all’invadenza dei “no-choice”, mi fa tornare in mente il libro di un’altra ginecologa, Susan Wicklund: This Common Secret: My Journey as an Abortion Doctor (scritto con Alex Kesselheim e pubblicato nel 2007 da PublicAffairs, New York). Wicklund ci descrive come può diventare la vita di un medico che esegue aborti, tra inseguimenti, assembramenti fuori dalla propria casa, spostamenti e appuntamenti segreti, giubbotti antiproiettili, minacce di morte e una calibro 38.

Guardando After Tiller, anche i più distratti possono rendersi conto che i dubbi dei medici e la loro incertezza costituiscono la migliore garanzia della libera scelta. Contrariamente alla paternalistica convinzione della maggior parte dei conservatori – non devi mai fare questo perché altrimenti ti succederà quest’altro che è un male per te – questi medici sanno che non c’è la Decisione Giusta, e che a volte quella che prendiamo è soltanto la meno orrenda a nostra disposizione. E a volte sarà oggetto di rimpianto e di dolore: non è possibile proteggere le persone da questo («we can’t protect people from regret»), ma quello che si può fare è non sottrarre alle donne la possibilità di decidere. Le donne sono le migliori esperte della loro vita, secondo questa dottoressa che ha deciso di garantire anche le scelte più controverse, e sebbene a volte possa non essere così, il fatto è che nessuna soluzione è migliore di questa. Nessuno può avere la presunzione di ergersi a giudice, nemmeno il medico. Non c’è la scelta giusta, ma quella meno sbagliata, ma devi prenderne una – e, aggiungo, anche non scegliere è una “scelta”, non priva di conseguenze, pratiche e morali. Non rendersene conto è una negazione pericolosa. Verso la fine di After Tiller, Sella attribuisce all’intera Wichita la responsabilità dell’assassinio di Tiller, e forse sul fronte della complicità estesa si potrebbe anche valicare i confini della città del Kansas. Non hanno premuto il grilletto, certo, ma il clima era talmente esacerbato da apparire come un invito e una giustificazione anticipata.

«Tutti lo volevano e ne avevano bisogno quando i loro figli avevano bisogno di un aborto, volevano lui perché era il migliore – ma era un segreto». In pubblico Tiller era un paria, in privato molto gettonato anche da quelli che lo minacciavano. In Italia esiste una versione edulcorata: capita che gli obiettori di coscienza rivendichino per sé e i propri cari quanto negano agli altri, cioè la possibilità di scegliere. Qualunque sia la nostra opinione sull’interruzione volontaria di gravidanza, After Tiller si oppone alla caricaturale descrizione dei buoni contro i cattivi. Come Shane e Wilson scrivono in una nota per la stampa, il risultato di questa contrapposizione è di farci dimenticare quale sia la condizione delle donne e degli operatori sanitari. Alcuni non lo sapranno mai, restando comodamente seduti sul divano di casa a distribuire giudizi e veti.

La 27esima Ora, 29 ottobre 2013.

martedì 29 ottobre 2013

Fermare la pubertà nei «bambini transessuali»?

Un consigliere regionale agita lo spettro della «manipolazione biologica». È proprio così?

Il dipartimento di «Medicina della sessualità e andrologia» dell’ospedale di Careggi, Firenze, avrebbe proposto di «fermare la pubertà nei bambini transessuali». Un consigliere regionale agita lo spettro della «manipolazione biologica». Qualche giorno fa l’Adnkronos titolava «Sanità: cambio sesso, Careggi Firenze valuta stop pubertà in bimbi con problemi» (22 marzo 2013). Alcuni giornali hanno ripreso sia il titolo (come la Nazione: «”Cambio di sesso, bloccare la pubertà nei bambini? Una manipolazione biologica”») sia il contenuto, a cominciare dalla prima riga: «Bloccare la pubertà nei bambini che manifestano sintomi di transessualità». Come prevedibile, la discussione è stata e rimane animata. Il consigliere regionale Gian Luca Lazzeri (Più Toscana), membro della IV commissione Sanità e tesoriere del gruppo Lega Nord Toscana denuncia la «manipolazione biologica». L’argomento è complesso e alcuni termini sono usati in modo ambiguo e confuso. Ne parlo con Luca Chianura, psicologo, psicoterapeuta e Responsabile di Psicologia Clinica “Area Adulti” SAIFIP-A.O. San Camillo-Forlanini di Roma.

BLOCCARE LA PUBERTÀ – Mi dice Chianura: «I bloccanti ipotalamici, in realtà, sospendono momentaneamente lo sviluppo dei caratteri secondari sessuali e non provocano alcun “cambiamento di sesso”. Questo tipo di terapia viene prescritta in Italia in pochissimi centri pubblici specializzati. I bloccanti sono somministrati solo agli adolescenti a partire dai 16 anni, dopo un’approfondita valutazione da parte di una équipe multidisciplinare e in accordo con i genitori e con i ragazzi. Poi, di solito a 18 anni, si inizia la terapia ormonale vera e propria. In questo caso, i giornali hanno parlato erroneamente di “bambini”. Vorrei ricordare che in altre parti dell’Unione Europea si comincia con i bloccanti a 12 anni (Amsterdam) o a 14 anni (Londra), e che le procedure che regolano questi trattamenti sono consolidate da anni di esperienza e pubblicate in numerosi articoli di riviste internazionali. In queste ricerche, è stato evidenziato che gli adolescenti con disforia di genere che assumono la terapia con bloccanti ipotalamici migliorano notevolmente la loro qualità di vita».

DIAGNOSI – È ovvio che per avviare un percorso farmacologico, così come un percorso psicologico, sia necessario partire da una diagnosi certa. «La diagnosi deve valutare che la condizione dell’individuo sia “permanente” – dice Chianura. Seppure in molti casi, i primi segnali di un disagio e di un’atipicità sono precoci, a partire dai 3-4 anni, non è “utile” definire un bambino come “transessuale”. O affetto dalla disforia di genere. Non lo si dovrebbe fare perché è solo con la pubertà e con le trasformazioni dell’inizio dell’adolescenza che la personalità comincia a delinearsi. La diagnosi, pertanto, non si dovrebbe fare fino agli 11-12 anni; solo dopo avviene la valutazione se prevedere un trattamento con i bloccanti ipotalamici e a quale età è “giusto” farlo. Ogni paese europeo si muove come meglio ritiene, come dicevo prima».

TRANSESSUALITÀ – Un primo termine ambiguo è proprio “transessualità”. Capita di frequente che si faccia confusione tra identità di genere, orientamento sessuale, transessualità (come tra outing e coming out). Immaginare come sostituire “transessuali” non è facile. Altri concetti sono più accessibili. Dice Chianura: «L’identità di genere è abbastanza semplice da capire: la percezione di sé come maschi o come femmine. Così come il disturbo dell’identità di genere, cioè l’incongruenza della propria percezione rispetto al genere sessuale di appartenenza. Per quanto riguarda la transessualità è più complicato: intanto oggi si chiama “disforia di genere”. Il termine è cambiato nel DSM [Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali], il disturbo è stato sostituito dalla disforia: è un approccio lievemente meno patologizzante. Il termine “transessualismo” non si dovrebbe usare, ma sostituirlo è difficile. Dovremo dire varianza di genere? O persone con un disturbo disforico? Pazienti? Non sarebbe nemmeno corretto dal punto di vista diagnostico. Tante persone “transessuali” non hanno disturbi di genere. Alcuni non fanno il percorso di adeguamento. Insomma, non esiste una categoria omogenea. E questo rende difficile trovare una sola parola»

«BAMBINI TRANSESSUALI» – Se già è difficile con gli adulti, immaginiamo rispetto alle fasi evolutive in cui i tratti della personalità sono in formazione e non sono ancora definiti. Un altro problema del termine “transessuale” sta nel rimandare al sesso. «Il sesso non è così rilevante e rischia di monopolizzare semanticamente questo dominio complesso e determinato da molti fattori. “Bambini transessuali” è un’espressione davvero bizzarra. D’altra parte dobbiamo fare i conti con la realtà: non lo cambieremo almeno per i prossimi 50 anni. Continua a essere usato nei media, nei convegni, nelle conversazioni. E anche l’associazionismo usa questo termine». Ai termini, soprattutto quelli dal sapore patologizzante, dobbiamo fare particolare attenzione.

QUALE SOSTEGNO? – La difficoltà di diagnosticare non implica che non si possa fare nulla, ma suggerisce di avvicinarsi senza categorie troppo rigide. «Alcuni atteggiamenti possono cambiare con il tempo. La pubertà può essere un inferno: il tuo corpo va nella direzione opposta alla tua appartenenza di genere, e la tua identità si stabilizza in modo incongruo rispetto al tuo sesso biologico. Il trattamento per i bambini è diverso da quello degli adolescenti. Si può offrire un sostegno psicologico al bambino e alla famiglia. È molto importante sostenere le famiglie, per far sì che le cose che accadono siano vissute bene. I bambini possono stare bene, soprattutto in ambienti familiari e scolastici accoglienti. È importante evitare qualsiasi terapia riparativa o affermativa». Insomma il bambino dovrebbe essere lasciato comportarsi il più possibile secondo i suoi desideri. Non dimentichiamo che la pubertà è intrinsecamente un momento confuso e nebbioso, ma se il contesto è accogliente una parte di sofferenza può essere alleviata. Soprattutto quella estrinseca, quella determinata da un contesto di norme rigide e a volte del tutto ingiustificabili.

IL CONTESTO, LE REGOLE – Nel comunicato si faceva cenno a quei «segni di sofferenza [che] si palesano fin dalla tenera età, quando un bambino vuole giocare e vestirsi da femmina (o viceversa), o si rifiuta, per esempio, di urinare secondo le norme sessuali». Giocare da femmina e vestirsi da femmina? È abbastanza evidente che queste siano regole socialmente e culturalmente determinate, e che pensare che un bambino che vuole giocare con una bambola sia un bambino “sofferente” sia un problema dell’osservatore o del rigido normatore. In casi del genere è il giudizio che può causare una sofferenza, in modo analogo ai contesti razzisti e omofobi. «Il contesto familiare è importantissimo, perché se i bambini sono sostenuti e rassicurati saranno più forti all’esterno. Avranno più risorse e strumenti per affrontare eventuali difficoltà. In alcuni casi abbiamo ritenuto di non dover offrire un sostegno. Anche perché, pur con la massima apertura, è un messaggio: al bambino, alla famiglia, alla società. È un equilibrio difficile: posso dire “il bambino deve esprimersi come preferisce”, ma se l’ho preso in carico sto mandano un segnale contrastante. Viene dallo psicologo perché ha qualcosa che non va? Questa domanda vale per tutta la salute mentale. In quest’area specifica, con una dimensione culturale così forte, potrebbe essere ancora più importante aver presente questo aspetto simbolico». 

LA LEGGE – In Italia è la legge del 14 aprile 1982 n. 164, «Norme in materia di rettificazione di attribuzione di sesso», a regolare la riassegnazione sessuale. Secondo l’Adnkronos, «1 persona su 35.000 chiede il passaggio dal sesso femminile a quello maschile e 1 su 18.000 il contrario». Su Articolo29 ci sono alcune sentenze che riguardano la questione. Lo scorso giugno, la Cassazione ha sollevato il dubbio di costituzionalità sullo scioglimento automatico di un matrimonio in seguito al cambiamento di sesso, come indicato dalla legge 164: «La sentenza di rettificazione […] provoca lo scioglimento del matrimonio o la cessazione degli effetti civili conseguenti alla trascrizione del matrimonio celebrato con rito religioso».

Giornalettismo, 29 ottobre 2013.

sabato 19 ottobre 2013

«Se gli uomini potessero restare incinti, l’aborto sarebbe un sacramento»


La puntata «A precious commodity» di «The Good Wife» (quinta stagione, terzo episodio), andata in onda domenica scorsa, racconta un complicato caso di surrogacy. Alicia Florrick è l’avvocato di una coppia che si è rivolta a un’agenzia di surrogacy per avere un figlio. Tara è una giovane donna che porta avanti la gravidanza. Nel corso della puntata scopriamo che la coppia ha già avuto un figlio, morto a sei mesi per una grave malformazione cardiaca, dopo molta sofferenza e cinque interventi chirurgici.

La coppia, Tara e Florrick sono nello studio del medico che li avverte che il feto ha l’85% di probabilità di essere affetto da una grave malformazione cromosomica, la sindrome di Patau. È una malattia rara e molto grave: nella maggior parte dei casi la sopravvivenza è di pochi giorni. Comporta varie anomalie fenotipiche, e danni cerebrali, cardiaci, muscolari e scheletrici. In queste circostanze, la coppia vorrebbe interrompere la gravidanza ma Tara non vuole. «Lo sento calciare» dice, convinta che un feto che scalcia non possa essere tanto malato come le dicono. Quel 15% è per lei una percentuale abbastanza alta per provare, nonostante le insistenze dei genitori biologici e di Florrick, che le ricorda che quello non è il suo bambino e le chiede di provare a pensare a quale sarebbe il suo miglior interesse (Florrick difenderà in seguito Tara).

Comincia una battaglia legale tra la coppia e Tara. Kathy e Brian non vogliono far nascere un neonato destinato alla sofferenza e molto probabilmente alla morte nel giro di poco tempo dal parto, Tara è convinta che il miglior interesse del feto sia invece nascere, e avere così la possibilità di dimostrare che la diagnosi del medico è sbagliata. Nel corso delle varie discussioni, emergono tutti gli aspetti di un dilemma tanto aggrovigliato (e a noi può sembrare strano, viste le “rimozioni” di «16 anni incinta Italia»). La “sensazione” come garanzia della buona salute del feto – Tara dice più volte «posso sentirlo, scalcia, non può essere malato» – contro la valutazione razionale del rischio e delle probabilità di sopravvivenza; la difficoltà di risolvere un simile conflitto, sia moralmente sia giuridicamente; l’impossibilità di costringere una donna a interrompere una gravidanza, pur di un figlio non geneticamente proprio; la complessità di un contratto di maternità surrogata.

Nel contratto di surrogacy, Tara aveva infatti accettato di interrompere la gravidanza in presenza di patologie fetali. Oltre al contrasto di volontà tra la madre genetica e la portatrice – che potremmo anche chiamare madre gestazionale – c’è lo scenario futuro: Tara, decidendo di non interrompere la gravidanza, costringerà Kathy a diventare madre contro la sua volontà. Kathy, soprattutto dopo la morte del primo figlio, non ne vuole sapere di esporre un altro bambino a un rischio tanto alto di dolore e morte. D’altra parte è indubbio che vi sia un ostacolo insormontabile: il corpo è di Tara e nessuno può prendere una decisione al suo posto o obbligarla contro la sua volontà. In quei pochi paesi dove la maternità surrogata non è illegale, i contratti cercano di prevedere tutti gli scenari possibili di conflitto tra le parti e di predeterminare le risoluzioni. Ovviamente, come in un caso del genere, anche avendo una soluzione sulla carta non è detto che si possa metterla in atto. Anche se i buoni esiti sono la stragrande maggioranza, gli incidenti sono spesso invocati come dimostrazione dell’immoralità della surrogacy. Ancora a distanza di molti anni si usa Baby M per dire che no, nessuna donna può portare avanti la gravidanza per qualcun altro, anche se lo accetta volontariamente (dalla discussione sulla surrogacy sono ovviamente esclusi i casi di sfruttamento o di obbligo; la domanda di moralità si pone solo se alcune condizioni iniziali sono state accertate).

È una bambina nata nel 1986. Elizabeth e William Stern avevano fatto un accordo con Mary Beth Whitehead, in modo che portasse avanti la gravidanza al posto di Elizabeth, malata di sclerosi multipla e preoccupata per i rischi di un’eventuale gravidanza. Mary Beth, diversamente da Tara, era anche la madre genetica (l’ovocita era cioè di Mary Beth). Alla nascita le cose non sono andate come previsto e la bambina è stata al centro di una difficile battaglia legale per l’affidamento. Il caso si è concluso con l’attribuzione della custodia agli Stern, pur dando a Whitehead il diritto alla visita. Molti anni dopo, Melissa ha detto che era stato buffo studiare il caso di Baby M durante il corso di bioetica. Il caso di Baby M ha segnato il successivo dibattito legale e morale sulla surrogacy. Ancora in molti usano erroneamente questa storia per dimostrare che tutti gli accordi di surrogacy non possono che finire male, che quindi sono sbagliati e dovrebbero essere illegali. Sarebbe come usare un caso di battaglia legale per l’affidamento dei figli per dimostrare che sia sbagliato avere figli.

Intanto la discussione in «The Good Wife» si sposta sulla possibilità di sopravvivenza del feto. Se il feto fosse in grado di sopravvivere al di fuori dell’utero di Tara, l’interruzione di gravidanza sarebbe esclusa per ragioni indipendenti dalla volontà delle parti (per questo motivo le interruzioni tardive presentano un quadro legale – oltre che clinico – diverso dalle interruzioni precoci). Di conseguenza, Tara non violerebbe nemmeno la clausola del contratto. Non è certo facile stabilire il momento esatto in cui un feto diventa “viable” – o meglio non esiste il momento esatto, come non esiste in tutti i processi di sviluppo – e come Florrick sottolinea, dipende dalla tecnologie a disposizione (si veda la discussione in Italia sulle cure perinatali).

L’ostacolo insuperabile rimane l’impossibilità di prendere una decisione al posto di Tara, pur nell’insolubilità del conflitto tra la sua volontà e quella di Kathy: «Io sono la madre», «Ma è il corpo di Tara!». Un corpo che – insiste Kathy – Tara «ha accettato di mettere a disposizione dei miei bisogni come madre». L’obiezione della difesa di Tara pone la parola fine, prima ancora della valutazione della possibilità di sopravvivenza del feto: «Porteresti Tara in clinica e le faresti rimuovere di forza il feto?». Ovviamente no. E questo è il più potente argomento a favore della libera scelta, perché vale sia in questo caso sia in quello opposto. La scelta è l’opzione migliore, considerando anche che l’unica alternativa sarebbe la coercizione. La possibilità di scegliere precede i contenuti: potrà essere esercitata sulla prosecuzione di una gravidanza oppure sulla sua interruzione. E se fossero gli uomini a rischiare di rimanere incinti, l’aborto non sarebbe solo garantito e libero ma, come diceva Florynce Kennedy, potrebbe addirittura essere un sacramento.

Giornalettismo, 18 ottobre 2013.

giovedì 10 ottobre 2013

Che brutto guaio l’età del boomerang


La crisi della mezza età non risparmia nessuno, anche se con l’aumento della vita media ha confini temporali oscillanti. Si è giovani fino a 30 anni, perfino 40 e oltre, quindi il bilancio da adulti è rimandato, trattenuto e poi a volte arriva con brutalità inattesa: è piuttosto facile illudersi che da grandi si sarà capaci di vedersela con le paranoie e le ansie da prestazione. Ci si scopre invece vecchi senza essere mai cresciuti: che ci vuole del talento l’aveva già detto Jacques Brel in La chanson des vieux amants, che sia una crudele adulazione lo scopriamo sulla nostra pelle. D’altra parte continuano a dirci «sei giovane», mentre il nostro corpo manda segnali contrari: la cervicale, il doloretto, i postumi di una bevuta che «quando avevo vent’anni nemmeno li sentivo». Rischiamo di rimanere incastrati in un’eterna adolescenza, sommando così gli svantaggi di quest’ultima a quelli della maturità.
L’altra crisi assicurata è quella adolescenziale, quando ragazzini adorabili si trasformano in concentrati di antipatia. Se sono i tuoi figli — consigliava Nora Ephron nel libro Il mio collo mi fa impazzire, che è un perfetto resoconto della crisi che può causare un collo che comincia a cedere, cioè verso i 43 anni —, è bene avere un cane: almeno qualcuno in casa è felice di vederti.
Ma possiamo sentirci al sicuro una volta superata l’adolescenza e non ancora raggiunta la mezza età? No, state pure tranquilli. Le crisi non risparmiano nessuna età: qualsiasi compleanno è buono per un rimpianto o un doloroso bilancio.

La Lettura, 6 ottobre 2013.