lunedì 30 settembre 2013

Assalto al Mulino Bianco


“Sacrale”, “tradizionale”, “classica”: sono questi i tre aggettivi usati da Guido Barilla per descrivere la sua famiglia ideale, ovvero una famiglia vuota di contenuti.
Quei tre aggettivi, infatti, non hanno alcun significato se non in un contesto temporale e storico e, in virtù della loro dipendenza, non sono intrinsecamente né buoni né cattivi.
La tradizione è un’abitudine che nel tempo è durata, è stata tramandata, ma non è detto che sia qualcosa da rivendicare e di cui andare fieri. Il tempo di per sé non è garanzia di nulla. Ci sono molti esempi di tradizioni odiose e moralmente ripugnanti: la schiavitù, il razzismo, l’esposizione del lenzuolo dopo la prima notte di nozze a testimonianza dell’illibatezza della sposa, la castità come condizione necessaria di un quanto mai vago “rispetto”. Se vogliamo rimanere nel dominio della famiglia non bisogna nemmeno andare molto indietro nel tempo per trovare tradizioni disgustose: il matrimonio riparatore, cioè la possibilità di estinguere l’abuso sessuale con le nozze, la dote, il reato di adulterio per la moglie e di abbandono del tetto coniugale, l’attenuante dell’onore nei delitti cosiddetti passionali.
Tradizioni tutte indigene, incardinate in un codice penale aggrappato a una società fortemente ingiusta e patriarcale, con la benedizione del fascismo e della sua idea di nucleo familiare e sacralità dei doveri domestici, i cui principi andati sono ancora oggetto di rimpianto per qualcuno.
Considerazioni simili si potrebbero fare per “sacrale” e “classica”.
Ma il più bello deve ancora arrivare. Barilla infatti, incalzato dai conduttori de La Zanzara, dice massì facessero quello che vogliono [gli omosessuali], però «senza disturbare gli altri». Che è un concetto o superfluo o bizzarro. Buttato lì somiglia terribilmente a quei discorsi delle zie beghine rivolti a qualsiasi gruppo “estraneo” al proprio angusto panorama (per etnia, nascita, o per appartenenza a una città diversa da quella del proprio nipote che è tanto un caro ragazzo): «Che vengano pure in casa mia, basta che si lavino».
Mi viene in mente un giudice di pace statunitense che, rifiutandosi di celebrare un matrimonio tra una donna e un uomo di etnie diverse, si giustificò scivolando ancora più in basso: «Mica sono razzista io, ho tanti amici [ricorda qualcosa?] neri e vengono a casa mia e usano il mio bagno». Il tipo si chiamava Keith Bardwell. Era il 2009, mica il 1950. Ma il matrimonio no, fossi matto, chissà poi cosa succede ai bambini – stesso “argomento” di Barilla e di molti contro le adozioni gay e la genitorialità senza discriminazione.
Che Barilla pensi quello che vuole – ovviamente – ma ciò che è sorprendente è l’aver candidamente elencato abbastanza aggettivi da far innervosire moltissime persone. E far innervosire moltissime persone non è una geniale scelta di marketing. Nel giro di poche ore si sono moltiplicate le iniziative di boicottaggio, il cui effetto è per ora difficile da valutare anche se è verosimile pensare che nessun presidente aziendale consiglierebbe una strada del genere. Ingenuità? Un calcolo sbagliato? Ci vorrebbe un mago per capirlo, così come ci vorrebbe un allenato interprete di auspici per capire perché ha accettato di essere intervistato in quel contesto in cui – ormai lo sanno tutti – il minimo che può capitarti è di dire idiozie. Se non sei abbastanza sfortunato o di malumore per avere voglia di spaccare una sedia in testa al tuo interlocutore.
Soprattutto in un momento come questo, in cui ancora non si è sopito il clamore sollevato dalla discussione sulla legge sull’omofobia, sull’emendamento e sul subemendamento. Quel clamore in cui tutti hanno sentito l’urgenza improrogabile di intervenire, anche prima di leggere il testo, anche prima di capire, anche senza avere intrinsecamente la capacità di capire.
La parola d’ordine è: riempire un silenzio necessario. E allora, forse, anche Barilla è caduto in questa trappola – da lui stesso costruita eh, mica è una povera vittima di un complotto ordito alle sue spalle. Comunque Barilla è a favore del matrimonio, magari non entusiasta («facessero quello che vogliono»), tuttavia più avanzato di tanti altri. L’adozione no, non esageriamo, che poi lui è padre e conosce le complessità già da padre etero. Non aggiungiamo ulteriori complicazioni. Quali sarebbero le complessità da padre non etero rimane un mistero.
Peggio degli insensati aggettivi di Guido Barilla? Le sue scuse tardive – «sono stato malinteso», «volevo semplicemente sottolineare la centralità del ruolo della donna all’interno della famiglia» (come?!) – e chi lo difende, come il Moige – che è a favore della famiglia “naturale”, altro nonsense galattico – e Eugenia Roccella, secondo la quale Barilla è addirittura coraggioso nel difendere la famiglia “formata da un uomo e una donna”, come se qualcuno la stia minacciando. Come se l’uguaglianza fosse rischiosa. Il punto dolente, infatti, non è avere «un’idea del matrimonio diversa da quella dei militanti gay» ma ricordarsi che il matrimonio in Italia è discriminatorio. Se tutti potessero sposarsi, sarebbe quasi divertente ascoltare queste farneticazioni da finti tonti. Circondati come siamo da disparità e ingiustizia, è un po’ più facile prenderli sul serio. Ma è comunque un errore gravissimo, come quando rispondiamo a uno che parla nel sonno.

Il Secolo XIX, 27 settembre 2013.

venerdì 27 settembre 2013

L’uomo e la mosca compagni di viaggio


«È stato grazie a un tornado che la mia carriera di scienziato ha preso il volo». Una sola vita non basta (Rizzoli, pp. 342 e 19), il nuovo libro di Edoardo Boncinelli, comincia da un incontro fortuito al terminal della Twa di New York. È il 1984, Boncinelli è diretto in Colorado per una conferenza sulla biologia dello sviluppo ma le condizioni atmosferiche fanno sospendere il traffico aereo. Si forma un gruppo di passeggeri bloccati nell’attesa, tra cui lo scienziato svizzero Walter Gehring. I due si salutano e cominciano a raccontarsi come procedono le rispettive ricerche. È soprattutto Gehring a parlare, e la chiacchierata si trasforma presto in un’anteprima informale della sua futura relazione. Gehring aveva isolato tre geni omeotici della drosofila. In quel momento era chiaro quanto fossero importanti, ma non ancora come funzionassero. Di alto valore gerarchico e in grado di controllare altri geni, una loro mutazione può provocare profonde alterazioni nel corpo della mosca: non solo una zampa o un’ala, ma l’intero segmento di corpo dell’insetto che li contiene. Che cosa accade nelle altre specie? Boncinelli decide di provare a rispondere a questa domanda, cioè di verificare se per i mammiferi valgono gli stessi meccanismi. La decisione si rivela felice: Boncinelli si avvia sulla strada che lo condurrà verso la scoperta «dell’esistenza nell’uomo di geni con un ruolo simile a quello dei geni omeotici nella drosofila».

Il Corriere della sera, 27 settembre 2013.

domenica 15 settembre 2013

Falsi e disgustosi ricordi per superare l’alcolismo


La memoria è un campo di studi affascinante: può essere molto inaffidabile e può essere manipolata. Elizabeth F. Loftus è una ricercatrice dell’Università della California che da tempo lavora sui falsi ricordi. Negli ultimi tempi sta indagando la possibilità di immetterne intenzionalmente per una buona causa: la battaglia contro l’alcolismo. In un saggio pubblicato di recente sulla rivista «Acta Psychologica» (Elsevier editore), Loftus e alcuni colleghi indagano gli effetti che ha un falso ricordo di un malessere correlato all’alcol. Nell’ambito di questa ricerca, 147 studenti di psicologia dell’Università di Washington sono stati indotti a credere di essersi sentiti male bevendo vodka o rum. La memoria di un falso disgusto passato sembra incidere sulle preferenze reali e presenti rispetto a quella specifica sostanza, forse agendo un po’ come i buoni propositi del mattino dopo un’assunzione eccessiva, quei «Mai più! Non berrò mai più» forti di un’avversione verso l’alcol anche fisica, che tuttavia spesso svanisce nel giro di qualche tempo e viene sostituita dalla compulsione a bere.

La Lettura, 15 settembre 2013.

Legge 194: gli aborti diminuiscono mentre gli obiettori aumentano


Il 13 settembre 2013 il Ministero della Salute ha trasmesso al Parlamento la Relazione annuale sull’applicazione della Legge 194 sull’interruzione volontaria di gravidanza. I dati preliminari riguardano il 2012, quelli definitivi il 2011. Dalla Relazione emerge una fotografia che è ormai familiare: da un lato diminuiscono le interruzioni di gravidanza, dall’altro aumentano gli operatori sanitari obiettori di coscienza.

La diminuzione appare più netta se il termine di paragone è il 1982, anno in cui è stato registrato il numero più alto di IVG: 234.801, con un decremento del 54,9%. Il tasso di abortività, cioè il numero di IVG per 1.000 donne tra i 15 e i 49 anni, nel 2012 è di 7,8 per 1.000, un decremento dell’1,8% rispetto al 2011 e del 54,7% rispetto al 1982. È uno dei valori più bassi dei paesi industrializzati. Dal 1983 la diminuzione del ricorso alla IVG è stata continua e relativa a tutti i gruppi di età, minorenni comprese. Diminuiscono anche le interruzioni ripetute e quelle dopo i primi 90 giorni (quante donne vanno all’estero, soprattutto per gli aborti tardivi, e non compaiono in questi numeri?). Le donne straniere costituiscono un terzo delle IVG totali, ma la diminuzione si comincia a osservare anche in questo dominio. Volgendo l’attenzione all’obiezione di coscienza, regolata dall’articolo 9 della legge 194, si osserva, invece, il fenomeno opposto: i numeri aumentano.

Negli ultimi 30 anni l’aumento è del 17,3% – mentre nello stesso arco temporale le IVG si dimezzano, e sarebbe interessante approfondire la correlazione tra i due fenomeni. L’articolo 9, è bene ricordarlo, permette agli operatori sanitari di ricorrere all’obiezione di coscienza per essere esonerati «dal compimento delle procedure e delle attività specificamente e necessariamente dirette a determinare l’interruzione della gravidanza, e non dall’assistenza antecedente e conseguente all’intervento». Inoltre «gli enti ospedalieri e le case di cura autorizzate sono tenuti in ogni caso ad assicurare lo espletamento delle procedure previste dall’articolo 7 e l’effettuazione degli interventi di interruzione della gravidanza richiesti secondo le modalità previste dagli articoli 5, 7 e 8». L’obiezione di coscienza «non può essere invocata dal personale sanitario, ed esercente le attività ausiliarie quando, data la particolarità delle circostanze, il loro personale intervento è indispensabile per salvare la vita della donna in imminente pericolo». Dovremmo ricordare il contenuto dell’articolo 9 ogni volta che veniamo a sapere di una IVG negata o resa quasi impossibile, che si delinea dunque come una omissione di pubblico servizio e non come una manifestazione di “coscienza”.

Il comunicato sembra veicolare un eccessivo ottimismo e una visione che rischia di essere ingenua rispetto alla presunta “equa distribuzione”: il numero di IVG pro capite e per anno si è dimezzato, perciò anche se il numero di obiettori ha di molto superato quello dei medici che garantiscono il servizio IVG, non ci sarebbe poi molto da preoccuparsi, almeno nella visione ministeriale. «I numeri complessivi del personale non obiettore appaiono congrui al numero complessivo degli interventi di IVG. Eventuali difficoltà nell’accesso ai percorsi IVG sembrano quindi dovuti ad una distribuzione inadeguata del personale fra le strutture sanitarie all’interno di ciascuna regione. In collaborazione con le Regioni, il Ministero delle Salute ha avviato un monitoraggio».

Beatrice Lorenzin sottolinea che è la prima volta che viene avviato un monitoraggio sul territorio «che arriva fino ad ogni singola struttura e ad ogni singolo consultorio», dimenticando di specificare che nei consultori non dovrebbe avere senso discutere di obiezione di coscienza perché non si eseguono procedure abortive. Ma certo, una relazione non può soffermarsi sui singoli casi, tuttavia il tono complessivo rischia di apparire troppo roseo e amputato di questioni che pesano da tempo sulla reale possibilità di esercitare una scelta.

Non si fa cenno all’obiezione “di struttura”, che sarebbe illegale ma che riguarda molti ospedali, privi del reparto IVG o della possibilità di eseguire una IVG e potenzialmente invisibili alla rilevazione: in un ospedale in cui non c’è il reparto IVG non c’è infatti nemmeno bisogno di dichiararsi obiettore di coscienza. Non si fa cenno della difficoltà di poter scegliere tra l’aborto chirurgico e quello medico, ovvero la tanto osteggiata RU486. Non si fa nemmeno cenno dell’assurdo e diffuso richiamo all’obiezione di coscienza rispetto alla contraccezione d’emergenza e, come già detto, nei consultori familiari.

Non ci si sofferma nemmeno sulle profonde differenze – nella garanzia del servizio – da regione a regione, e da città a città, ma questo magari è per la brevità del comunicato e sarà sicuramente affrontato nel testo completo della Relazione. Il monitoraggio è senza dubbio una buona notizia, anche se la difficoltà maggiore starà non tanto nel sapere come l’IVG è applicata in Italia, ma nell’indicare le possibili soluzioni per far fronte alla sempre più eterogenea e faticosa garanzia della 194.

La 27esima Ora, 15 settembre 2013.