sabato 20 luglio 2013

Massimo Di Cataldo, Anna Laura Millacci e il cane di Pavlov


Lei pubblica alcune foto. Dice di essere stata aggredita e di avere abortito per colpa di Massimo Di Cataldo. Si scatena il linciaggio in perfetto stile pavloviano: stimolo-reazione, senza che tra i due ci sia un abbozzo di ragionamento, un dubbio, una domanda. I commenti si moltiplicano a tutta velocità, in un “dagli all’untore” che richiede meno fatica di urlare puntando il dito contro il presunto colpevole nelle strade polverose e minacciate dagli appestati. Basta condividere e ritwittare dal divano di casa. Gino Girolimoni impallidisce, l’italiano anche.
Tra i commenti più sintomatici del Pavlov che è in noi – e che si piazza tra i primi quando si cerca “Massimo Di Cataldo” su Twitter – c’è quello di Barbara Collevecchio, psicologa con un blog su Il Fatto Quotidiano. “La moglie di Massimo di Cataldo pubblica su FB foto che dimostrano come lui l’ha pestata a sangue e fatta abortire”, scrive e l’apodittico twit è condiviso, ad oggi, da 51 persone. Che Anna Laura Millacci non sia la moglie è poco rilevante, ma che una foto possa dimostrare qualcosa è già un’affermazione ingenua. Che le foto in questione, poi, possano dimostrare la violenza, cioè possano dirci con certezza (“dimostrano”) come sono andate le cose significa escludere erroneamente e aprioristicamente altre ipotesi esplicative e, soprattutto, rinunciare a quella caratteristica umana così bistrattata che è l’analisi razionale. Le risposte seguono la scia: “lui è un verme”, “lui è un animale”, “un coglione che mena una donna”. Collevecchio più tardi commenta la smentita in modo corretto: “Massimo di Cataldo smentisce la moglie sempre su FB dicendo che si è inventata tutto perché lasciata. Questa storia è un caso clinico”. Perché è tutto quel che abbiamo: lei che dice, e lui che risponde.
Forse il meglio del meccanismo reattivo senza passare dal via, lo si trova sul profilo di Di Cataldo, dove lui ha scritto: “Solo poco fa ho appreso da Facebook cosa sta succedendo e sono sconvolto. Come può una donna, madre di mia figlia, arrivare a tanto, alterando la realtà, solo perché una storia finisce? Farò di tutto per tutelarmi, prima come uomo e poi come artista”. Sotto una lunga lista di commenti. Ci sono anche riferimenti alla cronaca politica: “Con quale coraggio girerai ancora per strada… la tua figura di cacca è paragonabile a quella di Pietro Marrazzo… ma almeno lui non picchiava I trans” (sic).
E poi c’è l’indignazione sconclusionata di fronte a quei pochi che invitano all’attesa: “A tutti questi difensori che dicono di aspettare le indagini in corso… a parte che in Italia non si conclude mai un c… vi ricordo che per ragionare così si sono lasciati liberi potenziali assassini che poi si sono dimostrati tali…”.
Quasi tutti usano espressioni come “picchiata”, “aggredita”, “ridotta così”: affermano cioè senza inserire alcun dubbio o almeno sottolineare che si sta riportando una dichiarazione. X ha detto che.
No. La certezza replicata migliaia di volte. Mi viene in mente il linciaggio descritto da Harper Lee in “Il buio oltre la siepe”, quando un ragazzo accusato di stupro viene quasi ammazzato dalla folla inferocita e certa della sua colpa. Lì eravamo negli Stati Uniti degli anni trenta, profondamente razzista, e l’accusa era ingiusta, qui siamo in Italia, forse ancora un po’ razzista, e l’accusa non sappiamo se sia vera o no, ma la passione per il linciaggio resiste intatta. Sostenuta dall’irresistibile voglia di intervenire con un pregiudizio preconfezionato.
Non sappiamo come sono andate le cose. A distanza è difficile farsi un’idea, ma sarebbe così tanto utile prendere almeno in considerazione ipotesi diverse. Alcuni si chiedono perché non abbia chiamato la polizia, perché le ci siano voluti 20 giorni e perché abbia usato Facebook – ma nessuna di queste domande può portare alla conclusione che ciò che afferma sia falso, né a quella contraria.
La squadra mobile di Roma sta indagando e ci vorrà qualche tempo per saperne di più. Ma intanto noi la sappiamo lunga, e preda di quella foga da exit poll ci avventuriamo in certezze che servono solo a coprire quella sensazione spaventosa che è il non poter sapere come stanno le cose (nella migliore delle ipotesi). Rispetto al dubbio preferiamo attirare l’attenzione del monatto.

Giornalettismo.