martedì 18 giugno 2013

La grande bellezza



Esco poco, e vado ancora più raramente al cinema. I film li vedo a casa e sì è un peccato vederli in uno schermo piccolo. Ma almeno mi risparmio il sottofondo di popcorn e patatine masticati rumorosamente. Comunque l’ultima domenica di maggio mi sono lasciata convincere. E avrei dovuto almeno provare a contrattare per un lunedì pomeriggio o per un altro film. Ma dopo aver mangiato e bevuto si è più arrendevoli e così eccoci in fila al Savoy di Roma, a dieci minuti da via Veneto, per vedere La grande bellezza di Paolo Sorrentino. I guai cominciano proprio lì. La fila scomposta in attesa ha ospitato un paio di rabbiosi “c’ero prima io” e “ma guarda questo”. Una volta arrivati alla cassa e stampati i biglietti con cura - selezionati dal monitor minuscolo che tu guardi attraverso il vetro spesso deformante: F21 e F22 - l’omino alla cassa ci guarda schifato quando gli passiamo il bancomat. Vuole i contanti. Una volta dentro mi rassicuro perché i nostri posti sono laterali come avevamo immaginato e la fuga è sempre possibile. Pochi minuti e le luci si spengono e senza passare per la pubblicità: il film ha inizio. Ma le persone continuano a entrare. Sembrano venti maschere con lo schermo del telefono cellulare al posto delle torce e senza nessuno cui indicare i posti. Due di loro arrivano davanti a noi e cominciano a contare con l’indice puntato. La fila è tutta piena. Un paio dei seduti devono essere i fedifraghi. Vengono individuati e invitati ad alzarsi. Cominciano a discutere: “è il mio posto” “togliti di mezzo” mentre da un lato della sala scorre la citazione iniziale - cui tenevo particolarmente perché Guia Soncini (Che cosa sono le vibrazioni? Quella cosa che cerchi quando non trovi una trama, 22 maggio 2013) aveva scritto che c’era un accento sbagliato e io ho un debole per gli accenti e in un film con questo titolo ero certa che anche la bellezza degli accenti ben assestati fosse cruciale - e dall’altra si alza la protesta di chi vede due profili neri tra loro e la pellicola. “Sedetevi” “ma insomma!”. Poi le luci si accendono, il film si ferma. Il diverbio prosegue così guardandosi meglio in faccia, i due seduti sono due anziani, le due in piedi sono due che nonostante il cinema fosse mezzo vuoto volevano a tutti i costi sedersi al posto loro. Più o meno nell’unica fila completamente occupata, sia pure illegalmente. Gli anziani capitolano, le due si siedono, le luci si rispengono, il film ricomincia.
Vedere un film su Roma - o comunque con alcuni panorami di Roma - a Roma è un errore imperdonabile. La corsa al riconoscimento dei luoghi è una tentazione irrinunciabile. Ecco il Gianicolo, l’Aventino, il Colosseo (questo è extraterritoriale), un acquedotto non meglio specificato, piazza Navona. Qualche volta si sente un tardivo “te l’avevo detto” dopo una dimostrazione incontestabile del luogo da indovinare.
Come sul divano di casa. La loro.
Qualcosa di molto simile accade con gli attori. Toni Servillo è talmente evidente che il silenzio è sufficiente. Ma con quasi tutti gli altri il mormorio si mischia a vari tentativi. “Ma è proprio lui?”. Quella che ha suscitato più “oh” è stata Serena Grandi - alla giraffa mancavano solo le trombette da derby. Il gioco si è ripetuto ai titoli di coda, per quei pochi che ci sono arrivati. Perché appena parte il primo, ¾ della sala si alza, ignara che il film sia ancora in corso, e che i titoli di coda siano un prezioso rituale di decompressione tra la fiction e la realtà. “Hai visto?, era Pamela Villoresi”.
Ma niente, si alzano e alcuni rimangono indecisi in piedi tra te e lo schermo, e sono troppi per cavartela spostando la testa come quando ti capita davanti uno molto alto. E ti alzi con un torcicollo che ti dura per tutta la settimana. Per la prima volta parlo - un paio di shhh li avevo urlati: “Ma vi togliete che il film non è ancora finito?”.
Fuori è ancora giorno. “Com’era il film?”. Vedi il sommario. “Tornerai al cinema?”. Solo quando avrò una sala privata. ×

Lamette, Il Mucchio Selvaggio di maggio.