venerdì 14 giugno 2013

Immortala una violenza domestica. È giusto accusarla di voyeurismo?



«Per favore, Maggie, io ti amo, non lasciare che mi arrestino, di’ loro che non ho fatto niente!», implora piangendo Shane in manette dopo averla aggredita davanti alla figlia piccola di lei. «Non succederà più» è una delle frasi più comuni dopo gli schiaffi e i pugni, una frase spesso ascoltata e che alimenta quel meccanismo perverso che porta le vittime della violenza domestica a perdonare, a non riconoscere l’inevitabile e a illudersi che davvero non accadrà più.
La fotografa Sara Naomi Lewkowicz ha scattato alcune foto, tanto impressionanti da sembrare finte, ritrovandosi per caso testimone di un episodio di violenza domestica.
Lewkowicz stava lavorando a un progetto fotografico sullo stigma verso chi è stato in prigione e sulla difficoltà di liberarsene, quando la violenza di Shane è esplosa davanti ai suo occhi e alla sua macchina fotografica. «Se Maggie non poteva andarsene, non potevo farlo nemmeno io», scrive Lewkowicz. E sul suo profilo Twitter aggiunge: «Sono di esile costituzione, intervenire sarebbe stato pericoloso per me e per Maggie».
In un commento su FotoVisura, dove le foto vengono caricate lo scorso 22 dicembre prima di essere pubblicate da Time il 27 febbraio 2013, spiega di avere già corso dei rischi chiamando il 911 e che le sue fotografie sono servite per arrestare Shane. Certo aveva sentimenti contrastanti e la tentazione di intervenire c’era. Ma avrebbe potuto aggravare la rabbia di Shane, mettendo ancora più in pericolo Maggie e sua figlia. È sorprendente la capacità di Lewkowicz di prendere una decisione razionale in quelle condizioni, ma invece sono in molti a criticarla e a condannarla. «È solo voyeurismo», «Avresti dovuto fermarlo», sono alcuni dei commenti, come se fosse semplice arrestare un uomo in preda alla rabbia. E come se Lewkowicz fosse addirittura in parte colpevole di quella rabbia.