giovedì 13 giugno 2013

Il limbo della diagnosi genetica di preimpianto (DGP)


Non è vietata in Italia. Ma i centri pubblici continuano a non eseguirla. Segnando così una discriminazione nell’accesso alle cure. E ignorando la legge e un’ordinanza del Tribunale di Cagliari.

7 mesi fa il Tribunale di Cagliari conferma la liceità della diagnosi genetica di preimpianto (DGP) e ne sottolinea la compatibilità con la legge 40, quella sulle tecniche riproduttive, e con il nostro ordinamento. L’ordinanza è importante anche per un altro aspetto: “Per la prima volta dall’entrata in vigore della legge 40/04, un giudice in materia di fecondazione assistita ordina ad una struttura pubblica di eseguire una tecnica diagnostica anche tramite il ricorso ad altre strutture sanitarie, come avviene di fatto per altri tipi di indagini. 

In tal modo è sancito che non c’è differenza tra struttura pubblica e privata in affermazione del principio di equità nell’accesso alle cure”. Da allora nulla è cambiato, e la coppia del ricorso sta ancora aspettando. Come tutti quelli che avrebbero bisogno di fare ricorso alla DGP: aspettano, oppure si rivolgono alle strutture private o vanno all’estero.


COS’È LA DGP – È una tecnica diagnostica che permette di sapere se l’embrione è affetto da alterazioni genetiche o cromosomiche. In questo modo si può conoscere ciò che un tempo si poteva scoprire solo a gravidanza avviata ricorrendo alla diagnostica prenatale, come l’amniocentesi e la villocentesi. Possono essere sottoposti alla DGP gli embrioni prodotti in laboratorio e prima di procedere all’impianto. La scelta di non impiantare un embrione malato sostituisce quella di interrompere una gravidanza. Parliamo di patologie come la talassemia, la fibrosi cistica, la sindrome di Turner, la SMA.
DIVIETO? – La storia della DGP è particolarmente tormentata. Nella legge 40 non c’è un divieto esplicito. Sono le Linee Guida a imporlo: “È proibita ogni diagnosi preimpianto a finalità eugenetica” (qui c’è un confronto tra le Linee guida del 2004 e quelle del 2008). Imposizione illegittima, perché le Linee guida hanno valore solo applicativo e non possono fare le veci di una norma. Nonostante questo la DGP in Italia entra in un limbo da cui ancora non è uscita, nemmeno dopo la decisione del TAR Lazio nel gennaio 2007. Secondo il TAR, l’allora ministro Girolamo Sirchia avrebbe abusato del suo potere investendo un atto amministrativo della forza di una legge. La sentenza del TAR ha effetto erga omnes e riguarda tutti i cittadini. A questa si possono aggiungere l’ordinanza di Firenze (2007-2008) e la sentenza di Cagliari (2007): in risposta alla richiesta di due coppie che chiedevano la diagnosi di preimpianto, il filone di giurisprudenza positiva si applica sia nei casi specifici che in generale.
 Ma nulla è cambiato: il divieto non c’è ma la DGP non si fa.
ALTRO OSTACOLO SUPERATO – “Il ricorso alle tecniche di procreazione medicalmente assistita è consentito solo quando sia accertata l’impossibilità di rimuovere altrimenti le cause impeditive della procreazione ed è comunque circoscritto ai casi di sterilità o di infertilità inspiegate documentate da atto medico nonché ai casi di sterilità o di infertilità da causa accertata e certificata da atto medico”. 
Questo afferma l’articolo 4 della legge 40 (Accesso alle tecniche). E l’articolo successivo (Requisiti soggettivi) aggiunge: “Restando quanto stabilito dall’articolo 4, comma 1, possono accedere alle tecniche di procreazione medicalmente assistita coppie di maggiorenni di sesso diverso, coniugate o conviventi, in età potenzialmente fertile, entrambi viventi”.
 criteri d’accesso tanto rigidi ledono i diritti fondamentali dei cittadini riguardo alla salute e alla riproduzione. Escludere alcune persone perché non sterili, ma “solo” affette o portatrici di una malattia genetica o virale, è ingiusto e discriminatorio. Queste persone potrebbero evitare il rischio di contagiare il nascituro (nel caso di patologie virali anche il partner) se i criteri di accesso alle tecniche non fossero tanto angusti. Anche questo viene eliminato il 28 agosto 2012 con una decisione resa definitiva l’11 febbraio 2013. Il Parlamento, però, deve ancora recepire la decisione CEDU.