giovedì 20 giugno 2013

Ospedali fuorilegge


L’applicazione della legge 194 non è garantita e in moltissimi ospedali non si eseguono interruzioni volontarie di gravidanza, nonostante non esista la possibilità dell’obiezione di struttura.

L’articolo 9 della legge sull’interruzione volontaria di gravidanza (IVG) specifica chiaramente che il servizio debba essere garantito e che ogni struttura sia obbligata a offrirlo. Nonostante questo, moltissime strutture ignorano tale obbligo e a nessuno sembra interessare.
LAIGA – La Laiga è la Libera associazione italiana ginecologi per l’applicazione della legge 194/1978. Il suo intento è di garantire i diritti delle donne e quelli degli operatori della 194. I dati che hanno raccolto sul numero di obiettori di coscienza sono diversi dai numeri ufficiali, presentati dal Ministero della Salute nella relazione annuale sull’applicazione della 194. Sono numeri impressionanti, raccolti tra mille difficoltà e che ci rimandano una fotografia drammatica del fenomeno. Mi faccio raccontare da Anna Pompili, ginecologa della Laiga, quali ostacoli hanno incontrato e che cosa implicano numeri tanto alti.
NON CI SONO I REPARTI IVG – “I dati ufficiali del Ministero sono già drammatici: 7 ginecologi su 10 sono obiettori di coscienza e quindi non garantiscono il servizio IVG. Ma il quadro è ancora più drammatico di così, i numeri sono più alti e in molte strutture manca proprio il reparto di IVG”. Non solo: il primo ostacolo è stato il reperimento. La Laiga ha incontrato mille difficoltà nell’avere una risposta sui numeri degli obiettori in ciascuna struttura, dato ben più utile della generica percentuale regionale se vuoi decidere a quale struttura rivolgerti e calcolare dove il servizio dovrebbe essere garantito meglio. “I dati presentati dalla relazione ministeriale – continua Pompili – non corrispondevano alla nostra sensazione di operatori. Abbiamo allora cercato di capire. Rintracciare i numeri per struttura è stato impossibile. La scusa è stata: si tratta di dati sensibili. Naturalmente non volevamo sapere i nomi degli operatori sanitari, ma soltanto il numero di obiettori in modo da valutare il funzionamento del servizio IVG”. Si tratta di dati sensibili è stata la risposta dell’Istat e quella delle direzioni sanitarie. “Abbiamo chiamato ospedale per ospedale, ma è stato altrettanto inutile”.
LA FORMAZIONE – La Laiga allora ha raccolto i dati con uno sforzo capillare e “ufficioso”. “Chiedendo ai nostri colleghi, uno per uno – mi racconta Pompili. Ecco il risultato. Primo: c’è un dato non considerato dalla relazione parlamentare, ovvero che un gran numero di ospedali sembra ignorare l’esistenza della legge. Nel Lazio, in 10 ospedali su 31 non esiste il servizio IVG. In Lombardia, in 37 su 64. La cosa più grave è che il Sant’Andrea di Roma, per esempio, è un ospedale universitario. Disattende il dettato della legge non solo per l’articolo 9 – e pretendendo l’obiezione di struttura – ma anche l’articolo 15, cioè quello sulla formazione dei giovani medici”. Il Sant’Andrea non insegna cioè ai futuri ginecologi né la legge né la pratica medica. Questo significa che gli specializzandi e i futuri medici non sapranno come ci si comporta di fronte a un aborto, nemmeno agli aborti spontanei. “Si usa una tecnica vecchia invece che l’isterosuzione. Siccome è identificata come tecnica per l’IVG non viene usata, è stigmatizzata anche la procedura medica. E allora si ricorre al raschiamento, che è una modalità più invasiva e aggressiva, e gravata da complicazioni”.

martedì 18 giugno 2013

La grande bellezza



Esco poco, e vado ancora più raramente al cinema. I film li vedo a casa e sì è un peccato vederli in uno schermo piccolo. Ma almeno mi risparmio il sottofondo di popcorn e patatine masticati rumorosamente. Comunque l’ultima domenica di maggio mi sono lasciata convincere. E avrei dovuto almeno provare a contrattare per un lunedì pomeriggio o per un altro film. Ma dopo aver mangiato e bevuto si è più arrendevoli e così eccoci in fila al Savoy di Roma, a dieci minuti da via Veneto, per vedere La grande bellezza di Paolo Sorrentino. I guai cominciano proprio lì. La fila scomposta in attesa ha ospitato un paio di rabbiosi “c’ero prima io” e “ma guarda questo”. Una volta arrivati alla cassa e stampati i biglietti con cura - selezionati dal monitor minuscolo che tu guardi attraverso il vetro spesso deformante: F21 e F22 - l’omino alla cassa ci guarda schifato quando gli passiamo il bancomat. Vuole i contanti. Una volta dentro mi rassicuro perché i nostri posti sono laterali come avevamo immaginato e la fuga è sempre possibile. Pochi minuti e le luci si spengono e senza passare per la pubblicità: il film ha inizio. Ma le persone continuano a entrare. Sembrano venti maschere con lo schermo del telefono cellulare al posto delle torce e senza nessuno cui indicare i posti. Due di loro arrivano davanti a noi e cominciano a contare con l’indice puntato. La fila è tutta piena. Un paio dei seduti devono essere i fedifraghi. Vengono individuati e invitati ad alzarsi. Cominciano a discutere: “è il mio posto” “togliti di mezzo” mentre da un lato della sala scorre la citazione iniziale - cui tenevo particolarmente perché Guia Soncini (Che cosa sono le vibrazioni? Quella cosa che cerchi quando non trovi una trama, 22 maggio 2013) aveva scritto che c’era un accento sbagliato e io ho un debole per gli accenti e in un film con questo titolo ero certa che anche la bellezza degli accenti ben assestati fosse cruciale - e dall’altra si alza la protesta di chi vede due profili neri tra loro e la pellicola. “Sedetevi” “ma insomma!”. Poi le luci si accendono, il film si ferma. Il diverbio prosegue così guardandosi meglio in faccia, i due seduti sono due anziani, le due in piedi sono due che nonostante il cinema fosse mezzo vuoto volevano a tutti i costi sedersi al posto loro. Più o meno nell’unica fila completamente occupata, sia pure illegalmente. Gli anziani capitolano, le due si siedono, le luci si rispengono, il film ricomincia.
Vedere un film su Roma - o comunque con alcuni panorami di Roma - a Roma è un errore imperdonabile. La corsa al riconoscimento dei luoghi è una tentazione irrinunciabile. Ecco il Gianicolo, l’Aventino, il Colosseo (questo è extraterritoriale), un acquedotto non meglio specificato, piazza Navona. Qualche volta si sente un tardivo “te l’avevo detto” dopo una dimostrazione incontestabile del luogo da indovinare.
Come sul divano di casa. La loro.
Qualcosa di molto simile accade con gli attori. Toni Servillo è talmente evidente che il silenzio è sufficiente. Ma con quasi tutti gli altri il mormorio si mischia a vari tentativi. “Ma è proprio lui?”. Quella che ha suscitato più “oh” è stata Serena Grandi - alla giraffa mancavano solo le trombette da derby. Il gioco si è ripetuto ai titoli di coda, per quei pochi che ci sono arrivati. Perché appena parte il primo, ¾ della sala si alza, ignara che il film sia ancora in corso, e che i titoli di coda siano un prezioso rituale di decompressione tra la fiction e la realtà. “Hai visto?, era Pamela Villoresi”.
Ma niente, si alzano e alcuni rimangono indecisi in piedi tra te e lo schermo, e sono troppi per cavartela spostando la testa come quando ti capita davanti uno molto alto. E ti alzi con un torcicollo che ti dura per tutta la settimana. Per la prima volta parlo - un paio di shhh li avevo urlati: “Ma vi togliete che il film non è ancora finito?”.
Fuori è ancora giorno. “Com’era il film?”. Vedi il sommario. “Tornerai al cinema?”. Solo quando avrò una sala privata. ×

Lamette, Il Mucchio Selvaggio di maggio.

venerdì 14 giugno 2013

“Smetti di essere gay in 60 giorni”


Domani 15 giugno si svolgerà il Pride romano. In tante altre città nei prossimi giorni: a Torino s’è svolto l’8, quello nazionale a Palermo il prossimo 22 giugno. Come sempre – con una puntualità rassicurante – è un pretesto per fare dichiarazioni bizzarre, in un contesto comunque generoso. Potrebbe essere però anche un’occasione per invitare i cosiddetti terapeuti riparatori – quelli che vogliono aggiustare chi non si conforma al Modello Unico dell’eterosessualità – a cambiare lavoro.

INNATURALE – Gianfranco Miccichè, sottosegretario alla Funzione pubblica, ha dichiarato la settimana scorsa che non parteciperà al Pride di Palermo. “Non mi piace, non mi diverto. Sono cose schierate di cui non me ne frega niente”, ha detto Miccichè durante “La zanzara” su Radio 24. E a parte che la prima risposta che viene da dare è “ma chi ti ci vuole?”, è quanto ha detto sui matrimoni a essere più interessante: sono “assolutamente innaturali”. Sai che novità. Che poi sia oscuro il significato di innaturale sembra interessare a pochi. Innaturale come una lampadina? Come un computer? Anche lo fosse – innaturale – ciò non basterebbe per dimostrare quello che chi usa questo argomento sbagliato vorrebbe: cioè, che è immorale, sbagliato, schifoso. Quella del naturale potrebbe anche essere una discussione appassionante – come lo definiamo, dove tracciamo la linea, cosa implica – se non fosse sempre usata come base fangosa per un insulto. “Sei innaturale”, in queste circostanze, suona sempre come “sei un po’ stronzo”.


EVERGREEN – Non mancano i ripetitori di sciocchezze che non hanno bisogno di alcun pretesto, e che insistono su una visione distorta e infantile di tutto quello che non può essere etichettato come “eterosessuale”. Come Alessandro Meluzzi – che sul suo appassionante profilo Twitter si definisce “Psichiatra, psicoterapeuta, Comunità Agape Madre dell’Accoglienza, Diacono greco-cattolico, portavoce della Comunità Incontro, docente di psichiatria forense” – nonché direttore editoriale di Testata d’angolo. A chi è dedicata la Testata? Ecco l’elenco. “Felici e realizzati nelle loro condizioni familiari di genitori, figli, mariti o mogli, oppure portatori di ferite personali: lutti, matrimoni falliti alle spalle, separazioni con figli, omosessualità, bisessualità, transessualità, disabilità, borderline, con difficoltà a livello psicologico o psichiatrico”. Le ferite personali comprendono orientamenti diversi da quello eterosessuale – ammesso che sia poi possibile tracciare confini tanto netti – e il mondo GLBTQI sarebbe un mondo ferito e a lutto. D’altra parte Meluzzi è quello che ha dichiarato qualche anno fa: “Anche sul tema dell’omosessualità c’è molta confusione: è chiaro che nasciamo maschi e femmine affinché la vita possa continuare a propagarsi. Tuttavia, ci sono delle persone che vivono con sentimenti di esclusione una certa loro caratteristica personale ed alla fine, spesso, ritengono che esibirla in modo chiassoso e clamoroso sia il modo migliore: ad esempio, quello che succede nei Gay Pride, ha anche il sapore di una disperata richiesta di aiuto. Ma è evidente che alla base dell’omosessualità c’è quasi sempre un problema psicologico»”. Chiaro no?


Giornalettismo.

Immortala una violenza domestica. È giusto accusarla di voyeurismo?



«Per favore, Maggie, io ti amo, non lasciare che mi arrestino, di’ loro che non ho fatto niente!», implora piangendo Shane in manette dopo averla aggredita davanti alla figlia piccola di lei. «Non succederà più» è una delle frasi più comuni dopo gli schiaffi e i pugni, una frase spesso ascoltata e che alimenta quel meccanismo perverso che porta le vittime della violenza domestica a perdonare, a non riconoscere l’inevitabile e a illudersi che davvero non accadrà più.
La fotografa Sara Naomi Lewkowicz ha scattato alcune foto, tanto impressionanti da sembrare finte, ritrovandosi per caso testimone di un episodio di violenza domestica.
Lewkowicz stava lavorando a un progetto fotografico sullo stigma verso chi è stato in prigione e sulla difficoltà di liberarsene, quando la violenza di Shane è esplosa davanti ai suo occhi e alla sua macchina fotografica. «Se Maggie non poteva andarsene, non potevo farlo nemmeno io», scrive Lewkowicz. E sul suo profilo Twitter aggiunge: «Sono di esile costituzione, intervenire sarebbe stato pericoloso per me e per Maggie».
In un commento su FotoVisura, dove le foto vengono caricate lo scorso 22 dicembre prima di essere pubblicate da Time il 27 febbraio 2013, spiega di avere già corso dei rischi chiamando il 911 e che le sue fotografie sono servite per arrestare Shane. Certo aveva sentimenti contrastanti e la tentazione di intervenire c’era. Ma avrebbe potuto aggravare la rabbia di Shane, mettendo ancora più in pericolo Maggie e sua figlia. È sorprendente la capacità di Lewkowicz di prendere una decisione razionale in quelle condizioni, ma invece sono in molti a criticarla e a condannarla. «È solo voyeurismo», «Avresti dovuto fermarlo», sono alcuni dei commenti, come se fosse semplice arrestare un uomo in preda alla rabbia. E come se Lewkowicz fosse addirittura in parte colpevole di quella rabbia.

giovedì 13 giugno 2013

Il limbo della diagnosi genetica di preimpianto (DGP)


Non è vietata in Italia. Ma i centri pubblici continuano a non eseguirla. Segnando così una discriminazione nell’accesso alle cure. E ignorando la legge e un’ordinanza del Tribunale di Cagliari.

7 mesi fa il Tribunale di Cagliari conferma la liceità della diagnosi genetica di preimpianto (DGP) e ne sottolinea la compatibilità con la legge 40, quella sulle tecniche riproduttive, e con il nostro ordinamento. L’ordinanza è importante anche per un altro aspetto: “Per la prima volta dall’entrata in vigore della legge 40/04, un giudice in materia di fecondazione assistita ordina ad una struttura pubblica di eseguire una tecnica diagnostica anche tramite il ricorso ad altre strutture sanitarie, come avviene di fatto per altri tipi di indagini. 

In tal modo è sancito che non c’è differenza tra struttura pubblica e privata in affermazione del principio di equità nell’accesso alle cure”. Da allora nulla è cambiato, e la coppia del ricorso sta ancora aspettando. Come tutti quelli che avrebbero bisogno di fare ricorso alla DGP: aspettano, oppure si rivolgono alle strutture private o vanno all’estero.


COS’È LA DGP – È una tecnica diagnostica che permette di sapere se l’embrione è affetto da alterazioni genetiche o cromosomiche. In questo modo si può conoscere ciò che un tempo si poteva scoprire solo a gravidanza avviata ricorrendo alla diagnostica prenatale, come l’amniocentesi e la villocentesi. Possono essere sottoposti alla DGP gli embrioni prodotti in laboratorio e prima di procedere all’impianto. La scelta di non impiantare un embrione malato sostituisce quella di interrompere una gravidanza. Parliamo di patologie come la talassemia, la fibrosi cistica, la sindrome di Turner, la SMA.
DIVIETO? – La storia della DGP è particolarmente tormentata. Nella legge 40 non c’è un divieto esplicito. Sono le Linee Guida a imporlo: “È proibita ogni diagnosi preimpianto a finalità eugenetica” (qui c’è un confronto tra le Linee guida del 2004 e quelle del 2008). Imposizione illegittima, perché le Linee guida hanno valore solo applicativo e non possono fare le veci di una norma. Nonostante questo la DGP in Italia entra in un limbo da cui ancora non è uscita, nemmeno dopo la decisione del TAR Lazio nel gennaio 2007. Secondo il TAR, l’allora ministro Girolamo Sirchia avrebbe abusato del suo potere investendo un atto amministrativo della forza di una legge. La sentenza del TAR ha effetto erga omnes e riguarda tutti i cittadini. A questa si possono aggiungere l’ordinanza di Firenze (2007-2008) e la sentenza di Cagliari (2007): in risposta alla richiesta di due coppie che chiedevano la diagnosi di preimpianto, il filone di giurisprudenza positiva si applica sia nei casi specifici che in generale.
 Ma nulla è cambiato: il divieto non c’è ma la DGP non si fa.
ALTRO OSTACOLO SUPERATO – “Il ricorso alle tecniche di procreazione medicalmente assistita è consentito solo quando sia accertata l’impossibilità di rimuovere altrimenti le cause impeditive della procreazione ed è comunque circoscritto ai casi di sterilità o di infertilità inspiegate documentate da atto medico nonché ai casi di sterilità o di infertilità da causa accertata e certificata da atto medico”. 
Questo afferma l’articolo 4 della legge 40 (Accesso alle tecniche). E l’articolo successivo (Requisiti soggettivi) aggiunge: “Restando quanto stabilito dall’articolo 4, comma 1, possono accedere alle tecniche di procreazione medicalmente assistita coppie di maggiorenni di sesso diverso, coniugate o conviventi, in età potenzialmente fertile, entrambi viventi”.
 criteri d’accesso tanto rigidi ledono i diritti fondamentali dei cittadini riguardo alla salute e alla riproduzione. Escludere alcune persone perché non sterili, ma “solo” affette o portatrici di una malattia genetica o virale, è ingiusto e discriminatorio. Queste persone potrebbero evitare il rischio di contagiare il nascituro (nel caso di patologie virali anche il partner) se i criteri di accesso alle tecniche non fossero tanto angusti. Anche questo viene eliminato il 28 agosto 2012 con una decisione resa definitiva l’11 febbraio 2013. Il Parlamento, però, deve ancora recepire la decisione CEDU.

venerdì 7 giugno 2013

“Questo matrimonio non s’ha da sciogliere. Anche se lui adesso è una lei”


La Cassazione ha sollevato il dubbio di costituzionalità riguardo al divorzio in seguito a cambiamento di sesso. Intervista in esclusiva a Francesco Bilotta, il legale che ha difeso la coppia.

Il signor A e la signora B si sposano. Poi il signor A decide di cambiare sesso e diventa la signora A. Per legge il loro matrimonio deve finire, anche contro la loro volontà. Parliamo in esclusiva con uno dei loro avvocati difensori.


INCOSTITUZIONALE SCIOGLIERE UN MATRIMONIO? – La prima sezione civile della Cassazione, con l’ordinanza n. 14329/2013, ha sollevato ieri il dubbio di costituzionalità riguardo allo scioglimento automatico e obbligato di un’unione in seguito al cambiamento di sesso. Nell’ordinanza gli atti vengono rinviati alla Corte Costituzionale, con la richiesta di controllare la legittimità di alcuni articoli della legge sulla rettificazione di attribuzione di sesso (164/1982). Non è forse ingiusto imporre un divorzio? Non è forse il consenso il fondamento matrimoniale? La legge sembra essere brutale e pornografica, intromettendosi in questo modo nell’intimità familiare.
I CONIUGI – Il signor A e la signora B si sposano alcuni anni fa. Qualche tempo dopo il signor A fa domanda per la riattribuzione di sesso. Alla conclusione del lungo percorso, il tribunale di Bologna nel 2009 dispone la rettifica e annota a margine dell’atto di matrimonio: “là dove è scritto “maschile” ad indicare il sesso del nato debba leggersi ed intendersi “femminile” e là dove è scritto “Signor A” ad indicare il nome debba leggersi “Signora A”, pertanto il Signor A […] ha assunto il nuovo prenome di Signora A”.
Qui l’ordinanza.

martedì 4 giugno 2013

La pillola del giorno dopo? Te la do tra una settimana


La commercializzazione della contraccezione d’emergenza ha disegnato lo spazio per un ennesimo scontro all’ultimo sangue. Che cos’è e quali sono i suoi effetti? Perché l’accesso è tanto difficile e la discussione è così furiosa?

Norlevo e Levonelle sono i nomi commerciali di una molecola usata a scopo contraccettivo post-coitale, il levonorgestrel. Si usa dopo un rapporto sessuale non protetto o se il metodo contraccettivo non è stato efficace. Deve essere assunto prima possibile e comunque entro 72 ore dal rapporto a rischio. È un contraccettivo d’emergenza ovvero, come viene più spesso chiamato, la pillola del giorno dopo. Prima dell’entrata in commercio di questi due prodotti, si ingollavano 4 compresse di un “normale” contraccettivo ad alto dosaggio, come il Ginoden. L’arrivo di un farmaco ad hoc non solo non è passato inosservato, ma ha sollevato un sacco di polemiche sulla contraccezione d’emergenza e, paradossalmente, potrebbe averne complicato l’accesso.

COMMERCIALIZZAZIONE – Il levonorgestrel è stato finalmente introdotto in Italia nel 2000. L’autorizzazione è stata pubblicata sulla Gazzetta ufficiale dell’11 ottobre, “Decreto del Ministero della Salute di autorizzazione all’immissione in commercio della specialità medicinale per uso umano “Norlevo””. Sarà distribuito nelle farmacie e sarà necessaria la prescrizione medica non ripetibile. Fin dall’inizio la vita del contraccettivo d’emergenza è movimentata. La Pontificia Accademia per la Vita il 31 ottobre dello stesso anno ci mette in guardia sulle bugie che lo circonderebbero: in realtà è un abortivo, si legge nel comunicato stampa. Ma la parte più bella è quella che riguarda le intenzioni “abortive” di chi la prende, evidentemente sufficienti per considerare tale anche il farmaco: “la donna che ricorre a questo tipo di pillola, lo fa nel timore di poter essere in periodo fecondo e perciò con l’intenzione di provocare l’espulsione dell’eventuale neoconcepito; oltretutto, sarebbe utopico pensare che una donna, trovandosi nelle condizioni di voler ricorrere ad una contraccezione d’emergenza, abbia la possibilità di conoscere con esattezza e tempestività la sua attuale condizione di fertilità” (notare che essere in un “periodo fecondo” non autorizza quel “perciò”, essere fertili cioè non implica che vi sia una gravidanza).
IL MOVIMENTO PER LA VITA – Insieme al Forum delle associazioni familiari impugna il decreto ministeriale e ne chiede l’annullamento. Le ragioni che li spingono sono simili a quelle espresse dalla Pontificia Accademia: “la violazione del fondamentale diritto alla vita del concepito, la cui esistenza con l’assunzione del Norlevo è intenzionalmente esposta alla distruzione; il contrasto tra il decreto ministeriale e la disciplina sull’interruzione volontaria della gravidanza, in quanto gli effetti abortivi della “pillola” sfuggono alla trama della l. 194/1978; il carattere ingannevole ed equivoco delle informazioni che accompagnano il prodotto, poiché il foglio illustrativo assorbe nel fenomeno contraccettivo l’assunzione del Norlevo ed è privo di informazioni sulla potenzialità distruttiva dell’embrione.”