martedì 21 maggio 2013

«La retorica del trauma inevitabile alimenta il tabù e genera vergogna»




Il silenzio e la condanna morale opprimono l’interruzione volontaria di gravidanza. Questo peso rende più facile mantenere e diffondere idee bizzarre e informazioni sbagliate. Il caso forse più recente è quello delle conseguenze intrinseche di ogni aborto volontario: ogni donna che abortisce – ci dicono – ne porterà i segni per tutta la vita, ogni donna che abortisce si pentirà e maledirà il giorno in cui ha deciso di interrompere la gravidanza. Anzi, non si può nemmeno dire che abbia scelto, perché non si può davvero scegliere di andare contro la propria natura, e la natura di ogni donna è quella di madre. E se si è madri, non si può abortire. Eppure ci sono donne che hanno già figli che abortiscono, perché non ne vogliono un altro. Questo è – per un certo immaginario – inconcepibile: è difficile mettere insieme due anime femminili che vengono raccontate come in contraddizione.
La convinzione che in ogni aborto ci sia una sofferenza intrinseca prende anche il nome di una vera e propria sindrome, la sindrome post abortiva. Non riconosciuta dal DSM e dalle associazioni psichiatriche, è molto in auge tra quelli che credono che fin dal concepimento la vita andrebbe protetta e garantita in senso forte: l’interruzione di questa vita non è giustificabile e in più provocherebbe nella donna un segno incancellabile. 
La connessione necessaria e universale tra l’interruzione di gravidanza e un’eterna sofferenza è fragile: non solo ci sono moltissime donne che non esprimono rimorso o inestinguibile pena, ma che qualcosa non va lo si capisce a partire proprio dal carattere necessario della presunta sindrome post traumatica da aborto. In nessun altro “trauma” – il caso più semplice è la guerra – si stabilisce una connessione così forte tra l’esperienza e il risultato. Non tutti quelli che hanno vissuto un evento traumatico sviluppano la conseguente sindrome, perché dovrebbe andare diversamente in questo caso?
Ultimamente questa sindrome va di moda tra i cosiddetti “prolife” e viene invocata per eliminare la possibilità di abortire, come se fosse sufficiente dimostrare che le conseguenze di un’azione siano negative per vietarla. Come se potessimo vietare i parti perché alcune donne ne hanno riportato conseguenze dannose, come se potessimo far finta che il paternalismo legale non sia odioso e ingiusto.
Si arriva anche a suggerire – o ad asserire con convinzione come in un celebre caso statunitense, oggetto di un’indagine che porta il nome di Henry Waxman, e come sostiene la propaganda ultraconservatrice – che abortire aumenta il rischio di sterilità, di cancro o di patologie di altro genere. L’aborto s’intreccia e si rende colpevole non solo di una ferita psichica, di uno stigma morale e sociale, ma anche del rischio per la propria salute. Naturalmente si tralasciano i pericoli connessi al portare avanti una gravidanza e quelli del parto. E chissà perché, poi, uno studio sugli effetti del divieto di abortire ci racconta un’altra realtà. L’Advancing New Standards in Reproductive Health (ANSIRH) ha pubblicato lo scorso autunno un’indagine sui vissuti di quelle donne che non avevano avuto accesso all’aborto, The Global Turnaway Study. A essere pericoloso è voler abortire e non poterlo fare, magari perché nel paese in cui vivi vige un divieto legale o l’accesso è limitato.
È curioso come nel caso dell’aborto il rischio – pur ammettendo generosamente che vi sia – venga usato come uno buon argomento per vietare e condannare la presunta causa. Sarebbe come se provassimo a vietare i matrimoni perché in alcuni casi se ne soffre e sempre più spesso si finisce per divorziare, e – si sa – divorziare fa male. La causa del divorzio è il matrimonio, allora vietiamolo.
Potrebbe far parte delle bugie che circolano intorno all’aborto anche la promozione ad “alternativa” della proposta di portare avanti la gravidanza e dare il figlio in adozione. Come se fosse equivalente al non voler portare avanti una gravidanza, come se 9 mesi fossero ininfluenti, come se la gravidanza e il parto fossero benigni e di poco conto.
Potremmo davvero pensare che non sia immorale costringere una donna a portare avanti una gravidanza? E con quali strumenti garantiremmo tale imposizione? Sembra davvero inammissibile, anche nel caso in cui fosse solo la sua volontà di intralcio, figuriamoci quando rischia la salute o la vita.
Un’altra convinzione presente nel fronte “prolife” (si pensi alla Marcia per la Vita dello scorso 12 maggio) è che vietare l’aborto implichi la salvezza dei “bambini non ancora nati”, cioè degli embrioni. Sembra invece che l’illegalità non avrebbe come risultato la fine dell’aborto, ma il relegarlo nella clandestinità e nella pericolosità. Non solo non si metterebbero in salvo gli embrioni, ma si spingerebbero le donne a correre rischi evitabili. Non sto dicendo che siccome si abortirebbe comunque nonostante il divieto allora tanto vale non vietare – per chi accoglie la premessa che fin dal concepimento c’è un individuo detentore di diritti fondamentali non c’è altra scelta, come non c’è nel caso in cui continuiamo a considerare reati gli omicidi, pur sapendo che continueranno ad essere commessi. Ma se l’obiettivo principale di chi combatte “per la vita” è quello di salvare gli embrioni, non ci si può illudere che vietando si ottenga qualcosa di cui essere soddisfatti. E in effetti sembra ingenuo e improbabile illudersi che sia possibile eliminare il ricorso all’aborto.
Come ridurre il silenzio? Come opporsi alla retorica del trauma inevitabile, alla vergogna che circonda gli aborti e i discorsi sull’aborto?
Dovremmo forse raccogliere gli inviti degli anni 70: parlare e raccontare di avere abortito. L’hanno fatto le donne italiane prima della 194, quelle francesi prima della legge. È tornata a farlo, tra le altre, Zoe Williams sul Guardian, scrivendo nel 2006 un pezzo intitolato “I have. I’m non ashamed”. La morale è sempre quella: il tabu dell’aborto si può incrinare se le donne non si vergognano di parlarne.

In Aborto, 35 anni di battaglie, Il Sole 24 Ore Sanità di oggi.