venerdì 31 maggio 2013

La pillola del giorno dopo? Te la do tra una settimana


The day after: viaggio tra condanne della “contraccezione demergenza” e le difficoltà d’accesso

Norlevo e Levonelle sono i nomi commerciali di una molecola usata a scopo contraccettivo post-coitale, il levonorgestrel. Si usa dopo un rapporto sessuale non protetto o se il metodo contraccettivo non è stato efficace. Deve essere assunto prima possibile e comunque entro 72 ore dal rapporto a rischio. È un contraccettivo d’emergenza ovvero, come viene più spesso chiamato, la pillola del giorno dopo. Prima dell’entrata in commercio di questi due prodotti, si ingollavano 4 compresse di un “normale” contraccettivo ad alto dosaggio, come il Ginoden. L’arrivo di un farmaco ad hoc non solo non è passato inosservato, ma ha sollevato un sacco di polemiche sulla contraccezione d’emergenza e, paradossalmente, potrebbe averne complicato l’accesso.

Il levonorgestrel è stato finalmente introdotto in Italia nel 2000. L’autorizzazione è stata pubblicata sulla Gazzetta ufficiale dell’11 ottobre, “Decreto del Ministero della Salute di autorizzazione all’immissione in commercio della specialità medicinale per uso umano “Norlevo””. Sarà distribuito nelle farmacie e sarà necessaria la prescrizione medica non ripetibile. Fin dall’inizio la vita del contraccettivo d’emergenza è movimentata. La Pontificia Accademia per la Vita il 31 ottobre dello stesso anno ci mette in guardia sulle bugie che lo circonderebbero: in realtà è un abortivo, si legge nel comunicato stampa. Ma la parte più bella è quella che riguarda le intenzioni “abortive” di chi la prende, evidentemente sufficienti per considerare tale anche il farmaco: “la donna che ricorre a questo tipo di pillola, lo fa nel timore di poter essere in periodo fecondo e perciò con l’intenzione di provocare l’espulsione dell’eventuale neoconcepito; oltretutto, sarebbe utopico pensare che una donna, trovandosi nelle condizioni di voler ricorrere ad una contraccezione d’emergenza, abbia la possibilità di conoscere con esattezza e tempestività la sua attuale condizione di fertilità” (notare che essere in un “periodo fecondo” non autorizza quel “perciò”, essere fertili cioè non implica che vi sia una gravidanza).

Insieme al Forum delle associazioni familiari impugna il decreto ministeriale e ne chiede l’annullamento. Le ragioni che li spingono sono simili a quelle espresse dalla Pontificia Accademia: “la violazione del fondamentale diritto alla vita del concepito, la cui esistenza con l’assunzione del Norlevo è intenzionalmente esposta alla distruzione; il contrasto tra il decreto ministeriale e la disciplina sull’interruzione volontaria della gravidanza, in quanto gli effetti abortivi della “pillola” sfuggono alla trama della l. 194/1978; il carattere ingannevole ed equivoco delle informazioni che accompagnano il prodotto, poiché il foglio illustrativo assorbe nel fenomeno contraccettivo l’assunzione del Norlevo ed è privo di informazioni sulla potenzialità distruttiva dell’embrione”.

Si potrebbe commentare per ore ognuna delle presunte motivazioni, ma è sufficiente soffermarsi sull’effetto del Norlevo: abortivo o contraccettivo? Se eliminiamo la presunta motivazione dell’effetto abortivo, al MPV e ai suoi affezionati non resterebbe che mettere meglio a fuoco la propria crociata, puntando verso la contraccezione in generale. E in effetti per qualcuno è già così, come per uno dei tanti ginecologi obiettori di coscienza con cui ho parlato che mi disse con fierezza: “sono così obiettore che non metto nemmeno la spirale” (ospedale pubblico di Roma). O, come vedremo, per il presidente dell’Unione cattolica dei farmacisti italiani: ciò che è apprezzabile in queste posizioni estreme è la coerenza della condanna morale verso tutte le intromissioni tra il sesso e la riproduzione (in realtà è frequente che si ammettano i metodi contraccettivi “naturali”, e ci sarebbe da discutere a lungo su questo punto ma andremmo fuori tema).

Proprio per rispondere alle polemiche sulla natura della contraccezione d’emergenza, senza lasciare la scusa che non ci fosse una presa di posizione delle associazioni italiane (superfluo sottolineare che sarebbe bastata quella del World Health Organization o di un altro paese, come quella del britannico NHS), nel giugno 2001 la Società Italiana della Contraccezione (SIC) e la Società Medica Italiana per la Contraccezione (SMIC) hanno redatto un documento, Position paper sulla contraccezione d’emergenza per via orale. Il paragrafo che ci interessa è soprattutto quello intitolato Meccanismo d’azione della contraccezione d’emergenza: “È ampiamente dimostrato che il LNG [levonorgestrel], quando somministrato in fase preovulatoria, interferisce con il processo ovulatorio, per inibizione o disfunzione dello stesso, e previene quindi la fertilizzazione. In particolare, se somministrato prima del picco preovulatorio di LH, è in grado di impedire l’ovulazione nella maggior parte dei casi. Inoltre, è stato evidenziato che nelle donne che assumono il LNG quando i parametri clinici, ecografici ed ormonali sono diagnostici di ovulazione già avvenuta, il LNG non ha alcun effetto. È evidente quindi che il LNG non interferisce con l’impianto dell’embrione, una volta avvenuta la fertilizzazione; ciò, non causa aborto, né è in grado di danneggiare una gravidanza in atto”.

Per acquistare la contraccezione d’emergenza in Italia è necessaria la prescrizione medica; la ricetta con nome e cognome sarà poi ritirata. Anche sulla necessità della prescrizione la discussione è infuocata. In estrema sintesi lo scontro è tra l’opportunità di facilitare l’accesso alla contraccezione d’emergenza (come suggerito da una Risoluzione del parlamento europeo del 2002, e come fanno molti paesi europei distribuendola gratuitamente e senza la necessità della ricetta medica) e il controllo. Controllo anche in senso buono per carità, cioè rispetto ai rischi di assumere un farmaco in modo corretto, ma che finisce per costituire un ennesimo ostacolo in una corsa contro il tempo.

Molti l’hanno invocata per opporsi alla vendita. Negli anni sono stati segnalati vari casi di difficoltà e rifiuti da parte dei farmacisti, anche in presenza della ricetta (Roma o a Bologna; qui le 112 donne che hanno denunciato all’Aied difficoltà nell’ottenere l’agognata pillola). Mentre agli operatori sanitari è permesso essere obiettori rispetto alle “attività specificamente e direttamente volte all’interruzione di gravidanza” (legge 194/1978, articolo 9), per i farmacisti questa possibilità è discutibile: in farmacia non si eseguono IVG. Se ne discute da anni, ci sono state alcune proposte di legge, pareri del Comitato Nazionale per la Bioetica, richiami a sproposito alla libertà di coscienza. A oggi invocare l’obiezione di coscienza rimane, per i farmacisti, al di fuori di una normativa specifica. Quelli che l’hanno invocata l’hanno fatto equiparando le attività direttamente e specificamente volte a interrompere una gravidanza con l’effetto del levonorgestrel.

In un documento del 2012, Bioetica in farmacia, di Fausto Roncaglia, vicepresidente dell’Unione Cattolica Farmacisti Italiani si possono leggere le premesse della decisione di alcuni farmacisti. “Negli ultimi decenni le cose sono cambiate: anche per quello che riguarda la farmacia, la visione oggettiva di bene e di male è stata via via tralasciata e sostituita gradualmente da una visione di comodo, con decisione soggettiva di ciò che è bene e di ciò che è male. Questo ha portato e porta spesso alla sopraffazione del più forte (chi è ritenuto capace di autodeterminazione) sul più debole (chi non è – ancora, temporaneamente, definitivamente capace di autodeterminazione). Sono così arrivati nelle farmacie prodotti capaci di impedire il concepimento e persino aventi la capacità (e spesso il fine) di uccidere un embrione, nel caso la sua presenza sia considerata un “fastidio” per qualcuno. E se non fosse già chiaro l’obiettivo polemico, il successivo paragrafo ce lo spiega senza lasciarci dubbi. Il bersaglio sembra allargato alla contraccezione come strumento per “impedire il concepimento” (insieme a chissà quante altre attività in combutta per lo stesso risultato).

“Nel 1965 l’Associazione dei ginecologi USA decise (arbitrariamente, per comodità, senza alcuna evidenza scientifica, contro, anzi, ogni evidenza scientifica) di cominciare a considerare che la gravidanza inizi non più nel momento del concepimento (il momento nel quale effettivamente la gravidanza comincia) ma solo nel momento dell’annidamento dell’embrione nell’endometrio uterino (circa 7-10 giorni dopo), per ottenere di rendere non punibile uccidere gli embrioni nei primi giorni della loro vita. Questa mistificazione negli anni successivi è stata fatta propria dall’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità), tramite alcune commissioni appositamente incaricate. Deriva da questa decisione, priva di evidenza scientifica, la decisione di cambiare il significato ai termini: gravidanza a partire solo dall’annidamento e aborto solo dopo quel momento. Ma cambiare il significato alle parole non cambia la sostanza: dopo il concepimento eliminare l’essere umano che già vive è uccisione di una vita umana”.

I farmacisti cattolici sono dunque in aperta polemica con l’OMS e con le associazioni dei ginecologi. Ciò che rinfacciano loro è di non sapere la verità, e non quella con la “V”, ma quella più terrena, cioè di non sapere come stanno le cose dal punto di vista medico. Qui c’è una scelta da prendere: la gravidanza inizia con l’annidamento o con il concepimento. In entrambi i casi dovremmo ricordare che sono processi biologici e non momenti magici in cui scocca la scintilla della “vita”. Se accogliessimo la seconda versione, quella promossa dai farmacisti cattolici, dovremmo ammettere che esiste una gravidanza – milioni di gravidanze – anche nei laboratori di riproduzione artificiale?


Piero Uroda è il presidente dell’Unione cattolica dei farmacisti e ha una farmacia a Fiumicino, a pochi metri dal mare. Uroda non la vende la contraccezione d’emergenza perché ritiene che abbia un effetto abortivo, condanna l’aborto e afferma di poter rientrare in quell’articolo 9 della 194 che ho già citato in quanto “operatore sanitario” che rifiuta di essere complice di una interruzione di gravidanza (che sarebbe equivalente a “uccidere” l’ovulo eventualmente fecondato ma non ancora annidato). Insieme a Stefania Carboni, sono andata a farmi spiegare meglio le sue idee: qui il video della nostra chiacchierata. Uroda ci racconta anche che alcuni farmacisti non avrebbero la forza di opporsi esplicitamente, ricorrendo alla strategia dell’attesa. Non dicono di no, ma dicono che il farmaco sarà disponibile tra due o tre giorni, ovvero quando non serve più.

È chiaro, da queste premesse, come la pensano i farmacisti cattolici sulla contraccezione d’emergenza, o meglio “sugli abortivi fatti passare per contraccettivi”, e non ci sarebbe nulla da dire se fossero soltanto pareri personali. In base a queste convinzioni i farmacisti cattolici vogliono però regolare il proprio lavoro, decidendo arbitrariamente cosa vendere e cosa negare. E qui la faccenda si complica perché le idee di qualcuno sono in conflitto con le idee di qualcun altro. Non solo non esiste una legge specifica che permette di allargare l’obiezione di coscienza a casi del genere, ma è bene ricordare che le farmacie vivono in un contesto di monopolio. Non posso comprare ciò che mi serve al supermercato o in erboristeria. Non è detto nemmeno che io viva in un posto dove ci sono molte farmacie, e non è detto che sia giusto essere costretti a fare la caccia al tesoro (il farmaco di cui abbiamo bisogno). E se il farmacista può decidere di non vendermi un farmaco per il quale il mio medico mi ha fatto la prescrizione, perché pensa – smentito urbi et orbi – che quel farmaco sia abortivo e perciò immorale, potrebbe negarmi un antidolorifico perché considera la sofferenza come una via per purificarsi dai peccati? Fino a che punto potrebbe dire la sua sulla posologia, sulla tipologia di farmaco e sull’opportunità di farvi ricorso? O potrebbe – come m’è successo – proporre al disgraziato un “equivalente omeopatico”? Quanto manca alla risposta di Corrado Guzzanti in Padre Pizarro alla domanda “Ce l’hai a pillola?”, “No, la devo da ordina’, se rivedemo tra nove mesi… ciao panzo’”.

In un comunicato della Federazione Ordini dei farmacisti italiani del 10 febbraio 2009, Contraccezione d’emergenza: la legge è chiara, si legge: “gli obblighi del farmacista sono stabiliti dalla legge, che a oggi non prevede l’obiezione di coscienza nel caso della consegna di medicinali, mentre è detto che il farmacista è tenuto a consegnare il farmaco prescritto nel più breve tempo possibile. Questo fu stabilito già con l’articolo 38 del Regio Decreto 30 settembre 1938, e questo oggi abbiamo ripetuto al sostituto procuratore Vincenzo Barba, che si occupa della denuncia presentata contro il farmacista di Roma” ha dichiarato il presidente della FOFI Andrea Mandelli”. Il giuramento del farmacista, come ogni giuramento o promessa, lascia in piedi una possibile contraddizione: sebbene all’inizio ci sia scritto “nel rigoroso rispetto delle leggi” si potrebbe sospettare che “in scienza e coscienza” e “difendere il valore della vita” possano costituire delle possibili brecce nella garanzia del servizio. La legge, come abbiamo visto, sembra non lasciare margine di dubbio (e la legge è più forte della deontologia professionale): un farmacista non può rifiutarsi di vendere un farmaco dietro prescrizione medica, anche perché si intrometterebbe illegittimamente nel rapporto tra medico e paziente (può segnalare errori o dubbi, ma non negare la vendita per ragioni di “coscienza”).


Nel sito ci sono molte informazioni sulla contraccezione d’emergenza e su tanti altri argomenti. Ma non solo: Vita di Donna offre anche un servizio di consulenza gratuita. C’è un numero attivo tutti i giorni dalle 9,00 alle 19,00 (festivi compresi): 333 9856046. Telefono e mi risponde Gabriella Pacini, ostetrica. Le chiedo se a quel numero ricevono molte segnalazioni di mancate vendite di contraccezione d’emergenza. Pacini mi dice che prima della denuncia (2009) accadeva più spesso. “Proprio domenica scorsa, però, mi ha chiamato una ragazza. Spesso bisogna girare qualche farmacia prima di trovarla. Spesso si sentono dire che arriva dopodomani. Questo è un escamotage comune, perché il tempo è cruciale. Questa ragazza mi ha raccontato che il farmacista le ha detto che era cattolico, e non voleva venderla”. Una farmacia in via Palmiro Togliatti a Roma, pur appartenente all’Unione cattolica mi ha risposto correttamente che il farmaco sarebbe arrivato entro mezza giornata. Pacini continua: “le ho suggerito di tornare in quella farmacia e di denunciarli. Quando c’è tornata, si è sentita dire che se fosse venuta fuori la storia del “sono cattolico” lo avrebbero licenziato. Lei si è commossa, e ha deciso di non fare nulla”.

Come se non bastasse, la pillola del giorno dopo viene a volte confusa con la pillola abortiva (RU486, l’aborto farmacologico). A volte è sciatteria, a volte l’errore è intenzionale, cercato forse per trascinare la condanna morale verso l’interruzione volontaria di gravidanza anche sulla contraccezione (che è bene ricordare, è stata illegale fino al 1971) e per poter legittimare il ricorso all’obiezione di coscienza prevista solo nel primo caso. Bisognerà vedere se l’effetto di questa erronea ripetizione sarà simile a quello provocato da “al lupo al lupo”, quello delle oche di Lorenz – annoiate dopo qualche richiamo di troppo e non più reattive – oppure se a forza di ripeterlo finiremo per crederci.

Giornalettismo, 31 maggio 2013.