mercoledì 3 aprile 2013

Omissione di coscienza


Una donna interrompe una gravidanza, qualcosa non va per il verso giusto e l’ostetrica chiama la dottoressa di guardia. Ma la dottoressa ha scelto l’obiezione di coscienza e non fa nulla. Nemmeno quando è il primario a dirle per telefono di andare a vedere cosa sta succedendo e come sta la paziente. La dottoressa non fa nulla e pensa che il suo non fare nulla sia una scelta morale e protetta dalla legge 194, articolo 9 – quello che regola l’esercizio dell’obiezione di coscienza.
Prima ancora di domandarci se il comportamento di questa dottoressa sia davvero permesso dalla legge 194, chiediamoci se è moralmente ammissibile che un medico se ne freghi di una paziente ricoverata nel proprio presidio ospedaliero. Chiediamoci che tipo di coscienza possa avere un operatore sanitario che decida di ignorare i rischi che sta correndo una donna che ha abortito e che rischia di avere delle complicazioni postoperatorie.

È difficile immaginare i processi di giustificazione e autoassoluzione che un medico del genere possa avere invocato: forse una donna che ha deciso di abortire non merita di essere visitata? In fondo se ha scelto di compiere un gesto tanto ingiustificabile (agli occhi dell’operatore sanitario trasformatosi in giudice morale), le conseguenze non sono affar nostro? O addirittura merita di correre dei rischi come condanna per il “delitto” compiuto?
La sorpresa per una tanto grave omissione di soccorso – e di coscienza – è tristemente mitigata da innumerevoli altri esempi simili di cui abbiamo già letto o ascoltato: anestesie negate, assistenza pre e post aborto negate, liste di attesa che si allungano e medici che in corridoio urlano alle donne – a seconda dell’umore – “assassine”, “puttane”, “quelle che devono abortire”, “non ci potevi pensare prima”. Mentre i numeri dell’obiezione continuano a crescere e interi reparti IVG sono sospesi in un limbo da Deserto dei Tartari. Le donne fanno la fila per conquistarsi un posto come se fossero al mercato nero. I pochi medici che hanno deciso di garantire il servizio ne portano sulle spalle tutto il peso, quel peso che dovrebbe essere suddiviso per cento e invece è spartito tra percentuali sempre più basse: 2 medici su 25, 3 su 27, 1 su 9.

Sull’aspetto legale si è espressa da poco la Cassazione, spiegando quanto dovrebbe essere ovvio. La sentenza chiarisce che “la 194 ‘esclude che l’obiezione possa riferirsi anche all’assistenza antecedente e conseguente all’intervento, riconoscendo al medico obiettore il diritto di rifiutare di determinare l’aborto (chirurgicamente o farmacologicamente), ma non di omettere di prestare assistenza prima o dopo’ in quanto deve ‘assicurare la tutela della salute e della vita della donna, anche nel corso dell’intervento di interruzione di gravidanza’. Quindi il diritto di obiezione di coscienza ‘non esonera il medico dall’intervenire durante l’intero procedimento’. In sostanza ‘il diritto dell’obiettore affievolisce, fino a scomparire, di fronte al diritto della donna in imminente pericolo a ricevere le cure per tutelare la propria vita e la propria salute’. Giudicando sul caso, la Corte ha ritenuto ‘pienamente integrato’ il reato dal momento che l’imputata ha ‘rifiutato un atto sanitario, peraltro richiesto con insistenza da personale infermieristico e medico, in una situazione di oggettivo rischio per la paziente’” (ANSA).
Rimane incomprensibile come un operatore sanitario possa invocare la coscienza per giustificare un comportamento del genere. Come possa decidere ipocritamente e vigliaccamente di nascondersi dietro a un articolo di una legge. Ogni volta che la coscienza viene invocata a sproposito mi viene in mente Willie J. Parker, ostetrico cristiano che lavora a Washington, un tempo obiettore e oggi tra i più appassionati difensori della salute riproduttiva delle donne. Parker spiega così le ragioni per cui ha cambiato idea e ha deciso di combattere per l’accessibilità dell’aborto: “Sono cresciuto nel Sud immerso nella cultura protestante. Mi hanno insegnato che l’aborto era sbagliato. Poi sono diventato un ostetrico e non ho potuto più fare finta di non vedere la differenza che c’era fra una vita potenziale e la vita della donna seduta di fronte a me. [...] Ho iniziato a preoccuparmi di più di cosa sarebbe potuto accadere a queste donne se io non le avessi aiutate” (“Why I perfom abortions: A Christian obstetrician explains his choice”, nj.com, 27 maggio 2012).


Giornalettismo, 2 aprile 2013.
(Foto da qui).