lunedì 25 marzo 2013

Il dibattito negato sull’aborto: mai vere discussioni, solo slogan



Di aborto è quasi impossibile parlare. È un argomento rimosso dalle conversazioni private e guardato con ostilità nei dibattiti politici. Ogni tanto la cronaca interrompe questo silenzio, spesso quando accade qualcosa di inimmaginabile. È il caso di Leandro Aletti, che ha accolto alcune donne nel reparto Ivg di Melzo di cui era responsabile gridando «Assassine!» (il fatto è accaduto nell’ottobre 2009, il primario è stato denunciato per ingiuria, ndr), o i casi di Margherita e di Monica, inciampate in un meccanismo messo in crisi dall’altissimo numero di obiettori di coscienza.
L’aborto sembra rientrare in quello spazio angusto e ipocrita del «si fa ma non si dice», o peggio dell’ingenua credenza che fare finta di niente faccia scomparire ciò che ci disturba. Eppure nel 2011 sono state eseguite circa 110.000 interruzioni di gravidanza, nel 2010 quasi 116.000. Dal 2000 ad oggi sono quasi 1,5 milioni le interruzioni di gravidanza. I numeri sono in calo – sono addirittura dimezzati se si pensa che nel 1982 i casi erano stati 234.801 secondo la Relazione sull’interruzione volontaria di gravidanza - ma verosimilmente conosciamo molte donne che hanno abortito e non lo sappiamo perché di aborto è impossibile parlare.
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Una spia ulteriore della matassa di contraddizioni sta nella eccezione al divieto assoluto concessa in caso di stupro. Sia dal punto di vista morale sia nel caso di molte leggi restrittive si è disposti a negare l’aborto ma, allo stesso tempo, a prevedere la possibilità di farvi ricorso in seguito a una violenza sessuale. Se emotivamente è comprensibile, razionalmente è una giustificazione inammissibile. 
Se condanniamo l’aborto in nome della difesa dell’embrione (bambino non nato, per usare la terminologia dei contrari alla libera scelta), il modo in cui il suo sviluppo è cominciato non incide su quei diritti. Non lo si può dire però, perché è troppo impopolare non ammettere questa eccezione e il fronte no-choice preferisce lasciare in ombra questa contraddizione invece che usarla per ripensare il divieto assoluto.
Perché non può che essere la donna a decidere se portare avanti una gravidanza oppure no, e le ragioni che la spingono a farlo sono intime e incontrovertibili. Dovremmo tenerci i nostri sprezzanti commenti per noi, tanto più che nella maggior parte dei casi non sono opinioni, ma uno sfogo cieco e brutale. A volte vere e proprie bugie, come il mettere in guardia da presunti effetti fisici: l’aborto ti renderà sterile, ti farà venire il cancro al seno o all’utero, ti farà impazzire.
È spaventoso a questo riguardo il report del 2006 di Henry A. Waxman sulle informazioni sbagliate offerte dai Pregnancy Resource Centers alle donne che chiedevano informazioni e non è raro scoprire che detrattori fanatici dell’aborto arrivino nelle scuole a presentare fantasmi come verità scientificheUn’altra conseguenza inevitabile e taciuta è che impedire il ricorso all’aborto significa imporre a una donna di portare avanti una gravidanza: strada moralmente ripugnante e praticamente difficilmente percorribile.
La 27esima Ora.