venerdì 29 marzo 2013

La Madre


“Mamma” mormora la bambina mentre pieni di pianto ha gli occhi “per la tua piccolina non compri mai balocchi. Mamma tu compri soltanto i profumi per te”. Ok, è una canzonetta di mille anni fa, ma le donne vivono ancora male e da sole i lati oscuri della maternità come racconta il documentario di Alina Marazzi.

Cantata da Nilla Pizzi e scritta negli anni Venti, Balocchi e profumi unisce l’idea che la vanità peccaminosa non sia priva di conseguenze negative (in questo caso in modo ancora più crudele: è la bambina innocente a pagare le colpe della madre) rispetto a un modello rigido di donna e madre ispirato all’assoluto sacrificio. La madre egoista e frivola che pensa solo a comprarsi la cipria incarna tutto ciò che la Madre non può e non deve essere. Certo, è solo una canzonetta - tuttavia ben rispecchiava la morale dell’epoca. Perché la Madre è assoluta dedizione, abnegazione spontanea, zelante sacrificio. Chi si allontana da queste coordinate fa una brutta fine, è una madre snaturata, immorale, negligente - chissà, forse non è nemmeno una vera donna, perché le vere donne sono spontaneamente Madri. E non possono che essere madri: forse è questa la più resistente radice della condanna feroce dell’interruzione volontaria di gravidanza. L’unica alternativa alla Dolce Madre era la Madre Cattiva (Madri cattive si intitola un bel libro di Caterina Botti, pubblicato dal Saggiatore nel 2007), come quella nella canzone.
Non c’è dubbio che il panorama sia cambiato da allora: l’istituto della maternità è stato incrinato e il silenzio cui erano condannate le madri non perfette è stato interrotto. Tuttavia resistono molte tracce di quella monolitica rappresentazione, alla cui ombra ogni donna dovrebbe inchinarsi, vivendo gli eventuali conflitti o le difficoltà in una vergognosa omertà. Una di queste è la credenza che ci sia un istinto materno, una innata e naturale competenza femminile all’accudimento: la Madre sa come si fa, ha incorporato il libretto delle istruzioni come un robot di ultima generazione. O il prendere troppo sul serio il “noi donne”, come fosse un dominio compatto e uniforme, e non un universo eterogeneo e cangiante. Tutto parla di te di Alina Marazzi fa parte dei tentativi di scalfire quella cortina di ferro tra madri perfette e madri da scansare e da marchiare come inette. Più che nella fragile storia di Pauline (Charlotte Rampling) e di Emma (Elena Radonicich) - che si svolge tra il passato e il presente, tra i ricordi di Pauline e le vite delle donne che si rivolgono a un centro per la maternità di Torino - la frammentazione della maternità e la volontà di descriverne le paure e i conflitti passa attraverso alcune parole che fino a qualche tempo fa sarebbero state indicibili. Ero sbagliata. Ho paura di sentirmi sola. Non ero nata per essere madre. Con il bambino non mi sento in sintonia perché spesso non lo capisco. Tunnel nero. Voglio fare quello che facevo prima. Mi aspettavo di vivere insieme alla natura e a mio figlio e c’ero solo io con il mio dolore. Mi sentivo già una cattiva madre. Si comincia presto ad essere delle cattive madri.
La solitudine è forse la presenza più ricorrente, e non è solo quella materiale. C’è il silenzio. Ci sono le narrazioni amputate, quelle che per anni hanno privilegiato l’isti- tuto materno a scapito delle madri in carne e ossa. Tutto parla di te - con quella stessa nostalgia dolente di Un’ora sola ti vorrei - esplora la complessità materna, cercandone le ombre per renderle meno spaventose. Così come aveva fatto chirurgicamente nel 1981 Elizabeth Badinter in L’amore in più. Storia dell’amore materno (Fandango, 2012) o Adrienne Rich nel 1976 in Nato di donna (Garzanti, 1996) o più recentemente Loredana Lipperini in Di mamma ce n’è più d’una (Feltrinelli, 2013). Perché sia di gran lunga preferibile non ridurre tutte le donne alla Madre, e perché sia utile ribellarsi al silenzio - rimediando in tal modo alla condanna di solitudine - lo sintetizza lo scambio finale di battute tra le due donne: “Io avrei potuto fargli del male”, dice Emma. “No, tu non sei stata lasciata sola, come mia madre”, la rassicura Pauline. ×

Lamette, Il Mucchio di aprile.

lunedì 25 marzo 2013

Il dibattito negato sull’aborto: mai vere discussioni, solo slogan



Di aborto è quasi impossibile parlare. È un argomento rimosso dalle conversazioni private e guardato con ostilità nei dibattiti politici. Ogni tanto la cronaca interrompe questo silenzio, spesso quando accade qualcosa di inimmaginabile. È il caso di Leandro Aletti, che ha accolto alcune donne nel reparto Ivg di Melzo di cui era responsabile gridando «Assassine!» (il fatto è accaduto nell’ottobre 2009, il primario è stato denunciato per ingiuria, ndr), o i casi di Margherita e di Monica, inciampate in un meccanismo messo in crisi dall’altissimo numero di obiettori di coscienza.
L’aborto sembra rientrare in quello spazio angusto e ipocrita del «si fa ma non si dice», o peggio dell’ingenua credenza che fare finta di niente faccia scomparire ciò che ci disturba. Eppure nel 2011 sono state eseguite circa 110.000 interruzioni di gravidanza, nel 2010 quasi 116.000. Dal 2000 ad oggi sono quasi 1,5 milioni le interruzioni di gravidanza. I numeri sono in calo – sono addirittura dimezzati se si pensa che nel 1982 i casi erano stati 234.801 secondo la Relazione sull’interruzione volontaria di gravidanza - ma verosimilmente conosciamo molte donne che hanno abortito e non lo sappiamo perché di aborto è impossibile parlare.
[...]
Una spia ulteriore della matassa di contraddizioni sta nella eccezione al divieto assoluto concessa in caso di stupro. Sia dal punto di vista morale sia nel caso di molte leggi restrittive si è disposti a negare l’aborto ma, allo stesso tempo, a prevedere la possibilità di farvi ricorso in seguito a una violenza sessuale. Se emotivamente è comprensibile, razionalmente è una giustificazione inammissibile. 
Se condanniamo l’aborto in nome della difesa dell’embrione (bambino non nato, per usare la terminologia dei contrari alla libera scelta), il modo in cui il suo sviluppo è cominciato non incide su quei diritti. Non lo si può dire però, perché è troppo impopolare non ammettere questa eccezione e il fronte no-choice preferisce lasciare in ombra questa contraddizione invece che usarla per ripensare il divieto assoluto.
Perché non può che essere la donna a decidere se portare avanti una gravidanza oppure no, e le ragioni che la spingono a farlo sono intime e incontrovertibili. Dovremmo tenerci i nostri sprezzanti commenti per noi, tanto più che nella maggior parte dei casi non sono opinioni, ma uno sfogo cieco e brutale. A volte vere e proprie bugie, come il mettere in guardia da presunti effetti fisici: l’aborto ti renderà sterile, ti farà venire il cancro al seno o all’utero, ti farà impazzire.
È spaventoso a questo riguardo il report del 2006 di Henry A. Waxman sulle informazioni sbagliate offerte dai Pregnancy Resource Centers alle donne che chiedevano informazioni e non è raro scoprire che detrattori fanatici dell’aborto arrivino nelle scuole a presentare fantasmi come verità scientificheUn’altra conseguenza inevitabile e taciuta è che impedire il ricorso all’aborto significa imporre a una donna di portare avanti una gravidanza: strada moralmente ripugnante e praticamente difficilmente percorribile.
La 27esima Ora.

sabato 2 marzo 2013

Università. Distruggere le aule


Cosa e come insegnare? Prima i filosofi e poi i pedagogisti hanno tentato di rispondere esaustivamente, con tutte le loro possibili declinazioni: si insegna in modo diverso a seconda delle età? È importante il luogo? Ci sono discipline migliori di altre? Socrate, Platone, Kant, Rousseau sono tra quelli che si sono cimentati teoricamente e a volte praticamente nell’insegnamento. Ad alcuni di loro sono legati ricordi indelebili: la maieutica socratica, per esempio, o l’Émile ou de l’éducation di Rousseau (1762). Tra i nomi della pedagogia moderna potremmo citare Durkheim, Emerson, Montessori, Dewey. Per quanto ci riguarda, siamo perlopiù abituati a collegare l’insegnamento alle ore e ore di prigionia scolastica in un contesto abbastanza astratto e avulso dal resto - nonché collocato nella prima parte della giornata secondo i precetti vittoriani. Ovviamente non è detto che questo sia il metodo migliore, è solo quello che ci è familiare.
[...]
Colin Ward, scrittore e anarchico britannico morto 3 anni fa, proponeva proprio l’eliminazione della scuola come la intendiamo: aule, orari fissi, muri. Nel 1987 in una conferenza al Massachussets Institute Of Technology (MIT) disse: “Nel diciannovesimo secolo Lev Tolstoj aveva deciso di fondare una scuola nel proprio villaggio e per questo visitò istituti in Germania, in Francia e in Inghilterra, arrivando a questa conclusione: ‘L’educazione è un tentativo di controllare ciò che è spontaneo nella cultura: è cultura sotto costrizione.’ A Marsiglia era stato in ogni scuola e aveva parlato con gli allievi e i genitori. Trovò spaventosi gli edifici scolastici: simili a prigioni, dove i bambini apprendevano meccanicamente solo quello che c’era scritto nei loro libri, senza essere capaci di aggiungere niente di più.” Ward conclude che se Tolstoj si fosse limitato a osservare questi reclusi avrebbe descritto la popolazione francese come rozza, ipocrita e ignorante. Ma poiché la strada e la storia dimostravano il contrario, dedusse che “la vera educazione veniva dall’ambiente”.
[...]
Da qualche tempo le domande pedagogiche possono essere riformulate in un campo giovane, quello dell’insegnamento online. Non è forse questo il modo in cui Ward immaginava di distruggere le aule e il muro dei Pink Floyd non è certo solo quello fatto di mattoni, ma potremmo vederla in parte anche così. Questo tipo di insegnamento mantiene alcuni degli interrogativi classici e ne aggiunge di nuovi, soprattutto rispetto alla metodologia e all’efficacia didattica. Per saperne di più mi sono iscritta a Coursera, iniziativa nata da una partnership tra molte università prestigiose - tra cui le statunitensi Columbia, Stanford, Princeton, Duke e John Hopkins - con l’intento di offrire corsi di alta qualità gratuitamente e online. Basta registrarsi su Coursera.org e poi scegliere cosa frequentare. Le categorie sono venti e si va dalla biologia alla medicina, dalla matematica alle arti e alle scienze sociali. In pratica, funziona così: ogni settimana una mail ti avvisa della messa online delle lezioni, disponibili da quel momento in avanti. Se sei un disastro totale nel gestire il tuo tempo potrebbe essere faticoso o impossibile evitare di accumularle tutte entro la scadenza prevista per l’esame. Dal tuo computer segui le lezioni - se non hai capito bene qualcosa perché il tuo inglese è mediocre c’è anche una sezione con i testi - e poi fai degli esercizi. Si tratta di test a risposta chiusa multipla che puoi ripetere finché vuoi, finché non le azzecchi tutte o il numero di quelle esatte ti sembra soddisfacente. La valutazione finale è affidata invece a dei quiz con trenta domande e un solo tentativo a disposizione.

Il Mucchio Selvaggio di marzo 2013.