martedì 31 dicembre 2013

Come il vernacolo modifica il cervello

Imparare un dialetto modella le nostre aree cerebrali deputate a decodificare il linguaggio. Se lo impariamo quando siamo piccoli, gli emisferi cerebrali si comporteranno in modo simile a quando si attivano ascoltando la nostra lingua madre. È questo, in sintesi, il risultato di uno studio condotto da un gruppo di neuroscienziati del Riken Brain Science Institute di Wak, non lontano da Tokyo. La ricerca di Yutaka Sato, Reiko Mazuka e alcuni altri colleghi è stata pubblicata sulla rivista «Brain and Language» lo scorso ottobre. I ricercatori hanno usato una tecnica di osservazione non invasiva, la spettroscopia nel vicino infrarosso (Near Infrared Spectroscopy, Nirs). La rilevazione dell’attivazione cerebrale avviene grazie a un laser infrarosso, che è in grado di mettere in evidenza un aumento dell’afflusso sanguigno, conseguenza e sintomo dell’attività cerebrale. I neuroscienziati volevano osservare che cosa sarebbe successo al cervello di nativi giapponesi quando ascoltavano la propria lingua madre e cosa, invece, quando si parlava loro in uno dei tanti dialetti giapponesi.

La Lettura, 29 dicembre 2013.

sabato 28 dicembre 2013

Mini Miss



La storia è questa: il governo francese è contrario ai concorsi di bellezza destinati alle minorenni e il Parlamento sta discutendo un progetto di legge per vietare a chi ha meno di 16 anni di partecipare alle sfilate. Le principali motivazioni sono l’ipersessualizzazione e lo sfruttamento commerciale dei più piccoli.
Il divieto e le ragioni addotte a sostegno del divieto hanno attirato la mia attenzione. Perché in generale un divieto legale andrebbe giustificato con argomenti solidi. Una volta che abbiamo rifiutato un sistema politico teocratico (“è vietato perché un dio così vuole”) o paternalista (“è vietato per il tuo bene”), quello che dovrebbe rimanere è un sistema che deve motivare i divieti che impone, molto approssimativamente ispirandosi al principio del danno a terzi: un divieto è legittimo quando è sostenuto da un danno che noi infliggeremmo a qualcun altro (omicidio, aggressione e così via).
Le motivazioni che invochiamo a sostegno di un divieto, poi, non dovrebbero essere facilmente riutilizzabili per vietare mille altre cose. Possiamo pensare che i concorsi di bellezza - in generale o solo quelli per i minorenni - facciano schifo, che siano inopportuni, volgari, noiosi, ma stiamo parlando di un divieto e non di una preferenza. Non possiamo mica vietare per legge le cose stupide o di cattivo gusto. Non finiremmo mai.
Ci dovremmo quindi domandare se partecipare a un concorso di bellezza sia intrinsecamente dannoso o se lo sia in alcune circostanze, come quelle di avere meno di 18 anni e di esservi stati portati verosimilmente dai propri genitori (quando una ragazzina può davvero scegliere?). Partecipare a Miss Francia provoca un danno tale da autorizzare i legislatori a dire “vietato per legge”?
Passiamo all’invocazione dello sfruttamento commerciale delle piccole aspiranti miss da parte dei genitori: se valesse, dovremmo estenderlo a molti altri casi, affini e lontani. Attori e cantanti in miniatura, tanto per cominciare. Modelli per giocattoli, vestitini, magliettine, palloncini.
Ma poi anche quei genitori che decidono che il figlio debba diventare un grande campione: come non pensare ad Andre Agassi - che racconta in Open le torture inflittegli dal padre - o a Jennifer Capriati o a tanti altri le cui vite sono state profondamente indirizzate dal potere dei genitori. Potere che è inevitabilmente esteso, soprattutto nei primi anni. Potere che non è assoluto, ma i cui confini sono difficili da tracciare: far partecipare la propria figlia a un concorso di bellezza somiglia più a torturarla o a iscriverla a scuola?
Se accettiamo la bontà dell’argomento dello sfruttamento commerciale dovremmo dunque augurarci che le prossime leggi vieteranno un lungo elenco di attività decise dai genitori e destinate ai figli.
I due tennisti, Agassi e Capriati, non sono i soli esempi a disposizione, ovviamente. Mettendo insieme la giovane età, il travestimento e quel senso di fake che possiamo immaginare connessi a un concorso di Miss teen mi è venuta in mente la comunione. Rituale per me abbastanza estraneo, mi è capitato di osservarlo qualche mese fa perché la figlia di amici celebrava il sacramento.
Ora, provate a pensarci dismettendo la familiarità che avete accumulato in anni e anni: sono piccoli, vestiti in modo inusuale e sulla loro autonoma decisione si può avanzare qualche dubbio. Quanto allo sfruttamento commerciale, potremmo pensare ai regali, alle bomboniere, ai pranzi e a quello che sembra in tutto e per tutto un banchetto di nozze in miniatura. E se nei concorsi si rischierebbe l’ipersessualizzazione, durante il catechismo non si potrebbe rischiare l’obnubilamento? Sarebbero queste condizioni sufficienti per un divieto legale? ×

Il Mucchio di gennaio.

martedì 3 dicembre 2013

I misteri del male nelle cellule cerebrali



Siamo nel 2005 quando il neuroscienziato James Fallon studia le scansioni cerebrali di alcuni psicopatici. Non è solo il loro passato violento a renderli così diversi da chi non s’è mai spinto più in là di una risposta sgarbata o di un’aggressività contenuta, addomesticata con l’età adulta. Quell’abisso, simile a quello tra chi ha ucciso e chi no, che Georges Simenon racconta in Lettera al mio giudice, emerge anche dal confronto dei cervelli.
Da molti anni Fallon cerca le radici del male, cioè una spiegazione neuroscientifica al comportamento feroce e criminale. Ha notato che nei soggetti con comportamenti molto aggressivi ricorre una caratteristica comune: una scarsa funzionalità in un’area dei lobi frontali e temporali. Niente di strano, perché la riduzione di attività cerebrale in queste zone suggerisce un difetto di ragionamento morale e una scarsa capacità di contenere gli impulsi. Contemporaneamente Fallon indaga l’Alzheimer e le sue correlazioni genetiche. Ha sottoposto alcuni pazienti a esami genetici e a scansioni cerebrali. Come gruppo di controllo usa i suoi familiari e il suo stesso cervello, le cui immagini sistema sotto a quelle degli individui affetti dalla patologia.
In fondo alla pila di lastre ne vede una con le caratteristiche da psicopatico (abnormal). Fallon pensa che sia finita lì tra l’Alzheimer per sbaglio. Controlla. Nessuno sbaglio dovuto al disordine, quella scansione non arriva dal gruppo degli psicopatici. L’identità dell’uomo della scansione è talmente sconvolgente che Fallon pensa che si sia rotta la macchina. Il tecnico di laboratorio controlla lo scanner. Nessun errore, nessuna confusione: è lui, James Fallon. Uno psicopatico, con quell’area cerebrale troppo angusta per contenere empatia e emozioni, gli ingredienti del comportarsi bene. Eppure lui è una brava persona. A parte qualche fissazione e qualche narcisistica manifestazione di promesse non mantenute, nessuno avrebbe sospettato che nel suo cervello si annidasse il male. O la sua correlazione neurologica.
La Lettura, 1 dicembre 2013.

mercoledì 20 novembre 2013

Funerale e sepoltura dei feti*


“Lo sapevo”, disse lei ridendo, “vivere è una cosa tanto sciocca
che ci si attacca persino alla sciocchezza di essere nati.”
Cesare Pavese, Tra donne sole

Però a me non sembrava che era il caso di prendere per il culo.
Per il culo, ci potevano prendere a tutti e quattro:
si può prendere per il culo chiunque è infelice,
basta che si è abbastanza crudeli.
Nick Hornby, Non buttiamoci giù

È passato quasi un anno dall’inaugurazione del giardino degli angeli, un’area destinata ai feti e agli embrioni nel cimitero Laurentino di Roma. Durante la cerimonia nel gennaio 2012 Sveva Belviso, vicesindaco, parlava di “corpicino” e di dignità. La camelia bianca piantata quel giorno non c’è più, al suo posto c’è qualche vaso con delle margherite bianche.
Allora ci furono entusiasti sostenitori e feroci oppositori. Nel giro di qualche giorno tutti se ne sono dimenticati, fino alla Marcia per la Vita del maggio seguente. Ho deciso di andarci, ho cercato su Google maps e ho telefonato per gli orari: via Laurentina al chilometro 13,500, dalle 7.30 alle 17.00.
È l’inizio di novembre, il fine settimana dei morti e dei santi e penso che non ci possa essere periodo migliore per andare in un cimitero. Telefono alla mia amica fotografa Francesca Leonardi, con cui da tempo sto lavorando sull’aborto, e prendiamo accordi per il giorno seguente, sabato 3 novembre.
Bisogna percorrere la via Laurentina, passare accanto a palazzoni alti e orribili, alcuni color verde militare e probabilmente partoriti dalla mente di un geometra frettoloso, oltrepassare il raccordo. Poi si cominciano a vedere i cartelli pubblicitari di marmi e lapidi e si intuisce che siamo nei dintorni. Ci sono molte rotonde e almeno un paio di volte rischio di girare prima del dovuto e di prendere la Pontina. Siamo quasi a Trigoria. Ci sono 3 o 4 cartelli con l’indicazione “cimitero Laurentino” e poi uno spiazzo con alcuni banchetti che vendono fiori.
Alcune persone aspettano il loro turno, carte colorate e retine, forbici e colori addossati gli uni agli altri. Me li lascio sulla destra e oltrepasso il cancello aperto. Oltre la soglia comincia una salita e non vedo che qualche cipresso e in lontananza la sagoma dei palazzoni che ora sembrano tutti grigi. C’è una cappella sulla sinistra, a destra la camera mortuaria e alcune costruzioni non finite, alcuni loculi vuoti e le scale per salire fino a quelli messi in alto. C’è una donna in bilico che manda baci al marmo freddo, il movimento veloce del braccio dalle sue labbra alla lapide, sta arrampicata su quella scala con le ruote e il terreno è in lieve pendenza.
Prato e croci bianche.
Dopo qualche decina di metri vedo la statua di un angelo – quella che ho visto nel video girato il giorno dell’inaugurazione. Poco più in là c’è una roccia con la scritta in stampatello IL GIARDINO DEGLI ANGELI e un’altra statua di un altro angelo, uguale alla prima. Al collo hanno qualche rosario. È un’area (ricordo di avere letto) di 600 metri quadrati, delimitata da una siepe e quasi vuota. Le piccole lapidi rettangolari bianche sono 12, su una non c’è scritto nulla, sulle altre ci sono alcuni nomi, le date, qualche riga di iscrizione. Sul lato opposto e separato dalla strada c’è un rettangolo di prato con le lapidi di bambini. Accanto ai nomi e alle date ci sono pupazzi, macchinette, fiori di plastica, collanine, bracciali, girandole e campanellini. Nel silenzio quasi assoluto si sentono più o meno intensamente a seconda del vento. Alcuni pupazzi e scacciaguai – che altro può succedere a un morto? – sono legati agli alberi esili che ondeggiano tra le lapidi e la strada.
Si ferma una macchina e scendono un uomo e una donna. Si avvicinano a una delle piccole lapidi bianche. Stanno lì per alcuni minuti. Io mi tengo a distanza di sicurezza perché il dolore mi imbarazza e perché sul dolore non ho nulla da dire. Mi domando se curare una piccola lapide possa lenirlo. Non lenirebbe il mio, ma per qualcuno magari funziona.
Guardando queste lapidi mi distraggo a pensare alle vite interrotte, a sinistra della strada, o mai cominciate, a destra. Queste tombe invase da giochi e colori sembrano inopportune, intollerabili. Magari perché penso che un morto sia morto e basta. Se invece credi che stia da qualche parte puoi anche credere che abbia bisogno dei suoi giocattoli, come facevano gli Egizi con i propri morti. Li metti in una bara con gli oggetti più cari e più utili per il viaggio. In questo caso però stanno fuori, e potrebbe essere anche più difficile per il morto accorgersene. Oppure è un rituale benefico e i pupazzi servono a chi è vivo. In entrambi i casi sono invidiosa: per me non sarebbe di alcuna consolazione. I cadaveri sono cadaveri, nulla di più. Quando l’uomo e la donna se ne vanno la piccola lapide è coperta di fiori, una girandola colorata, qualche pianta grassa, una luce incastrata dentro a una statuetta a forma di rana, alcuni cuoricini di pietra, una statuetta di un santo (forse padre Pio) e un angelo bianco che porta una rosa bianca come un tedoforo. Il marmo e le scritte sottostanti sono quasi scomparsi. Oltre alla sepoltura si può anche fare il funerale, come in The little death [stagione2, episodio 9]. La protagonista di The Big C è Cathy, dopo avere ricevuto una diagnosi di melanoma, un cancro aggressivo e terminale (C sta per Cancer). Cathy ha un fratello un po’ sciroccato, Sean, che ha una fidanzata, Rebecca. Rebecca rimane incinta, ma ha un aborto spontaneo alla diciottesima settimana. La reazione di Rebecca è inizialmente di ostentata indifferenza e di negazione. E di ostinata volontà di organizzare una celebrazione. “Ognuno elabora il lutto in modo diverso. Quando ho abortito, ho piantato un albero.” “Non voglio stare in lutto. Voglio celebrare la vita che ho portato dentro di me per 18 settimane. Questo feto merita di essere festeggiato.” E per celebrare il feto Rebecca vuole organizzare un funerale grandioso. Cathy prova a suggerirle che forse sta sublimando il suo dolore con il sushi e gli addobbi. Rebecca non ne vuole sapere, insiste nei suoi propositi e suggerisce all’amica di preoccuparsi del fratello che ha reagito molto male all’aborto. Fin dall’inizio il funerale per baby Cathy è una occasione in più per Cathy per pensare alla propria morte e, addirittura, per assistere al proprio funerale: nel necrologio c’è scritto infatti “per la morte di Cathy Tolke”. Il feto abortito e Cathy sono omonimi, e molte delle persone che arrivano sono convinte che sia morta Cathy senior. Paul, il marito di Cathy, avanza qualche protesta per il malinteso creato da Rebecca.

Rebecca intanto è impassibile e concentrata nell’organizzare e poi nel presenziare a questo “little festival of denial”, al contrario di Sean. “Voglio dire, guardati, Rebecca. Ti ho visto più agitata quando qualcuno ti ha rubato il parcheggio.”
Il giorno del funerale sono in molti ad essere sorpresi e contenti che Cathy non sia morta e dopo una serie di malintesi, condoglianze per una morte mai avvenuta e fotografie di come sarebbe potuta diventare la piccola Cathy se fosse nata, c’è la resa dei conti tra “big Cathy” e Rebecca, infastidita per l’attenzione che le persone manifestano alla non-morta e per la disattenzione verso baby Cathy.
In questa vicenda accade anche qualcosa che è abbastanza comune: dopo un aborto – volontario o spontaneo – i due si lasciano, come se avessero condiviso un segreto vergognoso che impedisce loro di guardarsi ancora in faccia. O un dolore troppo profondo. Lo spazio tra il dolore per un aborto spontaneo e la morte di un figlio può assottigliarsi fino a scomparire nella percezione soggettiva. Come ho già detto, il dolore è incontrovertibile, ma si offre a indagini e a riflessioni.

Gli angeli

Il cimitero di Roma non è l’unico spazio dedicato ai “bambini non nati”. Dal punto di vista giuridico il riferimento è il Decreto del presidente della Repubblica del 1990 n. 285, “Approvazione del regolamento di polizia mortuaria” secondo cui è possibile seppellire “prodotti abortivi” di età presunta tra le 20 e le 28 settimane. A richiesta anche quelli di età inferiore.
Il giardino degli angeli non è dunque una novità giuridica e la possibilità di seppellire i “prodotti abortivi” c’era già. Le inaugurazioni degli spazi dedicati non hanno dunque introdotto una possibilità prima inesistente, ma l’hanno sottolineata e forse usata politicamente. E hanno introdotto con prepotenza l’espressione “bambini non nati”, perché prodotti abortivi era irrispettoso.
Quando è stata la volta di Firenze gli animi erano già infiammati dalle pressioni dei movimenti conservatori e dalle alte percentuali di obiettori di coscienza negli ospedali. La discussione che ne è seguita si è trasformata – tanto per cambiare – in uno scontro feroce tra i sostenitori della necessità dei “cimiteri degli angeli” e i contrari, spesso in quanto si violerebbe la 194 e si offenderebbero le donne. Dimenticano che alcune donne scelgono di seppellire i propri bambini non nati e non si capisce come la possibilità di farlo le offenderebbe. Spesso si parla in nome di qualcuno cui non si è mai rivolto la parola.

Finché la sepoltura è volontaria non sembra avere molto senso impedire o urlare a sproposito. Diverso il caso della Lombardia: “Per la sepoltura del feto ci pensa lei o preferisce che lo faccia l’azienda sanitaria? Metta una croce e una firma qui”. Il regolamento regionale voluto da Roberto Formigoni obbliga a porre quella domanda, e in caso di declino, investe la struttura ospedaliera dell’obbligo di sepoltura per la dignità del feto. Rimane il dubbio se sia possibile compiere una scelta diversa dalla sepoltura, perché esistono anche religioni che prevedono altri rituali o la volontà di trattare il bambino non nato come un rifiuto ospedaliero. Lo slittamento dalla scelta all’obbligo e dal desiderio della donna all’ontologia dell’embrione fa la differenza.
È innegabile che chi appoggia i funerali o decide di farne una causa politica sta compiendo una precisa scelta simbolica, sta ammiccando a una precisa fazione. Ma non è con un divieto che si risponde a un eventuale abuso di una scelta individuale trasformata in battaglia politica.
Ci sono poi altre differenze profonde, determinate non solo dall’età gestazionale ma dalle modalità di morte dell’embrione o del feto. Un aborto spontaneo è diverso da uno volontario, e più si è in prossimità del parto più il senso di perdita può essere inconsolabile e l’aborto vissuto come una morte di una persona cara (anche se non ancora nata e anche se il termine persona è qui usato in senso colloquiale). E poi il dolore per la perdita di x non ci dice nulla sullo statuto ontologico di x. Si seppelliscono anche cani e gatti o altri animali amati e non è che si pretenda che questo li trasformi in persone. E per alcuni il dolore per la perdita o la distruzione di un oggetto può essere tanto intenso da essere paragonabile a un lutto – per la morte di una persona cara.

Secondo alcuni la sepoltura può aiutare a gestire il vissuto di un lutto: per un figlio desiderato e il cui futuro è negato da un evento imprevisto o da una decisione sofferta come nel caso di una patologia fetale. Per alcuni può essere una consolazione e non c’è ragione per cui si dovrebbe impedire o limitare una consolazione. Il panorama è molto diverso se pensiamo a una interruzione volontaria nel primo trimestre. Ma è diverso soprattutto a seconda delle persone.

In parte è questa ambiguità ad avere sollevato le polemiche sui regolamenti regionali o comunali: se seppellisci x, allora x è una persona e allora non far nascere x (abortire) è immorale e dovrebbe essere illegale. Ci sono molte fallacie dietro alle conclusioni che hanno spinto molti a credere che criticare il cimitero dei feti volesse dire difendere l’accesso legale e sicuro all’interruzione di gravidanza e viceversa. È ovvio che poi ci siano le intenzioni e i piani simbolici, ma questi sono terreni molto più sfumati. E soprattutto è l’intento di equiparare le esperienze e i vissuti che tende la trappola: tutte le donne vivono l’aborto come un lutto. Sarebbe necessario distinguere per ogni donna, o almeno distinguere gli aborti volontari e precoci da quelli tardivi e involontari.

Il cimitero di Firenze prevede una area dedicata ai feti, “ai prodotti abortivi e i prodotti del concepimento”. Anche chi si inalbera a condannare, scegliendo argomenti e parole inappropriati, fa più danni che se avesse taciuto. Vittoria Franco, senatrice Pd, avrebbe definito il regolamento fiorentino: “Una provocazione verso il dramma dell’aborto e del rapporto delle singole donne con la maternità” (il corsivo è mio). Claudia Livi: “Mi dissocio da un atto che mi offende profondamente come donna”. Più a fuoco Tea Albini, consigliera e parlamentare Pd, ma ancora sedotta dagli universali: “‘Molto ideologico e poco pratico [...] Anche perché già oggi la legge consente la sepoltura di feti e aborti e non c’era nessuna necessità di presentarlo. Si rischia una spaccatura forte all’interno del gruppo consiliare e nella sinistra. Ne valeva la pena? Io sono per la politica come arte della mediazione. Il sindaco, invece, cerca lo scontro. Spesso mediatico’”. Liberetutte di Firenze, un’associazione che nello statuto ha tra gli obiettivi la difesa della libertà e l’autodeterminazione delle donne, ha chiesto a tutte le consigliere comunali un incontro. “‘Vogliamo discutere quello che per noi è un attacco alla 194 – spiega la portavoce [di Liberetutte] Luisa Petrucci –. Il regolamento vuole trasformare feto ed embrione in una persona e non è questo lo spirito della legge. L’articolo del regolamento approvato ci pare una macabra trovata che lede la sfera privata delle donne e la loro dignità’.”
Non riesco a non pensare che sarebbe più importante garantire le scelte di ogni persona che impantanarsi in discussioni in cui ognuno ha già deciso e non ha alcuna intenzione di concedere nulla: se una donna vuole seppellire o fare il funerale all’embrione o al feto deve avere la libertà di farlo. Se una donna vuole abortire anche. Il funerale e il seppellimento non hanno nulla a che fare con lo statuto dell’embrione e del feto, ma con i desideri delle persone.

*Capitolo 8 di A. La verità, vi prego, sull’aborto, 2012, Fandango.

giovedì 31 ottobre 2013

After Tiller


Domenica mattina, davanti alla chiesa luterana di Wichita, Kansas, un uomo se ne sta in piedi a distribuire volantini dei prossimi appuntamenti evangelici. Indossa un giubbotto antiproiettile. Dentro, il servizio è appena cominciato. La moglie dell’uomo in piedi sulla soglia della chiesa, Jeanne, ascolta le prime parole del reverendo Lowell Michelson, poi sente il rumore di uno sparo. Probabilmente sa già che il bersaglio è suo marito, ginecologo più volte aggredito dai fanatici antiabortisti.

È il 31 maggio 2009 e George Tiller è ucciso da un proiettile in pieno volto. Subiva da trent’anni minacce, aggressioni, attentati. Nella sua clinica non c’erano finestre, da ogni angolo spuntavano videocamere di sicurezza, una macchina della polizia se ne stava lì fuori giorno e notte e all’ingresso c’era un metal detector. La clinica somigliava a una prigione di massima sicurezza. Tiller muore a poche centinaia di metri dalla sua roccaforte con un proiettile in mezzo agli occhi, come un’esecuzione. Il suo assassino, Scott Roeder, scappa; lo arrestano qualche ora dopo.

Nel 1986 la clinica era stata fatta esplodere. Dopo averla ricostruita, Tiller aveva messo un cartello: «Hell no, we won’t go». Nel 1993 Shelley Shannon gli aveva sparato 5 volte.
L’Fbi ha consegnato all’Associated Press un documento di 287 pagine: sono le minacce contro Tiller accumulate nel corso degli anni. La violenza contro l’aborto e contro gli operatori sanitari può vantare un lungo e dettagliato elenco negli Stati Uniti: almeno 8 omicidi, 17 tentati omicidi, centinaia di minacce di morte e di aggressioni, stalking, rapimenti. Per non parlare dei danni alle cliniche, dei picchetti, degli incendi dolosi. Una delle organizzazioni più violente, “Army of God”, ha definito l’assassinio di Tiller un omicidio giustificabile. D’altra parte, Tiller non era che un “baby killer”, e nel suo caso il soprannome veniva particolarmente bene per via dell’assonanza: dr. Killer. Il suo aggressore è un eroe nazionale.

Le aggressioni e gli omicidi hanno l’evidente intento di fermare il “genocidio”, non solo eliminando gli esecutori, ma cercando di scoraggiare gli altri. La strategia sembra funzionare: il “cartello” dell’aborto è passato da oltre 2000 cliniche del 1991 alle 660 di oggi, secondo il sito antiabortista “AbortionDocs.Org”. C’è anche la lista nera degli operatori sanitari: nomi, indirizzi, foto, tipologia di interventi. Se non fosse stata costruita con intenti intimidatori, la lista sarebbe uno strumento prezioso: pensare che qui in Italia ottenere il registro degli obiettori di coscienza – senza nomi e indirizzi, ma solo i numeri per singola struttura – sembra essere una missione impossibile.

A 4 anni di distanza dall’assassinio di Tiller, gli Stati Uniti sono lacerati sull’aborto e in molti stati lo scontro è durissimo. In Italia la violenza antiabortista non è mai arrivata a tanto, ma è recente la notizia che il Movimento per la Vita entrerà in ospedale per scoraggiare le donne che hanno deciso di abortire. Se già l’interruzione di gravidanza è un argomento moralmente controverso, quella nel terzo trimestre è esplosiva. È facile capire perché: intorno alla 25esima settimana il feto è a uno stadio di sviluppo avanzato, e le tecniche neonatali hanno abbassato la soglia di sopravvivenza – anche per chi è prochoice le interruzioni di gravidanza tardive sono argomento moralmente più complicato di quelle precoci. After Tiller racconta anche questo: i dubbi e le incertezze degli operatori sanitari, le motivazioni delle donne che vorrebbero farvi ricorso, andando oltre la feroce battaglia tra chi vuole vietare il ricorso all’interruzione volontaria di gravidanza e chi vuole garantirne l’accesso. Dopo Roe vs Wade e la legalizzazione (1973), ogni Stato può vietare l’aborto al terzo trimestre, ad eccezione dei casi in cui sia in pericolo la vita o la salute della donna. Alcuni stati lo permettono senza restrizioni, ma sono solo quattro i dottori che li eseguono. After Tiller li fa parlare. Le vite di questi quattro medici sono tutte intrecciate a quella di Tiller. È facile immaginare il clima dopo il suo assassinio. C’è LeRoy Carhart, Bellevue, Nebraska. Telecamere, paura. Ci sono Susan Robinson e Shelley Sella, che lavoravano in Kansas con Tiller e ora stanno ad Albuquerque, New Mexico, alla Southwestern Women’s Options. 

Sella sottolinea un punto che ultimamente è usato per scoraggiare o addirittura vietare gli aborti: si pentiranno? Non può saperlo, e non possono saperlo nemmeno le persone che prendono la decisione. «Provate a pensare a che cosa vi ha spinto allora, a come vi sentivate quando avete deciso». È facile dimenticare le circostanze esatte di quando abbiamo abortito, per ricordare solo l’interruzione di gravidanza. Che la decisione possa essere difficile non dovrebbe giustificare il divieto legale – la difficoltà di eseguire un aborto tardivo insomma non fa che aggiungere dolore. Nella maggior parte dei casi sono decisioni dolorose, prese in seguito alla diagnosi di patologie gravi. After Tiller ci porta poi a Boulder, Colorado. Warren Hern ricorda di come avesse iniziato a far nascere i bambini. E di come in Brasile avesse visto le donne morire per gli aborti illegali. Poi l’incontro con Tiller. La madre di Hern racconta di ricevere molte telefonate minacciose. Lui riceve minacce di morte, e ha cominciato a dormire con un fucile accanto al letto. Uno degli slogan degli antiabortisti è: «Women deserve better than abortion» – come a dire che le donne non possono decidere, non sono in grado, ma paternalisticamente meritano di meglio, e credendosi novelle Cassandre gli antiabortisti urlano che sanno cosa sia il meglio per loro.

È spesso riscontrabile la stessa contraddizione che caratterizza i nostrani “pro-life” (Carlo Casini & Co.), che dovremmo sempre ricordarci di chiamare “no-choiche” o “anti-choice”: le donne non sono ree – sebbene l’aborto sia reato. Gli unici a essere punibili sono gli operatori sanitari. E se ti prendi una pallottola tra gli occhi, in fondo è quello che ti meriti. Te la sei cercata.

Robinson racconta che in passato nessuno le aveva insegnato a praticare aborti, lavorava in una struttura cattolica. È stato proprio quando hanno cominciato a sparare ai medici che ha deciso di non poter restare fuori. Ci sono due modi di reagire ai bulli – dice. Uno è scappare, l’altro è reagire. Vedere i picchetti intorno alle cliniche e assistere all’invadenza dei “no-choice”, mi fa tornare in mente il libro di un’altra ginecologa, Susan Wicklund: This Common Secret: My Journey as an Abortion Doctor (scritto con Alex Kesselheim e pubblicato nel 2007 da PublicAffairs, New York). Wicklund ci descrive come può diventare la vita di un medico che esegue aborti, tra inseguimenti, assembramenti fuori dalla propria casa, spostamenti e appuntamenti segreti, giubbotti antiproiettili, minacce di morte e una calibro 38.

Guardando After Tiller, anche i più distratti possono rendersi conto che i dubbi dei medici e la loro incertezza costituiscono la migliore garanzia della libera scelta. Contrariamente alla paternalistica convinzione della maggior parte dei conservatori – non devi mai fare questo perché altrimenti ti succederà quest’altro che è un male per te – questi medici sanno che non c’è la Decisione Giusta, e che a volte quella che prendiamo è soltanto la meno orrenda a nostra disposizione. E a volte sarà oggetto di rimpianto e di dolore: non è possibile proteggere le persone da questo («we can’t protect people from regret»), ma quello che si può fare è non sottrarre alle donne la possibilità di decidere. Le donne sono le migliori esperte della loro vita, secondo questa dottoressa che ha deciso di garantire anche le scelte più controverse, e sebbene a volte possa non essere così, il fatto è che nessuna soluzione è migliore di questa. Nessuno può avere la presunzione di ergersi a giudice, nemmeno il medico. Non c’è la scelta giusta, ma quella meno sbagliata, ma devi prenderne una – e, aggiungo, anche non scegliere è una “scelta”, non priva di conseguenze, pratiche e morali. Non rendersene conto è una negazione pericolosa. Verso la fine di After Tiller, Sella attribuisce all’intera Wichita la responsabilità dell’assassinio di Tiller, e forse sul fronte della complicità estesa si potrebbe anche valicare i confini della città del Kansas. Non hanno premuto il grilletto, certo, ma il clima era talmente esacerbato da apparire come un invito e una giustificazione anticipata.

«Tutti lo volevano e ne avevano bisogno quando i loro figli avevano bisogno di un aborto, volevano lui perché era il migliore – ma era un segreto». In pubblico Tiller era un paria, in privato molto gettonato anche da quelli che lo minacciavano. In Italia esiste una versione edulcorata: capita che gli obiettori di coscienza rivendichino per sé e i propri cari quanto negano agli altri, cioè la possibilità di scegliere. Qualunque sia la nostra opinione sull’interruzione volontaria di gravidanza, After Tiller si oppone alla caricaturale descrizione dei buoni contro i cattivi. Come Shane e Wilson scrivono in una nota per la stampa, il risultato di questa contrapposizione è di farci dimenticare quale sia la condizione delle donne e degli operatori sanitari. Alcuni non lo sapranno mai, restando comodamente seduti sul divano di casa a distribuire giudizi e veti.

La 27esima Ora, 29 ottobre 2013.

martedì 29 ottobre 2013

Fermare la pubertà nei «bambini transessuali»?

Un consigliere regionale agita lo spettro della «manipolazione biologica». È proprio così?

Il dipartimento di «Medicina della sessualità e andrologia» dell’ospedale di Careggi, Firenze, avrebbe proposto di «fermare la pubertà nei bambini transessuali». Un consigliere regionale agita lo spettro della «manipolazione biologica». Qualche giorno fa l’Adnkronos titolava «Sanità: cambio sesso, Careggi Firenze valuta stop pubertà in bimbi con problemi» (22 marzo 2013). Alcuni giornali hanno ripreso sia il titolo (come la Nazione: «”Cambio di sesso, bloccare la pubertà nei bambini? Una manipolazione biologica”») sia il contenuto, a cominciare dalla prima riga: «Bloccare la pubertà nei bambini che manifestano sintomi di transessualità». Come prevedibile, la discussione è stata e rimane animata. Il consigliere regionale Gian Luca Lazzeri (Più Toscana), membro della IV commissione Sanità e tesoriere del gruppo Lega Nord Toscana denuncia la «manipolazione biologica». L’argomento è complesso e alcuni termini sono usati in modo ambiguo e confuso. Ne parlo con Luca Chianura, psicologo, psicoterapeuta e Responsabile di Psicologia Clinica “Area Adulti” SAIFIP-A.O. San Camillo-Forlanini di Roma.

BLOCCARE LA PUBERTÀ – Mi dice Chianura: «I bloccanti ipotalamici, in realtà, sospendono momentaneamente lo sviluppo dei caratteri secondari sessuali e non provocano alcun “cambiamento di sesso”. Questo tipo di terapia viene prescritta in Italia in pochissimi centri pubblici specializzati. I bloccanti sono somministrati solo agli adolescenti a partire dai 16 anni, dopo un’approfondita valutazione da parte di una équipe multidisciplinare e in accordo con i genitori e con i ragazzi. Poi, di solito a 18 anni, si inizia la terapia ormonale vera e propria. In questo caso, i giornali hanno parlato erroneamente di “bambini”. Vorrei ricordare che in altre parti dell’Unione Europea si comincia con i bloccanti a 12 anni (Amsterdam) o a 14 anni (Londra), e che le procedure che regolano questi trattamenti sono consolidate da anni di esperienza e pubblicate in numerosi articoli di riviste internazionali. In queste ricerche, è stato evidenziato che gli adolescenti con disforia di genere che assumono la terapia con bloccanti ipotalamici migliorano notevolmente la loro qualità di vita».

DIAGNOSI – È ovvio che per avviare un percorso farmacologico, così come un percorso psicologico, sia necessario partire da una diagnosi certa. «La diagnosi deve valutare che la condizione dell’individuo sia “permanente” – dice Chianura. Seppure in molti casi, i primi segnali di un disagio e di un’atipicità sono precoci, a partire dai 3-4 anni, non è “utile” definire un bambino come “transessuale”. O affetto dalla disforia di genere. Non lo si dovrebbe fare perché è solo con la pubertà e con le trasformazioni dell’inizio dell’adolescenza che la personalità comincia a delinearsi. La diagnosi, pertanto, non si dovrebbe fare fino agli 11-12 anni; solo dopo avviene la valutazione se prevedere un trattamento con i bloccanti ipotalamici e a quale età è “giusto” farlo. Ogni paese europeo si muove come meglio ritiene, come dicevo prima».

TRANSESSUALITÀ – Un primo termine ambiguo è proprio “transessualità”. Capita di frequente che si faccia confusione tra identità di genere, orientamento sessuale, transessualità (come tra outing e coming out). Immaginare come sostituire “transessuali” non è facile. Altri concetti sono più accessibili. Dice Chianura: «L’identità di genere è abbastanza semplice da capire: la percezione di sé come maschi o come femmine. Così come il disturbo dell’identità di genere, cioè l’incongruenza della propria percezione rispetto al genere sessuale di appartenenza. Per quanto riguarda la transessualità è più complicato: intanto oggi si chiama “disforia di genere”. Il termine è cambiato nel DSM [Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali], il disturbo è stato sostituito dalla disforia: è un approccio lievemente meno patologizzante. Il termine “transessualismo” non si dovrebbe usare, ma sostituirlo è difficile. Dovremo dire varianza di genere? O persone con un disturbo disforico? Pazienti? Non sarebbe nemmeno corretto dal punto di vista diagnostico. Tante persone “transessuali” non hanno disturbi di genere. Alcuni non fanno il percorso di adeguamento. Insomma, non esiste una categoria omogenea. E questo rende difficile trovare una sola parola»

«BAMBINI TRANSESSUALI» – Se già è difficile con gli adulti, immaginiamo rispetto alle fasi evolutive in cui i tratti della personalità sono in formazione e non sono ancora definiti. Un altro problema del termine “transessuale” sta nel rimandare al sesso. «Il sesso non è così rilevante e rischia di monopolizzare semanticamente questo dominio complesso e determinato da molti fattori. “Bambini transessuali” è un’espressione davvero bizzarra. D’altra parte dobbiamo fare i conti con la realtà: non lo cambieremo almeno per i prossimi 50 anni. Continua a essere usato nei media, nei convegni, nelle conversazioni. E anche l’associazionismo usa questo termine». Ai termini, soprattutto quelli dal sapore patologizzante, dobbiamo fare particolare attenzione.

QUALE SOSTEGNO? – La difficoltà di diagnosticare non implica che non si possa fare nulla, ma suggerisce di avvicinarsi senza categorie troppo rigide. «Alcuni atteggiamenti possono cambiare con il tempo. La pubertà può essere un inferno: il tuo corpo va nella direzione opposta alla tua appartenenza di genere, e la tua identità si stabilizza in modo incongruo rispetto al tuo sesso biologico. Il trattamento per i bambini è diverso da quello degli adolescenti. Si può offrire un sostegno psicologico al bambino e alla famiglia. È molto importante sostenere le famiglie, per far sì che le cose che accadono siano vissute bene. I bambini possono stare bene, soprattutto in ambienti familiari e scolastici accoglienti. È importante evitare qualsiasi terapia riparativa o affermativa». Insomma il bambino dovrebbe essere lasciato comportarsi il più possibile secondo i suoi desideri. Non dimentichiamo che la pubertà è intrinsecamente un momento confuso e nebbioso, ma se il contesto è accogliente una parte di sofferenza può essere alleviata. Soprattutto quella estrinseca, quella determinata da un contesto di norme rigide e a volte del tutto ingiustificabili.

IL CONTESTO, LE REGOLE – Nel comunicato si faceva cenno a quei «segni di sofferenza [che] si palesano fin dalla tenera età, quando un bambino vuole giocare e vestirsi da femmina (o viceversa), o si rifiuta, per esempio, di urinare secondo le norme sessuali». Giocare da femmina e vestirsi da femmina? È abbastanza evidente che queste siano regole socialmente e culturalmente determinate, e che pensare che un bambino che vuole giocare con una bambola sia un bambino “sofferente” sia un problema dell’osservatore o del rigido normatore. In casi del genere è il giudizio che può causare una sofferenza, in modo analogo ai contesti razzisti e omofobi. «Il contesto familiare è importantissimo, perché se i bambini sono sostenuti e rassicurati saranno più forti all’esterno. Avranno più risorse e strumenti per affrontare eventuali difficoltà. In alcuni casi abbiamo ritenuto di non dover offrire un sostegno. Anche perché, pur con la massima apertura, è un messaggio: al bambino, alla famiglia, alla società. È un equilibrio difficile: posso dire “il bambino deve esprimersi come preferisce”, ma se l’ho preso in carico sto mandano un segnale contrastante. Viene dallo psicologo perché ha qualcosa che non va? Questa domanda vale per tutta la salute mentale. In quest’area specifica, con una dimensione culturale così forte, potrebbe essere ancora più importante aver presente questo aspetto simbolico». 

LA LEGGE – In Italia è la legge del 14 aprile 1982 n. 164, «Norme in materia di rettificazione di attribuzione di sesso», a regolare la riassegnazione sessuale. Secondo l’Adnkronos, «1 persona su 35.000 chiede il passaggio dal sesso femminile a quello maschile e 1 su 18.000 il contrario». Su Articolo29 ci sono alcune sentenze che riguardano la questione. Lo scorso giugno, la Cassazione ha sollevato il dubbio di costituzionalità sullo scioglimento automatico di un matrimonio in seguito al cambiamento di sesso, come indicato dalla legge 164: «La sentenza di rettificazione […] provoca lo scioglimento del matrimonio o la cessazione degli effetti civili conseguenti alla trascrizione del matrimonio celebrato con rito religioso».

Giornalettismo, 29 ottobre 2013.

sabato 19 ottobre 2013

«Se gli uomini potessero restare incinti, l’aborto sarebbe un sacramento»


La puntata «A precious commodity» di «The Good Wife» (quinta stagione, terzo episodio), andata in onda domenica scorsa, racconta un complicato caso di surrogacy. Alicia Florrick è l’avvocato di una coppia che si è rivolta a un’agenzia di surrogacy per avere un figlio. Tara è una giovane donna che porta avanti la gravidanza. Nel corso della puntata scopriamo che la coppia ha già avuto un figlio, morto a sei mesi per una grave malformazione cardiaca, dopo molta sofferenza e cinque interventi chirurgici.

La coppia, Tara e Florrick sono nello studio del medico che li avverte che il feto ha l’85% di probabilità di essere affetto da una grave malformazione cromosomica, la sindrome di Patau. È una malattia rara e molto grave: nella maggior parte dei casi la sopravvivenza è di pochi giorni. Comporta varie anomalie fenotipiche, e danni cerebrali, cardiaci, muscolari e scheletrici. In queste circostanze, la coppia vorrebbe interrompere la gravidanza ma Tara non vuole. «Lo sento calciare» dice, convinta che un feto che scalcia non possa essere tanto malato come le dicono. Quel 15% è per lei una percentuale abbastanza alta per provare, nonostante le insistenze dei genitori biologici e di Florrick, che le ricorda che quello non è il suo bambino e le chiede di provare a pensare a quale sarebbe il suo miglior interesse (Florrick difenderà in seguito Tara).

Comincia una battaglia legale tra la coppia e Tara. Kathy e Brian non vogliono far nascere un neonato destinato alla sofferenza e molto probabilmente alla morte nel giro di poco tempo dal parto, Tara è convinta che il miglior interesse del feto sia invece nascere, e avere così la possibilità di dimostrare che la diagnosi del medico è sbagliata. Nel corso delle varie discussioni, emergono tutti gli aspetti di un dilemma tanto aggrovigliato (e a noi può sembrare strano, viste le “rimozioni” di «16 anni incinta Italia»). La “sensazione” come garanzia della buona salute del feto – Tara dice più volte «posso sentirlo, scalcia, non può essere malato» – contro la valutazione razionale del rischio e delle probabilità di sopravvivenza; la difficoltà di risolvere un simile conflitto, sia moralmente sia giuridicamente; l’impossibilità di costringere una donna a interrompere una gravidanza, pur di un figlio non geneticamente proprio; la complessità di un contratto di maternità surrogata.

Nel contratto di surrogacy, Tara aveva infatti accettato di interrompere la gravidanza in presenza di patologie fetali. Oltre al contrasto di volontà tra la madre genetica e la portatrice – che potremmo anche chiamare madre gestazionale – c’è lo scenario futuro: Tara, decidendo di non interrompere la gravidanza, costringerà Kathy a diventare madre contro la sua volontà. Kathy, soprattutto dopo la morte del primo figlio, non ne vuole sapere di esporre un altro bambino a un rischio tanto alto di dolore e morte. D’altra parte è indubbio che vi sia un ostacolo insormontabile: il corpo è di Tara e nessuno può prendere una decisione al suo posto o obbligarla contro la sua volontà. In quei pochi paesi dove la maternità surrogata non è illegale, i contratti cercano di prevedere tutti gli scenari possibili di conflitto tra le parti e di predeterminare le risoluzioni. Ovviamente, come in un caso del genere, anche avendo una soluzione sulla carta non è detto che si possa metterla in atto. Anche se i buoni esiti sono la stragrande maggioranza, gli incidenti sono spesso invocati come dimostrazione dell’immoralità della surrogacy. Ancora a distanza di molti anni si usa Baby M per dire che no, nessuna donna può portare avanti la gravidanza per qualcun altro, anche se lo accetta volontariamente (dalla discussione sulla surrogacy sono ovviamente esclusi i casi di sfruttamento o di obbligo; la domanda di moralità si pone solo se alcune condizioni iniziali sono state accertate).

È una bambina nata nel 1986. Elizabeth e William Stern avevano fatto un accordo con Mary Beth Whitehead, in modo che portasse avanti la gravidanza al posto di Elizabeth, malata di sclerosi multipla e preoccupata per i rischi di un’eventuale gravidanza. Mary Beth, diversamente da Tara, era anche la madre genetica (l’ovocita era cioè di Mary Beth). Alla nascita le cose non sono andate come previsto e la bambina è stata al centro di una difficile battaglia legale per l’affidamento. Il caso si è concluso con l’attribuzione della custodia agli Stern, pur dando a Whitehead il diritto alla visita. Molti anni dopo, Melissa ha detto che era stato buffo studiare il caso di Baby M durante il corso di bioetica. Il caso di Baby M ha segnato il successivo dibattito legale e morale sulla surrogacy. Ancora in molti usano erroneamente questa storia per dimostrare che tutti gli accordi di surrogacy non possono che finire male, che quindi sono sbagliati e dovrebbero essere illegali. Sarebbe come usare un caso di battaglia legale per l’affidamento dei figli per dimostrare che sia sbagliato avere figli.

Intanto la discussione in «The Good Wife» si sposta sulla possibilità di sopravvivenza del feto. Se il feto fosse in grado di sopravvivere al di fuori dell’utero di Tara, l’interruzione di gravidanza sarebbe esclusa per ragioni indipendenti dalla volontà delle parti (per questo motivo le interruzioni tardive presentano un quadro legale – oltre che clinico – diverso dalle interruzioni precoci). Di conseguenza, Tara non violerebbe nemmeno la clausola del contratto. Non è certo facile stabilire il momento esatto in cui un feto diventa “viable” – o meglio non esiste il momento esatto, come non esiste in tutti i processi di sviluppo – e come Florrick sottolinea, dipende dalla tecnologie a disposizione (si veda la discussione in Italia sulle cure perinatali).

L’ostacolo insuperabile rimane l’impossibilità di prendere una decisione al posto di Tara, pur nell’insolubilità del conflitto tra la sua volontà e quella di Kathy: «Io sono la madre», «Ma è il corpo di Tara!». Un corpo che – insiste Kathy – Tara «ha accettato di mettere a disposizione dei miei bisogni come madre». L’obiezione della difesa di Tara pone la parola fine, prima ancora della valutazione della possibilità di sopravvivenza del feto: «Porteresti Tara in clinica e le faresti rimuovere di forza il feto?». Ovviamente no. E questo è il più potente argomento a favore della libera scelta, perché vale sia in questo caso sia in quello opposto. La scelta è l’opzione migliore, considerando anche che l’unica alternativa sarebbe la coercizione. La possibilità di scegliere precede i contenuti: potrà essere esercitata sulla prosecuzione di una gravidanza oppure sulla sua interruzione. E se fossero gli uomini a rischiare di rimanere incinti, l’aborto non sarebbe solo garantito e libero ma, come diceva Florynce Kennedy, potrebbe addirittura essere un sacramento.

Giornalettismo, 18 ottobre 2013.

giovedì 10 ottobre 2013

Che brutto guaio l’età del boomerang


La crisi della mezza età non risparmia nessuno, anche se con l’aumento della vita media ha confini temporali oscillanti. Si è giovani fino a 30 anni, perfino 40 e oltre, quindi il bilancio da adulti è rimandato, trattenuto e poi a volte arriva con brutalità inattesa: è piuttosto facile illudersi che da grandi si sarà capaci di vedersela con le paranoie e le ansie da prestazione. Ci si scopre invece vecchi senza essere mai cresciuti: che ci vuole del talento l’aveva già detto Jacques Brel in La chanson des vieux amants, che sia una crudele adulazione lo scopriamo sulla nostra pelle. D’altra parte continuano a dirci «sei giovane», mentre il nostro corpo manda segnali contrari: la cervicale, il doloretto, i postumi di una bevuta che «quando avevo vent’anni nemmeno li sentivo». Rischiamo di rimanere incastrati in un’eterna adolescenza, sommando così gli svantaggi di quest’ultima a quelli della maturità.
L’altra crisi assicurata è quella adolescenziale, quando ragazzini adorabili si trasformano in concentrati di antipatia. Se sono i tuoi figli — consigliava Nora Ephron nel libro Il mio collo mi fa impazzire, che è un perfetto resoconto della crisi che può causare un collo che comincia a cedere, cioè verso i 43 anni —, è bene avere un cane: almeno qualcuno in casa è felice di vederti.
Ma possiamo sentirci al sicuro una volta superata l’adolescenza e non ancora raggiunta la mezza età? No, state pure tranquilli. Le crisi non risparmiano nessuna età: qualsiasi compleanno è buono per un rimpianto o un doloroso bilancio.

La Lettura, 6 ottobre 2013.

lunedì 30 settembre 2013

Assalto al Mulino Bianco


“Sacrale”, “tradizionale”, “classica”: sono questi i tre aggettivi usati da Guido Barilla per descrivere la sua famiglia ideale, ovvero una famiglia vuota di contenuti.
Quei tre aggettivi, infatti, non hanno alcun significato se non in un contesto temporale e storico e, in virtù della loro dipendenza, non sono intrinsecamente né buoni né cattivi.
La tradizione è un’abitudine che nel tempo è durata, è stata tramandata, ma non è detto che sia qualcosa da rivendicare e di cui andare fieri. Il tempo di per sé non è garanzia di nulla. Ci sono molti esempi di tradizioni odiose e moralmente ripugnanti: la schiavitù, il razzismo, l’esposizione del lenzuolo dopo la prima notte di nozze a testimonianza dell’illibatezza della sposa, la castità come condizione necessaria di un quanto mai vago “rispetto”. Se vogliamo rimanere nel dominio della famiglia non bisogna nemmeno andare molto indietro nel tempo per trovare tradizioni disgustose: il matrimonio riparatore, cioè la possibilità di estinguere l’abuso sessuale con le nozze, la dote, il reato di adulterio per la moglie e di abbandono del tetto coniugale, l’attenuante dell’onore nei delitti cosiddetti passionali.
Tradizioni tutte indigene, incardinate in un codice penale aggrappato a una società fortemente ingiusta e patriarcale, con la benedizione del fascismo e della sua idea di nucleo familiare e sacralità dei doveri domestici, i cui principi andati sono ancora oggetto di rimpianto per qualcuno.
Considerazioni simili si potrebbero fare per “sacrale” e “classica”.
Ma il più bello deve ancora arrivare. Barilla infatti, incalzato dai conduttori de La Zanzara, dice massì facessero quello che vogliono [gli omosessuali], però «senza disturbare gli altri». Che è un concetto o superfluo o bizzarro. Buttato lì somiglia terribilmente a quei discorsi delle zie beghine rivolti a qualsiasi gruppo “estraneo” al proprio angusto panorama (per etnia, nascita, o per appartenenza a una città diversa da quella del proprio nipote che è tanto un caro ragazzo): «Che vengano pure in casa mia, basta che si lavino».
Mi viene in mente un giudice di pace statunitense che, rifiutandosi di celebrare un matrimonio tra una donna e un uomo di etnie diverse, si giustificò scivolando ancora più in basso: «Mica sono razzista io, ho tanti amici [ricorda qualcosa?] neri e vengono a casa mia e usano il mio bagno». Il tipo si chiamava Keith Bardwell. Era il 2009, mica il 1950. Ma il matrimonio no, fossi matto, chissà poi cosa succede ai bambini – stesso “argomento” di Barilla e di molti contro le adozioni gay e la genitorialità senza discriminazione.
Che Barilla pensi quello che vuole – ovviamente – ma ciò che è sorprendente è l’aver candidamente elencato abbastanza aggettivi da far innervosire moltissime persone. E far innervosire moltissime persone non è una geniale scelta di marketing. Nel giro di poche ore si sono moltiplicate le iniziative di boicottaggio, il cui effetto è per ora difficile da valutare anche se è verosimile pensare che nessun presidente aziendale consiglierebbe una strada del genere. Ingenuità? Un calcolo sbagliato? Ci vorrebbe un mago per capirlo, così come ci vorrebbe un allenato interprete di auspici per capire perché ha accettato di essere intervistato in quel contesto in cui – ormai lo sanno tutti – il minimo che può capitarti è di dire idiozie. Se non sei abbastanza sfortunato o di malumore per avere voglia di spaccare una sedia in testa al tuo interlocutore.
Soprattutto in un momento come questo, in cui ancora non si è sopito il clamore sollevato dalla discussione sulla legge sull’omofobia, sull’emendamento e sul subemendamento. Quel clamore in cui tutti hanno sentito l’urgenza improrogabile di intervenire, anche prima di leggere il testo, anche prima di capire, anche senza avere intrinsecamente la capacità di capire.
La parola d’ordine è: riempire un silenzio necessario. E allora, forse, anche Barilla è caduto in questa trappola – da lui stesso costruita eh, mica è una povera vittima di un complotto ordito alle sue spalle. Comunque Barilla è a favore del matrimonio, magari non entusiasta («facessero quello che vogliono»), tuttavia più avanzato di tanti altri. L’adozione no, non esageriamo, che poi lui è padre e conosce le complessità già da padre etero. Non aggiungiamo ulteriori complicazioni. Quali sarebbero le complessità da padre non etero rimane un mistero.
Peggio degli insensati aggettivi di Guido Barilla? Le sue scuse tardive – «sono stato malinteso», «volevo semplicemente sottolineare la centralità del ruolo della donna all’interno della famiglia» (come?!) – e chi lo difende, come il Moige – che è a favore della famiglia “naturale”, altro nonsense galattico – e Eugenia Roccella, secondo la quale Barilla è addirittura coraggioso nel difendere la famiglia “formata da un uomo e una donna”, come se qualcuno la stia minacciando. Come se l’uguaglianza fosse rischiosa. Il punto dolente, infatti, non è avere «un’idea del matrimonio diversa da quella dei militanti gay» ma ricordarsi che il matrimonio in Italia è discriminatorio. Se tutti potessero sposarsi, sarebbe quasi divertente ascoltare queste farneticazioni da finti tonti. Circondati come siamo da disparità e ingiustizia, è un po’ più facile prenderli sul serio. Ma è comunque un errore gravissimo, come quando rispondiamo a uno che parla nel sonno.

Il Secolo XIX, 27 settembre 2013.

venerdì 27 settembre 2013

L’uomo e la mosca compagni di viaggio


«È stato grazie a un tornado che la mia carriera di scienziato ha preso il volo». Una sola vita non basta (Rizzoli, pp. 342 e 19), il nuovo libro di Edoardo Boncinelli, comincia da un incontro fortuito al terminal della Twa di New York. È il 1984, Boncinelli è diretto in Colorado per una conferenza sulla biologia dello sviluppo ma le condizioni atmosferiche fanno sospendere il traffico aereo. Si forma un gruppo di passeggeri bloccati nell’attesa, tra cui lo scienziato svizzero Walter Gehring. I due si salutano e cominciano a raccontarsi come procedono le rispettive ricerche. È soprattutto Gehring a parlare, e la chiacchierata si trasforma presto in un’anteprima informale della sua futura relazione. Gehring aveva isolato tre geni omeotici della drosofila. In quel momento era chiaro quanto fossero importanti, ma non ancora come funzionassero. Di alto valore gerarchico e in grado di controllare altri geni, una loro mutazione può provocare profonde alterazioni nel corpo della mosca: non solo una zampa o un’ala, ma l’intero segmento di corpo dell’insetto che li contiene. Che cosa accade nelle altre specie? Boncinelli decide di provare a rispondere a questa domanda, cioè di verificare se per i mammiferi valgono gli stessi meccanismi. La decisione si rivela felice: Boncinelli si avvia sulla strada che lo condurrà verso la scoperta «dell’esistenza nell’uomo di geni con un ruolo simile a quello dei geni omeotici nella drosofila».

Il Corriere della sera, 27 settembre 2013.

domenica 15 settembre 2013

Falsi e disgustosi ricordi per superare l’alcolismo


La memoria è un campo di studi affascinante: può essere molto inaffidabile e può essere manipolata. Elizabeth F. Loftus è una ricercatrice dell’Università della California che da tempo lavora sui falsi ricordi. Negli ultimi tempi sta indagando la possibilità di immetterne intenzionalmente per una buona causa: la battaglia contro l’alcolismo. In un saggio pubblicato di recente sulla rivista «Acta Psychologica» (Elsevier editore), Loftus e alcuni colleghi indagano gli effetti che ha un falso ricordo di un malessere correlato all’alcol. Nell’ambito di questa ricerca, 147 studenti di psicologia dell’Università di Washington sono stati indotti a credere di essersi sentiti male bevendo vodka o rum. La memoria di un falso disgusto passato sembra incidere sulle preferenze reali e presenti rispetto a quella specifica sostanza, forse agendo un po’ come i buoni propositi del mattino dopo un’assunzione eccessiva, quei «Mai più! Non berrò mai più» forti di un’avversione verso l’alcol anche fisica, che tuttavia spesso svanisce nel giro di qualche tempo e viene sostituita dalla compulsione a bere.

La Lettura, 15 settembre 2013.

Legge 194: gli aborti diminuiscono mentre gli obiettori aumentano


Il 13 settembre 2013 il Ministero della Salute ha trasmesso al Parlamento la Relazione annuale sull’applicazione della Legge 194 sull’interruzione volontaria di gravidanza. I dati preliminari riguardano il 2012, quelli definitivi il 2011. Dalla Relazione emerge una fotografia che è ormai familiare: da un lato diminuiscono le interruzioni di gravidanza, dall’altro aumentano gli operatori sanitari obiettori di coscienza.

La diminuzione appare più netta se il termine di paragone è il 1982, anno in cui è stato registrato il numero più alto di IVG: 234.801, con un decremento del 54,9%. Il tasso di abortività, cioè il numero di IVG per 1.000 donne tra i 15 e i 49 anni, nel 2012 è di 7,8 per 1.000, un decremento dell’1,8% rispetto al 2011 e del 54,7% rispetto al 1982. È uno dei valori più bassi dei paesi industrializzati. Dal 1983 la diminuzione del ricorso alla IVG è stata continua e relativa a tutti i gruppi di età, minorenni comprese. Diminuiscono anche le interruzioni ripetute e quelle dopo i primi 90 giorni (quante donne vanno all’estero, soprattutto per gli aborti tardivi, e non compaiono in questi numeri?). Le donne straniere costituiscono un terzo delle IVG totali, ma la diminuzione si comincia a osservare anche in questo dominio. Volgendo l’attenzione all’obiezione di coscienza, regolata dall’articolo 9 della legge 194, si osserva, invece, il fenomeno opposto: i numeri aumentano.

Negli ultimi 30 anni l’aumento è del 17,3% – mentre nello stesso arco temporale le IVG si dimezzano, e sarebbe interessante approfondire la correlazione tra i due fenomeni. L’articolo 9, è bene ricordarlo, permette agli operatori sanitari di ricorrere all’obiezione di coscienza per essere esonerati «dal compimento delle procedure e delle attività specificamente e necessariamente dirette a determinare l’interruzione della gravidanza, e non dall’assistenza antecedente e conseguente all’intervento». Inoltre «gli enti ospedalieri e le case di cura autorizzate sono tenuti in ogni caso ad assicurare lo espletamento delle procedure previste dall’articolo 7 e l’effettuazione degli interventi di interruzione della gravidanza richiesti secondo le modalità previste dagli articoli 5, 7 e 8». L’obiezione di coscienza «non può essere invocata dal personale sanitario, ed esercente le attività ausiliarie quando, data la particolarità delle circostanze, il loro personale intervento è indispensabile per salvare la vita della donna in imminente pericolo». Dovremmo ricordare il contenuto dell’articolo 9 ogni volta che veniamo a sapere di una IVG negata o resa quasi impossibile, che si delinea dunque come una omissione di pubblico servizio e non come una manifestazione di “coscienza”.

Il comunicato sembra veicolare un eccessivo ottimismo e una visione che rischia di essere ingenua rispetto alla presunta “equa distribuzione”: il numero di IVG pro capite e per anno si è dimezzato, perciò anche se il numero di obiettori ha di molto superato quello dei medici che garantiscono il servizio IVG, non ci sarebbe poi molto da preoccuparsi, almeno nella visione ministeriale. «I numeri complessivi del personale non obiettore appaiono congrui al numero complessivo degli interventi di IVG. Eventuali difficoltà nell’accesso ai percorsi IVG sembrano quindi dovuti ad una distribuzione inadeguata del personale fra le strutture sanitarie all’interno di ciascuna regione. In collaborazione con le Regioni, il Ministero delle Salute ha avviato un monitoraggio».

Beatrice Lorenzin sottolinea che è la prima volta che viene avviato un monitoraggio sul territorio «che arriva fino ad ogni singola struttura e ad ogni singolo consultorio», dimenticando di specificare che nei consultori non dovrebbe avere senso discutere di obiezione di coscienza perché non si eseguono procedure abortive. Ma certo, una relazione non può soffermarsi sui singoli casi, tuttavia il tono complessivo rischia di apparire troppo roseo e amputato di questioni che pesano da tempo sulla reale possibilità di esercitare una scelta.

Non si fa cenno all’obiezione “di struttura”, che sarebbe illegale ma che riguarda molti ospedali, privi del reparto IVG o della possibilità di eseguire una IVG e potenzialmente invisibili alla rilevazione: in un ospedale in cui non c’è il reparto IVG non c’è infatti nemmeno bisogno di dichiararsi obiettore di coscienza. Non si fa cenno della difficoltà di poter scegliere tra l’aborto chirurgico e quello medico, ovvero la tanto osteggiata RU486. Non si fa nemmeno cenno dell’assurdo e diffuso richiamo all’obiezione di coscienza rispetto alla contraccezione d’emergenza e, come già detto, nei consultori familiari.

Non ci si sofferma nemmeno sulle profonde differenze – nella garanzia del servizio – da regione a regione, e da città a città, ma questo magari è per la brevità del comunicato e sarà sicuramente affrontato nel testo completo della Relazione. Il monitoraggio è senza dubbio una buona notizia, anche se la difficoltà maggiore starà non tanto nel sapere come l’IVG è applicata in Italia, ma nell’indicare le possibili soluzioni per far fronte alla sempre più eterogenea e faticosa garanzia della 194.

La 27esima Ora, 15 settembre 2013.

domenica 25 agosto 2013

Fiori e carote: così ti disarmo le gang di Chicago


Angela e Sam Taylor sono una famiglia come tante. Nel 2004 si trasferiscono in una nuova casa a Fulton Street, Chicago, in una delle aree più violente della città: omicidi, reati associati alla droga, piccoli o grandi crimini come unico panorama per molti ragazzini nati da quelle parti. Nella nuova casa c’è un giardino, che all’inizio nessuno degna di molta attenzione. Poi Angela inizia a sistemarlo. Prende lezioni di giardinaggio e, seme dopo seme, piantina dopo piantina, il risultato è un magnifico giardino (nelle foto). O meglio: magnifico è l’effetto di quel giardino sul quartiere. Le persone cominciano a fermarsi, a parlarne, a voler partecipare. Angela è «la vicina che ha quel bel giardino!» e quello spazio rappresenta sempre più una visione del mondo: al posto delle squallide aree dove i ragazzini vendono e comprano droga, si può guardare a un luogo in cui crescono fiori, frutta e ortaggi.

La Lettura, domenica 25 agosto 2013.

domenica 18 agosto 2013

A Boston un altro Anthony Weiner


Anthony Weiner è ormai famoso non solo negli Stati Uniti ma in tutto il mondo. Da qualche settimana il Weinergate ha monopolizzato i media, occupando le prime pagine e offrendo su un vassoio d’argento infiniti pretesti per battute e parodie. A cominciare dal suo nickname, Carlos Danger, con cui s’è intrattenuto in un nuovo scambio di messaggi e foto erotici – qualcuno direbbe pornografici – dopo lo scandalo analogo che due anni fa l’aveva spinto a dare le dimissioni dal Congresso. È estate e il sexting si presta bene all’isterismo moralista e un po’ ipocrita, quello che ci fa sentire al sicuro: “noi?, mai”, nascondendo la mano e il telefono. Certo, ci sono le bugie, la sua ostinata negazione anche davanti a prove inequivocabili, la responsabilità politica e il tradimento coniugale.

Numeri Due, La Lettura, 18 agosto 2013.

giovedì 8 agosto 2013

Non chiamatele egoiste. Sono madri più attente


Siamo «giovani» almeno fino a 50 anni, come stupirsi che sempre più donne scelgano di diventare madri intorno ai 40? Magari dopo essersi laureate e aver cercato un lavoro soddisfacente, in attesa del momento giusto che potrebbe non arrivare mai. E allora, spingendo il limite biologico il più possibile, si aspetta, si rimanda. Ci sono stati casi di donne diventate madri a 60 anni: un fenomeno difficilmente digeribile, facile pretesto di accuse di egoismo e irresponsabilità genitoriale. Condanne curiose e fortemente orientate dal genere: si può diventare padri per tutta la vita, madri no.

Il Corriere della Sera, 8 agosto 2013.

domenica 28 luglio 2013

L’amor di lontano funziona


«Penso che dovremmo escludere chiunque non viva da queste parti». Sam è vedovo da un anno e mezzo e il figlio Jonah telefona a una trasmissione radiofonica per esprimere il suo desiderio la notte della vigilia di Natale: che il padre possa trovare un altro amore. Forzato dalle circostanze, Sam racconta alla radio della moglie adorata. Nel giro di qualche giorno riceve centinaia di lettere indirizzate a sleepless in Seattle: sono donne che vogliono incontrarlo.

La vicinanza è una condizione che Sam ribadisce anche quando Jonah legge la lettera di Annie: è quella la donna giusta! «Ma sai dove vive Annie? A Baltimora, e noi a Seattle», cioè a 4.400 chilometri di distanza, più o meno quanto dista Lisbona da Mosca. Il caso è chiuso. L’amore però è indifferente ai chilometri e alla lontananza, e Annie e Sam (e Jonah) vivranno felici e contenti. In una commedia romantica (Insonnia d’amore, regia di Nora Ephron, 1993) il lieto fine è doveroso, ma anche nella realtà la distanza non sembra essere un ostacolo per gli amori.

La Lettura #88, Il Corriere della Sera, 28 luglio 2013.

sabato 20 luglio 2013

Massimo Di Cataldo, Anna Laura Millacci e il cane di Pavlov


Lei pubblica alcune foto. Dice di essere stata aggredita e di avere abortito per colpa di Massimo Di Cataldo. Si scatena il linciaggio in perfetto stile pavloviano: stimolo-reazione, senza che tra i due ci sia un abbozzo di ragionamento, un dubbio, una domanda. I commenti si moltiplicano a tutta velocità, in un “dagli all’untore” che richiede meno fatica di urlare puntando il dito contro il presunto colpevole nelle strade polverose e minacciate dagli appestati. Basta condividere e ritwittare dal divano di casa. Gino Girolimoni impallidisce, l’italiano anche.
Tra i commenti più sintomatici del Pavlov che è in noi – e che si piazza tra i primi quando si cerca “Massimo Di Cataldo” su Twitter – c’è quello di Barbara Collevecchio, psicologa con un blog su Il Fatto Quotidiano. “La moglie di Massimo di Cataldo pubblica su FB foto che dimostrano come lui l’ha pestata a sangue e fatta abortire”, scrive e l’apodittico twit è condiviso, ad oggi, da 51 persone. Che Anna Laura Millacci non sia la moglie è poco rilevante, ma che una foto possa dimostrare qualcosa è già un’affermazione ingenua. Che le foto in questione, poi, possano dimostrare la violenza, cioè possano dirci con certezza (“dimostrano”) come sono andate le cose significa escludere erroneamente e aprioristicamente altre ipotesi esplicative e, soprattutto, rinunciare a quella caratteristica umana così bistrattata che è l’analisi razionale. Le risposte seguono la scia: “lui è un verme”, “lui è un animale”, “un coglione che mena una donna”. Collevecchio più tardi commenta la smentita in modo corretto: “Massimo di Cataldo smentisce la moglie sempre su FB dicendo che si è inventata tutto perché lasciata. Questa storia è un caso clinico”. Perché è tutto quel che abbiamo: lei che dice, e lui che risponde.
Forse il meglio del meccanismo reattivo senza passare dal via, lo si trova sul profilo di Di Cataldo, dove lui ha scritto: “Solo poco fa ho appreso da Facebook cosa sta succedendo e sono sconvolto. Come può una donna, madre di mia figlia, arrivare a tanto, alterando la realtà, solo perché una storia finisce? Farò di tutto per tutelarmi, prima come uomo e poi come artista”. Sotto una lunga lista di commenti. Ci sono anche riferimenti alla cronaca politica: “Con quale coraggio girerai ancora per strada… la tua figura di cacca è paragonabile a quella di Pietro Marrazzo… ma almeno lui non picchiava I trans” (sic).
E poi c’è l’indignazione sconclusionata di fronte a quei pochi che invitano all’attesa: “A tutti questi difensori che dicono di aspettare le indagini in corso… a parte che in Italia non si conclude mai un c… vi ricordo che per ragionare così si sono lasciati liberi potenziali assassini che poi si sono dimostrati tali…”.
Quasi tutti usano espressioni come “picchiata”, “aggredita”, “ridotta così”: affermano cioè senza inserire alcun dubbio o almeno sottolineare che si sta riportando una dichiarazione. X ha detto che.
No. La certezza replicata migliaia di volte. Mi viene in mente il linciaggio descritto da Harper Lee in “Il buio oltre la siepe”, quando un ragazzo accusato di stupro viene quasi ammazzato dalla folla inferocita e certa della sua colpa. Lì eravamo negli Stati Uniti degli anni trenta, profondamente razzista, e l’accusa era ingiusta, qui siamo in Italia, forse ancora un po’ razzista, e l’accusa non sappiamo se sia vera o no, ma la passione per il linciaggio resiste intatta. Sostenuta dall’irresistibile voglia di intervenire con un pregiudizio preconfezionato.
Non sappiamo come sono andate le cose. A distanza è difficile farsi un’idea, ma sarebbe così tanto utile prendere almeno in considerazione ipotesi diverse. Alcuni si chiedono perché non abbia chiamato la polizia, perché le ci siano voluti 20 giorni e perché abbia usato Facebook – ma nessuna di queste domande può portare alla conclusione che ciò che afferma sia falso, né a quella contraria.
La squadra mobile di Roma sta indagando e ci vorrà qualche tempo per saperne di più. Ma intanto noi la sappiamo lunga, e preda di quella foga da exit poll ci avventuriamo in certezze che servono solo a coprire quella sensazione spaventosa che è il non poter sapere come stanno le cose (nella migliore delle ipotesi). Rispetto al dubbio preferiamo attirare l’attenzione del monatto.

Giornalettismo.

mercoledì 10 luglio 2013

Stefano Cucchi e gli altri



L’aula bunker di Rebibbia è uno stanzone rettangolare. Ci sono le panche di legno al centro, le sedie ai lati - due file a destra, due file a sinistra -, le gabbie sulle pareti lunghe, le porte verdi.
Un lato corto è occupato da un banco con su la scritta “La legge è uguale per tutti” e dietro una decina di sedie nere. A sinistra c’è la porta da cui usciranno la presidente della terza sezione della Corte d’Assise e i suoi collaboratori. L’altro lato corto, in fondo, ospita un piano rialzato riservato al pubblico, di solito parenti e amici - come le gallerie nei vecchi cinema.
È pomeriggio, fa caldo, aspettiamo. Sembra che la sentenza sia attesa in tempo per i tg della sera. Nell’attesa non c’è niente da fare. Ci sono diversi giornalisti, gli avvocati, gli imputati e la famiglia Cucchi. Dopo l’impatto iniziale, non si riesce a rimanere seri e contriti troppo a lungo; il clima, per chi attende senza essere troppo coinvolto emotivamente, è più quello da ricreazione. Si scherza, si ride, si passeggia su e giù. È normale, è la tensione, è l’attesa. Fa caldo e non c’è niente da fare. Vado al bar che pare essere sopravvissuto agli anni settanta. I tavolini tondi con una tovaglia di plastica verde e quattro sedie di plastica bianca ciascuno, come quelle in un giardinetto di periferia. Il bancone è di alluminio e di legno, mentre accanto c’è un tavolo con piatti e tazze e dei bigliettini con il prezzo. Sembra un mercatino o una vendita improvvisata da ragazzini in un torrido pomeriggio estivo. Le luci al neon. Non c’è nessuno, o almeno all’inizio non vedo nessuno ma decido di chiedere - come nei film dell’orrore - “c’è qualcuno?”. Sbuca una signora, compro una bottiglietta d’acqua. Torno nell’aula dopo essere passata per una stanza con la targa “Testimoni” e un’altra con “Corte di Assise. Aula B”. Ogni parete, ogni sedia, tavolo o armadio è di uno squallore da stiva di traghetto.
Aspettiamo.
Un paio di volte sembra che stia per succedere qualcosa, ma l’eccitazione si spegne subito. Poi finalmente la Corte entra. Subito dopo la lettura della condanna, i giudici tornano nella stanza da dove sono venuti, molte persone gridano, alcune battono le mani, si alzano, si baciano, si abbracciano. I giornalisti si muovono verso la famiglia di Stefano Cucchi. Intanto dal fondo cresce un brusio e si mischia al rumore disordinato di passi. Gli imputati non condannati escono dall’aula, circondati - soffocati - da familiari e amici. Si sente gridare. “Assassini!”.
Mi avvicino alla balaustra oltre la quale si agitano una trentina di persone. Per qualche secondo le guardie fanno fatica a mantenere l’ordine, la sorella di Giuseppe Uva si sbraccia e grida. Continuerà a gridare fino alla fine. Fuori dall’aula, al telefono, alle persone che la circondano. Torno indietro e al centro c’è un capannello fatto di teste, microfoni, telecamere, luci. Alcuni cominciano a uscire. Sento dire a una voce sprezzante “Uvetta”, mi giro e vedo una toga nera - deve essere l’avvocato di qualcuno, non so di chi.
La madre di Stefano Cucchi è circondata da microfoni e videocamere. “Mio figlio è stato recluso per sei giorni, è uscito massacrato. Non è stato nessuno? Fino a poco fa avevo fiducia nella giustizia che invece non è stata capace di fare ammenda a se stessa. Mio figlio è morto di giustizia. Me l’hanno ucciso due volte”.

Il Mucchio Selvaggio, luglio 2013.

domenica 7 luglio 2013

Se resisti ai peccati di gola ti sentirai più felice


L’uscita dallo stato primitivo porta gli uomini a procurarsi comodità ignare ai loro padri. Ogni nuova comodità, però, si trasformerà presto in una dipendenza, e questo giogo autoimposto sarà fonte di molti mali. Questo è uno degli effetti che Jean-Jacques Rousseau immagina nel passaggio dallo spartano stato di natura all’avvilito e degradato mondo civilizzato. Il nesso tra l’infelicità e la dipendenza dai nostri desideri, mutati presto in bisogni, torna alla memoria leggendo uno studio pubblicato sul «Journal of Personality», Yes, But Are They Happy?.

La Lettura, Il Corriere della Sera, 7 luglio 2013.

lunedì 1 luglio 2013

Si può mentire alla macchina della verità


Quante volte abbiamo visto, nei film e nelle serie tv, ricorrere alla macchina della verità per sapere se il sospetto sta mentendo? Di recente sono le neuroscienze a essersi avventurate nella ricerca della «certezza della prova»: un’elettroencefalografia per rilevare le menzogne.
In entrambi i casi si cerca di evidenziare le emozioni associate alle bugie — l’attività cerebrale colpevole — e di trovare una testimonianza più affidabile di quella oculare. Ma un nuovo studio, condotto da un gruppo internazionale di psicologi e pubblicato sulla rivista «Biological Psychology», mette in guardia: i risultati non sono sempre affidabili. Le memorie di colpevolezza possono essere manipolate dal soggetto stesso, portando a risultati falsati e a un’apparente innocenza.

La Lettura, Il Corriere della Sera, 30 giugno 2013.

giovedì 20 giugno 2013

Ospedali fuorilegge


L’applicazione della legge 194 non è garantita e in moltissimi ospedali non si eseguono interruzioni volontarie di gravidanza, nonostante non esista la possibilità dell’obiezione di struttura.

L’articolo 9 della legge sull’interruzione volontaria di gravidanza (IVG) specifica chiaramente che il servizio debba essere garantito e che ogni struttura sia obbligata a offrirlo. Nonostante questo, moltissime strutture ignorano tale obbligo e a nessuno sembra interessare.
LAIGA – La Laiga è la Libera associazione italiana ginecologi per l’applicazione della legge 194/1978. Il suo intento è di garantire i diritti delle donne e quelli degli operatori della 194. I dati che hanno raccolto sul numero di obiettori di coscienza sono diversi dai numeri ufficiali, presentati dal Ministero della Salute nella relazione annuale sull’applicazione della 194. Sono numeri impressionanti, raccolti tra mille difficoltà e che ci rimandano una fotografia drammatica del fenomeno. Mi faccio raccontare da Anna Pompili, ginecologa della Laiga, quali ostacoli hanno incontrato e che cosa implicano numeri tanto alti.
NON CI SONO I REPARTI IVG – “I dati ufficiali del Ministero sono già drammatici: 7 ginecologi su 10 sono obiettori di coscienza e quindi non garantiscono il servizio IVG. Ma il quadro è ancora più drammatico di così, i numeri sono più alti e in molte strutture manca proprio il reparto di IVG”. Non solo: il primo ostacolo è stato il reperimento. La Laiga ha incontrato mille difficoltà nell’avere una risposta sui numeri degli obiettori in ciascuna struttura, dato ben più utile della generica percentuale regionale se vuoi decidere a quale struttura rivolgerti e calcolare dove il servizio dovrebbe essere garantito meglio. “I dati presentati dalla relazione ministeriale – continua Pompili – non corrispondevano alla nostra sensazione di operatori. Abbiamo allora cercato di capire. Rintracciare i numeri per struttura è stato impossibile. La scusa è stata: si tratta di dati sensibili. Naturalmente non volevamo sapere i nomi degli operatori sanitari, ma soltanto il numero di obiettori in modo da valutare il funzionamento del servizio IVG”. Si tratta di dati sensibili è stata la risposta dell’Istat e quella delle direzioni sanitarie. “Abbiamo chiamato ospedale per ospedale, ma è stato altrettanto inutile”.
LA FORMAZIONE – La Laiga allora ha raccolto i dati con uno sforzo capillare e “ufficioso”. “Chiedendo ai nostri colleghi, uno per uno – mi racconta Pompili. Ecco il risultato. Primo: c’è un dato non considerato dalla relazione parlamentare, ovvero che un gran numero di ospedali sembra ignorare l’esistenza della legge. Nel Lazio, in 10 ospedali su 31 non esiste il servizio IVG. In Lombardia, in 37 su 64. La cosa più grave è che il Sant’Andrea di Roma, per esempio, è un ospedale universitario. Disattende il dettato della legge non solo per l’articolo 9 – e pretendendo l’obiezione di struttura – ma anche l’articolo 15, cioè quello sulla formazione dei giovani medici”. Il Sant’Andrea non insegna cioè ai futuri ginecologi né la legge né la pratica medica. Questo significa che gli specializzandi e i futuri medici non sapranno come ci si comporta di fronte a un aborto, nemmeno agli aborti spontanei. “Si usa una tecnica vecchia invece che l’isterosuzione. Siccome è identificata come tecnica per l’IVG non viene usata, è stigmatizzata anche la procedura medica. E allora si ricorre al raschiamento, che è una modalità più invasiva e aggressiva, e gravata da complicazioni”.

martedì 18 giugno 2013

La grande bellezza



Esco poco, e vado ancora più raramente al cinema. I film li vedo a casa e sì è un peccato vederli in uno schermo piccolo. Ma almeno mi risparmio il sottofondo di popcorn e patatine masticati rumorosamente. Comunque l’ultima domenica di maggio mi sono lasciata convincere. E avrei dovuto almeno provare a contrattare per un lunedì pomeriggio o per un altro film. Ma dopo aver mangiato e bevuto si è più arrendevoli e così eccoci in fila al Savoy di Roma, a dieci minuti da via Veneto, per vedere La grande bellezza di Paolo Sorrentino. I guai cominciano proprio lì. La fila scomposta in attesa ha ospitato un paio di rabbiosi “c’ero prima io” e “ma guarda questo”. Una volta arrivati alla cassa e stampati i biglietti con cura - selezionati dal monitor minuscolo che tu guardi attraverso il vetro spesso deformante: F21 e F22 - l’omino alla cassa ci guarda schifato quando gli passiamo il bancomat. Vuole i contanti. Una volta dentro mi rassicuro perché i nostri posti sono laterali come avevamo immaginato e la fuga è sempre possibile. Pochi minuti e le luci si spengono e senza passare per la pubblicità: il film ha inizio. Ma le persone continuano a entrare. Sembrano venti maschere con lo schermo del telefono cellulare al posto delle torce e senza nessuno cui indicare i posti. Due di loro arrivano davanti a noi e cominciano a contare con l’indice puntato. La fila è tutta piena. Un paio dei seduti devono essere i fedifraghi. Vengono individuati e invitati ad alzarsi. Cominciano a discutere: “è il mio posto” “togliti di mezzo” mentre da un lato della sala scorre la citazione iniziale - cui tenevo particolarmente perché Guia Soncini (Che cosa sono le vibrazioni? Quella cosa che cerchi quando non trovi una trama, 22 maggio 2013) aveva scritto che c’era un accento sbagliato e io ho un debole per gli accenti e in un film con questo titolo ero certa che anche la bellezza degli accenti ben assestati fosse cruciale - e dall’altra si alza la protesta di chi vede due profili neri tra loro e la pellicola. “Sedetevi” “ma insomma!”. Poi le luci si accendono, il film si ferma. Il diverbio prosegue così guardandosi meglio in faccia, i due seduti sono due anziani, le due in piedi sono due che nonostante il cinema fosse mezzo vuoto volevano a tutti i costi sedersi al posto loro. Più o meno nell’unica fila completamente occupata, sia pure illegalmente. Gli anziani capitolano, le due si siedono, le luci si rispengono, il film ricomincia.
Vedere un film su Roma - o comunque con alcuni panorami di Roma - a Roma è un errore imperdonabile. La corsa al riconoscimento dei luoghi è una tentazione irrinunciabile. Ecco il Gianicolo, l’Aventino, il Colosseo (questo è extraterritoriale), un acquedotto non meglio specificato, piazza Navona. Qualche volta si sente un tardivo “te l’avevo detto” dopo una dimostrazione incontestabile del luogo da indovinare.
Come sul divano di casa. La loro.
Qualcosa di molto simile accade con gli attori. Toni Servillo è talmente evidente che il silenzio è sufficiente. Ma con quasi tutti gli altri il mormorio si mischia a vari tentativi. “Ma è proprio lui?”. Quella che ha suscitato più “oh” è stata Serena Grandi - alla giraffa mancavano solo le trombette da derby. Il gioco si è ripetuto ai titoli di coda, per quei pochi che ci sono arrivati. Perché appena parte il primo, ¾ della sala si alza, ignara che il film sia ancora in corso, e che i titoli di coda siano un prezioso rituale di decompressione tra la fiction e la realtà. “Hai visto?, era Pamela Villoresi”.
Ma niente, si alzano e alcuni rimangono indecisi in piedi tra te e lo schermo, e sono troppi per cavartela spostando la testa come quando ti capita davanti uno molto alto. E ti alzi con un torcicollo che ti dura per tutta la settimana. Per la prima volta parlo - un paio di shhh li avevo urlati: “Ma vi togliete che il film non è ancora finito?”.
Fuori è ancora giorno. “Com’era il film?”. Vedi il sommario. “Tornerai al cinema?”. Solo quando avrò una sala privata. ×

Lamette, Il Mucchio Selvaggio di maggio.