domenica 21 ottobre 2012

Anoressia: troppo facile incolpare le modelle


“L’anoressia? È tutta colpa di Twiggy e dell’icona di donna pelle e ossa che ha generato”. E se Twiggy è invocata da chi era giovane negli anni Sessanta, e le nuove generazioni l’hanno sostituita con qualche altra modella o attrice, la connessione causale rimane intatta: si diventa anoressici perché il modello culturale ci rimanda una donna magrissima, vogliamo adeguarci a quel modello e l’anoressia non è altro che il nostro desiderio imitativo che ci sfugge di mano. La moda è spesso considerata la pecora nera nel fragile mondo della rappresentazione e dell’istigazione all’ossessione per la magrezza. Vale anche al contrario: alla fine di settembre alcuni autoscatti di Lady Gaga con qualche chilo in eccesso sono stati presentati - e interpretati da molti - come un esempio di ribellione autocompiaciuta alla magrezza imposta. In questa nebbia il recente libro di Carrie Arnold (Decoding Anorexia: How Breakthroughs in Science Offer Hope for Eating Disorders, Routledge) indica una strada diversa, nascosta dal brusio colpevolizzante verso le modelle spigolose.
La Arnold unisce il racconto di esperienze e vissuti — compreso il suo passato di anoressica — a un’analisi biologica e scientifica delle cause dei disturbi alimentari. E, supportata da ricerche e numeri, ci ricorda non solo che le anoressiche sono sempre esistite, ben prima delle supermodelle, ma che esistono in realtà rurali e non bombardate da pubblicità e sfilate. Non solo: i fattori culturali condivisi sembrano essere meno rilevanti come elemento scatenante rispetto a quelli individuali — una violenza subita, per esempio — e il richiamo imitativo non spiega perché non si ammalano di anoressia tutti quelli esposti al modello di bellezza scheletrica.
La connessione tra moda e anoressia potrebbe anche contribuire alla sottovalutazione della patologia, a rinforzare la convinzione — tipica di ogni forma di dipendenza —del «posso smettere quando mi pare», perché in fondo non sto male, è solo una fissazione passeggera. E invece l’anoressia è una patologia ostinata e mortale, anche perché strettamente intrecciata a forme depressive gravi e a tentativi di suicidio. È difficile, a volte impossibile, asciugare il terrore di assumere calorie al punto da rifiutare l’acqua, smettere di controllare il proprio peso e quello del quarto di mela concesso per pranzo o non procurarsi il vomito per scongiurare un allucinatorio senso di pienezza. Il modello esplicativo che appiattisce le cause all’industria del fashion, favorito dai media, rischia di condannare al sommerso quanto sfugge a questa spiegazione. Come al solito avere una fotografia più nitida è la condizione necessaria per ipotizzare più correttamente un rimedio e non sprecare energie sostenendo anatemi contro la taglia 40.

Il Corriere della Sera, La Lettura #49 di oggi 21 ottobre 2012.