lunedì 29 ottobre 2012

Le priorità (#Bioethics2012)


C’è l’emergenza economica, i diritti vanno in secondo piano!”. “Non c’è lavoro, che vuoi che importi alle persone dell’eutanasia e della sperimentazione embrionale?”.
Abbiamo sentito migliaia di volte affermazioni simili, con sfumature diverse ma con la stessa pretesa: separare chirurgicamente i diritti civili dall’economia, mettere ordine nella gerarchia di importanza: prima il risanamento, poi magari i capricci liberali. E se già non bastasse l’assurdità della pretesa di delegare i diritti a un futuro più roseo e indeterminato, sarebbe sufficiente guardare meglio per capire che la staticità non è nemmeno rispettata. Perché l’erosione dei diritti è in atto, è continua, e non passa solo attraverso l’attesa. Il diritto di famiglia è fermo più o meno alla riforma degli anni settanta, la garanzia dell’interruzione di gravidanza è messa in dubbio dalle altissime percentuali di obiettori di coscienza, la discussione sulle direttive anticipate è bloccata nelle paludi paternalistiche e la legge in discussione è un attentato all’autodeterminazione. Non è vero che la politica è ferma sui diritti civili, piuttosto si muove all’indietro e cerca di dissimulare il rinculo conservatore. “Sopire, troncare, padre molto reverendo, troncare, sopire”. Se dovessi attribuire alle parti politiche una posizione precisa su questi argomenti mi perderei tra precisazioni, distinguo, malintesi e nebbie (del presidio giuridico abbiamo già parlato un paio di mesi fa).
Nel frattempo negli Stati Uniti le campagne presidenziali si sfidano ferocemente sull’aborto, sulla ricerca sulle staminali, sulla salute e sui diritti riproduttivi. Per farsene comodamente una idea basta consultare la tabella comparativa creata dall’Hastings Center di New York, famoso centro di ricerca sulla bioetica: Tracking where canditates & parties stand on bioethics issues (c’è pure l’hashtag #bioethics2012). Non è che lì non litigano mai e vanno tutti d’accordo, né che sono più buoni e quello che promettono mantengono, però almeno si capisce quale sia la posizione ufficiale e la direzione dei democratici e dei repubblicani su questioni fondamentali. Perché il lavoro e l’economia sono senza dubbio priorità anche negli Stati Uniti, ma nel frattempo le persone si ammalano, hanno bisogno di abortire, vogliono un figlio o vorrebbero sposarsi, confidano nella ricerca biomedica o vogliono morire soffrendo il meno possibile.
Nella pagina che l’Hastings Center dedica a Bioethics 2012 ci sono due colonne, quella a sinistra per il presidente in carica Barack Obama e quella a destra per il governatore sfidante Mitt Romney. Si parte dalla ricerca e educazione per arrivare alle policies sui vaccini; la riforma sanitaria è una componente fondamentale della sfida presidenziale, ma la sfida si gioca anche sulla contraccezione, sulla clausola di coscienza per il personale sanitario e sull’accesso all’assistenza sanitaria per gli immigrati - le differenze sono ben visibili e ricalcano le note opposizioni tra la parte democratica e quella repubblicana. Tanto per capirci: il partito democratico crede che sia solo la donna a poter decidere sulla propria gravidanza e che ci sia il diritto di accedere a un aborto sicuro e legale, nonostante alcune donne non possano permettersi di pagare (è banale sottolineare che la discriminazione economica è ancora più forte in un sistema sanitario non pubblico). I repubblicani si oppongono all’uso di fondi pubblici e si schierano per la “santità della vita umana innocente”. Obama è a favore della garanzia di accesso alla contraccezione - ancora una volta soffermandosi sul reale ostacolo all’accesso, cioè i costi - mentre Romney preferisce i valori religiosi e l’insegnamento dell’astinenza fino al matrimonio per evitare gravidanze non volute e arginare la trasmissione delle malattie sessualmente trasmissibili (quando ti sposi non puoi che riprodurti e non rischi di prenderti l’Hiv). Bioethics 2012 è un utile promemoria di quanto in Italia è rimandato al prossimo secolo.

Lamette, Shave the Queen, Il Mucchio Selvaggio di novembre.

domenica 28 ottobre 2012

A Boston si vota sul suicidio assistito


Il prossimo 6 novembre i cittadini del Massachusetts voteranno sul suicidio assistito. Se la maggior parte di loro sceglierà per la legalizzazione sarà il terzo Stato degli Usa, dopo l’Oregon e Washington, a permettere ai medici di prescrivere un farmaco letale.
Il Massachusetts Death With Dignity Act consentirebbe ai residenti di scegliere di morire in caso di malattia terminale - o meglio di scegliere come morire nel caso in cui l’aspettativa di sopravvivenza sia inferiore ai sei mesi, le condizioni di vita siano diventate insopportabili o il dolore sia intrattabile.

Il Corriere della Sera, La Lettura #50, 28 ottobre 2012.

domenica 21 ottobre 2012

Anoressia: troppo facile incolpare le modelle


“L’anoressia? È tutta colpa di Twiggy e dell’icona di donna pelle e ossa che ha generato”. E se Twiggy è invocata da chi era giovane negli anni Sessanta, e le nuove generazioni l’hanno sostituita con qualche altra modella o attrice, la connessione causale rimane intatta: si diventa anoressici perché il modello culturale ci rimanda una donna magrissima, vogliamo adeguarci a quel modello e l’anoressia non è altro che il nostro desiderio imitativo che ci sfugge di mano. La moda è spesso considerata la pecora nera nel fragile mondo della rappresentazione e dell’istigazione all’ossessione per la magrezza. Vale anche al contrario: alla fine di settembre alcuni autoscatti di Lady Gaga con qualche chilo in eccesso sono stati presentati - e interpretati da molti - come un esempio di ribellione autocompiaciuta alla magrezza imposta. In questa nebbia il recente libro di Carrie Arnold (Decoding Anorexia: How Breakthroughs in Science Offer Hope for Eating Disorders, Routledge) indica una strada diversa, nascosta dal brusio colpevolizzante verso le modelle spigolose.
La Arnold unisce il racconto di esperienze e vissuti — compreso il suo passato di anoressica — a un’analisi biologica e scientifica delle cause dei disturbi alimentari. E, supportata da ricerche e numeri, ci ricorda non solo che le anoressiche sono sempre esistite, ben prima delle supermodelle, ma che esistono in realtà rurali e non bombardate da pubblicità e sfilate. Non solo: i fattori culturali condivisi sembrano essere meno rilevanti come elemento scatenante rispetto a quelli individuali — una violenza subita, per esempio — e il richiamo imitativo non spiega perché non si ammalano di anoressia tutti quelli esposti al modello di bellezza scheletrica.
La connessione tra moda e anoressia potrebbe anche contribuire alla sottovalutazione della patologia, a rinforzare la convinzione — tipica di ogni forma di dipendenza —del «posso smettere quando mi pare», perché in fondo non sto male, è solo una fissazione passeggera. E invece l’anoressia è una patologia ostinata e mortale, anche perché strettamente intrecciata a forme depressive gravi e a tentativi di suicidio. È difficile, a volte impossibile, asciugare il terrore di assumere calorie al punto da rifiutare l’acqua, smettere di controllare il proprio peso e quello del quarto di mela concesso per pranzo o non procurarsi il vomito per scongiurare un allucinatorio senso di pienezza. Il modello esplicativo che appiattisce le cause all’industria del fashion, favorito dai media, rischia di condannare al sommerso quanto sfugge a questa spiegazione. Come al solito avere una fotografia più nitida è la condizione necessaria per ipotizzare più correttamente un rimedio e non sprecare energie sostenendo anatemi contro la taglia 40.

Il Corriere della Sera, La Lettura #49 di oggi 21 ottobre 2012.

lunedì 1 ottobre 2012

Domani è un altro giorno (per rimandare)


L’acrasia è un problema filosofico antico. Da Platone ad Aristotele fino ai filosofi, psicologi e neuroscienziati contemporanei, il problema della debolezza della volontà ha stimolato riflessioni e domande ontologiche. Esiste? È una scusa? Quali cause ha? È curabile?

Ognuno di noi l’ha sperimentata: chi infatti non è stato pigro o non ha promesso a se stesso propositi che poi non ha mantenuto? È il “da lunedì” o “dal primo del mese”, poi disatteso per essere riformulato alla prossima occasione o al prossimo rimpianto. È l’eterna “ultima sigaretta”. US. È, naturalmente, “dal prossimo anno”.
Il guaio è che una volta disatteso il primo innocente proposito, la strada della disfatta è irrimediabilmente tracciata e la prossima violazione sarà più facile, quasi indotta o suggerita dal precedente fallimento. “Perché questa volta dovrei farcela?” è il subdolo bisbiglio che accompagna ormai ogni tentativo.
Il contratto tra la parte volenterosa e quella irresoluta di noi viene continuamente riformulato, cambiato, omesso, rinnegato. Come una impalpabile tela di Penelope. Nel frattempo non ci alziamo dal divano o continuiamo a ingozzarci, soprattutto se ci hanno portato a pranzo in un buffet “all you can eat”. È gratis, posso mangiare anche se non ho più fame.
Forse anche il “posso smettere quando mi pare” è una forma allucinatoria di acrasia: potrei farlo, ma non voglio. Se volessi ci riuscirei. Finisce per somigliare a una excusatio non petita o a una dichiarazione di resa. L’oggetto del buon proposito è eterogeneo e in genere viene fissato a degli inizi ritenuti intrinsecamente significativi (oppure si sceglie una data che ha significato per noi), ha il sapore rituale della soglia che deve separare il passato dal futuro, il mio io pigro da quello che esegue quello che si ripromette. “Non sono un cazzaro come al solito” è la speranza sottostante che ci spinge nelle braccia del vincolo.
Tra i buoni propositi c’è senza dubbio l’esercizio fisico: chi non ha mai promesso di mettersi in forma, soprattutto all’avvicinarsi dell’estate, dopo le feste o dopo qualche acciacco fisico? Oggi esiste una applicazione che potrebbe essere nostra alleata: si chiama GymPact e funziona come un personal trainer molto particolare. Si può scommettere su se stessi: se poi non rispetti il tuo impegno paghi, se invece sei disciplinato ottieni un bonus (derivante dai soldi persi dai pigri). Si comincia selezionando il numero dei giorni da destinare alla palestra: la maggior parte delle persone sceglie 3, ma puoi anche cominciare con 1. Se riesci a mantenere il patto puoi guadagnare circa 2 dollari a settimana (si va da 70 centesimi per un giorno, fino a 4,90 per 7 giorni su 7). Poi scegli quanto vuoi pagare per ogni giorno che salti.
Sembra assurdo ma il meccanismo del rinforzo positivo immediato (ed economico) sembra funzionare molto più del beneficio a lunga scadenza. Tutti abbiamo sempre saputo che ci avrebbe fatto bene l’esercizio fisico, eppure...
Clare Allan sul “Guardian” racconta la sua esperienza con i suoi passati tentativi di andare in palestra. Per merito di una gym buddy nell’ultimo anno era riuscita a fare esercizio due o tre volte a settimana per nove mesi. I benefici erano evidenti, e non solo dal punto di vista fisico: l’umore ne aveva giovato, proprio come ti dicono e tu non ci credi mai. Ma poi di colpo aveva smesso. A un certo punto una delle due aveva saltato un giorno, poi un altro e nel giro di poco tempo era diventato così facile non rispettare l’impegno che il patto si sciolse senza nemmeno bisogno di dichiararlo. Cosa sarebbe successo se almeno uno dei due firmatari non avesse mollato? Clare deve averci pensato a lungo, ha comprato anche molti libri che si era proposta di leggere ma che per la maggior parte occupano la libreria inutilizzati. In effetti la letteratura è sterminata e se un pigro cerca una spiegazione o - peggio ancora - una soluzione l’impresa è ardua e contraddittoria. E poi cosa l’ha spinta tornare in palestra? GymPact. È sorpresa, ma così è andata. “Really, it gives you hope for the human race”.