lunedì 9 luglio 2012

La verità, vi prego, sul sesso


La modernità ha stravolto il nostro modo di fare figli, di fare sesso e anche di morire offrendocene una versione liberale. La morale tradizionale arretra di fronte a questa rivoluzione, non senza combattere e senza cercare di rianimare vecchi modelli e antiche regole. D’altra parte il cambiamento di paradigma richiede tempo e conoscenze: le indagini tra i giovani rivelano idee approssimative sul sesso e spesso le proposte di educazione sessuale nelle ore scolastiche sollevano scandalo e indignazione. L’ignoranza, si sa, non è un’alleata dell’esercizio della libertà. Solo pochi decenni fa, era il 1965, Sedotta e abbandonata di Pietro Germi ben descriveva le idee di “consesso carnale” peccaminoso e le regole patriarcali inviolabili, pena il disonore e la vergogna. Cosa è rimasto di quel mondo? Quanto la vergogna si lega a questi residui tradizionali, lasciati intatti perché non si hanno abbastanza conoscenze? In quest’ultimo secolo, inoltre, la sessualità è stata travolta da due scoperte: la contraccezione e le tecniche riproduttive. Nel primo caso la sessualità si slega definitivamente dalla riproduzione, nel secondo è la riproduzione a non richiedere più un rapporto sessuale.

Proviamo a capire la portata di questo cambiamento e quali ostacoli si frappongono al suo compimento insieme a Piergiorgio Donatelli, ordinario di Filosofia morale alla Sapienza di Roma, che nel suo ultimo libro, La vita umana in prima persona (Laterza, 2012), parte proprio da qui.
“Il mondo tradizionale sopravvive al 600, cioè fino a quando la scienza moderna, la riforma protestante e le nuove idee di libertà cominciano a diffondersi. In quel mondo alcune zone della vita umana, come la sessualità e il morire, erano organizzate eticamente nella forma del divieto assoluto. Quel rigore era legato a Dio e si radicava in un sistema fortemente gerarchico. Il finalismo - ovvero l’idea che il mondo fosse regolato in vista di un fine - completava il quadro. In questo scenario la riproduzione è il fine della sessualità e fa parte del disegno di Dio che si rivela attraverso la donna: il corpo è strumento per, un veicolo di un fine che devi rispettare. Non c’è spazio per la scelta e il sesso non è una questione soggettiva come lo intendiamo oggi”.
La sessualità, infatti, era fortemente connotata da questo rigore morale, da ruoli predefiniti e immutabili, da finalità decise da altri. “I doveri coniugali - continua Donatelli - erano rigidi, il matrimonio era quello eterosessuale perché destinato al fare figli che dovevano nascere esclusivamente in quella cornice”. La disparità tra figli legittimi e naturali, ovvero “i bastardi”, è durata fino alla riforma del diritto di famiglia negli anni Settanta e la sessualità si porta ancora dietro una patina di condanna morale. “Questo accade perché era intrinsecamente legata alla riproduzione. La soggettività e il piacere erano escluse da quegli angusti limiti predefiniti: gli uomini erano diversi dalle donne perché diversi erano i fini riproduttivi. Questo scenario è rimasto in piedi fino a Kant - per quanto fosse un filosofo dell’Illuminismo. Colpisce pensare che il divieto di uccidere avesse tante eccezioni, e questi invece no. Mai suicidarsi, mai fare sesso se non conforme ai doveri coniugali. Da san Tommaso in poi è il dominio del ‘contro natura’, ovvero l’offesa a Dio e all’ordine sociale”. Questo è il mondo dietro alle nostre spalle. Quando si frantuma come ristabiliamo i codici di comportamento? Quanto ci rimane addosso quel senso di divieto e di vergogna per averlo violato?

Su Il Mucchio di luglio.