lunedì 16 luglio 2012

Divorzio (e matrimonio) all’italiana

Alcuni giorni fa l’Istat ha pubblicato il report Separazioni e divorzi in Italia. Se n’è già scritto molto, perché tornarci? Perché molti hanno titolato insistendo sulla famiglia in crisi: Istat, la famiglia italiana dura in media 15 anni. Boom di separazioni fra ultrasessantenni, TGCOM; Famiglia, il matrimonio regge 15 anni. L’Istat certifica: aumentano le separazioni, Corriere della Sera; La famiglia fa crac dopo 15 anni di matrimonio, Metro (12 luglio 2012); Istat: la famiglia è sempre più in crisi il matrimonio dura in media 15 anni, Il Messaggero (13 luglio 2012).
L’impressione è che il matrimonio coincida con la famiglia, quella al singolare e con la “F” maiuscola. Questo almeno secondo i titoli e gli articoli, perché nel report l’identificazione è assente e c’è una sola occorrenza di “famiglia” a pagina 14: “Altro aspetto di rilievo per valutare l’impatto economico della separazione è l’assegnazione dell’abitazione nella casa dove la famiglia viveva prima del provvedimento del giudice”.
Il matrimonio infatti non è una condizione necessaria per costituire una famiglia, in parte anche a causa dell’arretratezza del diritto di famiglia italiano. Non esiste un solo modello familiare e basterebbe guardarsi intorno per capirlo: famiglie ricomposte, omogenitoriali, monoparentali, allargate, orizzontali, verticali. Sono famiglie spesso invisibili, clandestine, prive di tutele normative perché il matrimonio oggi è permesso solo tra un uomo e una donna (e, come vedremo in seguito, per altre ragioni). O meglio, tra un individuo geneticamente XY e un individuo geneticamente XX oppure tra due individui geneticamente uguali se uno dei due ha cambiato genere sessuale. La legge sulla riassegnazione del sesso (164/82) permette di rettificare l’attribuzione di sesso anagrafico e il cambio di nome, quindi se come Chiara non posso sposare Francesca, posso farlo se quest’ultima diventa Francesco. Per quale ragione è tanto importante quali organi sessuali abbiamo? Molti dei presunti motivi per mantenere la discriminazione somigliano molto a quelli invocati per mantenere il divieto di matrimoni interrazziali. Non esiste alcuna buona ragione per escludere alcune persone dalla possibilità di sposarsi.

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