sabato 16 giugno 2012

Aborti. In Calabria più del 70% dei medici è obiettore di coscienza

Secondo la relazione attuativa sulla legge 194, cioè la legge che norma l’interruzione volontaria di gravidanza, in Calabria il 73,3% dei ginecologi si dichiara obiettore di coscienza. A questi si aggiungono il 64,5% degli anestesisti e il 78,1% del personale non medico.
Siamo in linea con la media nazionale di questi ultimi anni, che è in costante aumento e raggiunge in alcune regioni il 90%. Non solo: in alcune strutture non c’è proprio il reparto di IVG, sebbene la legge sancisca che il servizio deve essere garantito alle donne. Secondo l’articolo 9 della legge infatti “gli enti ospedalieri e le case di cura autorizzate sono tenuti in ogni caso ad assicurare lo espletamento delle procedure”. Sembrerebbe che la richiesta di abortire della donna debba essere considerata più forte del parere personale del ginecologo. È utile anche ricordare che molti hanno scelto questa professione a legge già approvata: perché chiedere una esenzione da un servizio nell’ambito di una professione liberamente scelta? Quali sono i doveri professionali del medico?
Si potrebbe anche andare più in là. Lo stesso articolo 9 prevede l’obiezione di coscienza per le “procedure e [le] attività specificamente e necessariamente dirette a determinare l’interruzione della gravidanza, e non dall’assistenza antecedente e conseguente all’intervento”. In che modo l’anestesia sarebbe diretta a determinare l’interruzione di gravidanza? Perché le percentuali di obiezione sono tanto alte? E soprattutto, quali sono le conseguenze?
È abbastanza semplice immaginare che un servizio in cui sono attivi solo 3 operatori su 10 rischia l’implosione. Le liste d’attesa si allungano e alcune donne rischiano di andare oltre il termine legale (90 giorni, a meno che non vi sia una patologia fetale o della donna), il peso è tutto sulle spalle di quei 3 medici - che nei singoli reparti possono anche essere uno o due. Quando l’interruzione è tardiva e segue un esame prenatale la situazione può anche complicarsi: sono infatti ancor meno i ginecologi che eseguono interruzioni dopo il terzo mese di gestazione, la procedura è più complessa sia clinicamente che emotivamente. Molti ginecologi obiettori, però, eseguono indagini prenatali nascondendosi dietro alla scusa che fare una amniocentesi serve soltanto a conoscere la condizione fetale. Sembrano dimenticare che le donne che non abortirebbero mai non si sottopongono ad esami, preferiscono ignorare le condizioni del nascituro fino al parto. Al contrario, le donne che li fanno vogliono poter scegliere. Ma spesso si imbattono in ginecologi che le seguono fino al responso e poi le abbandonano perché la loro coscienza è contraria all’aborto, ma non alle diagnosi.
A pagare il prezzo più alto, come sempre accade quando i diritti zoppicano, sono le persone più deboli: le donne con meno mezzi economici, senza amici al posto giusto, che vivono in zone rurali o che non sono consapevoli dei propri diritti. Ed è forse proprio da qui che si potrebbe partire per invertire la corrente: sapere che l’interruzione di gravidanza deve essere garantita e che l’assistenza è un dovere da parte del personale sanitario. Almeno sulla carta e almeno finora.

Calabria Ora, 16 giugno 2012.