martedì 29 maggio 2012

La rivoluzione neuroscientifica



“Non è più lui”. “Non lo riconosco più”. “Assolto il killer perché non era in grado di intendere e di volere”. “Accecato dalla gelosia uccide l’amante”. Abbiamo familiarità con queste espressioni, ma forse sottovalutiamo la complessità che c’è dietro a simili dichiarazioni. Ci sembra di capire che cosa ci stanno raccontando, ma un secondo sguardo ci svelerebbe domande e definizioni controverse e per niente scontate. Cosa significa non essere più se stessi? Come può una emozione spingerci a uccidere o ridurre la nostra responsabilità? Come si può assolvere un assassino?
Andrea Lavazza e Luca Sammicheli nel libro Il delitto del Cervello (Codice, 2012) si avventurano in questo dominio, dipanando i fili intrecciati tra legge, filosofia della mente, psicologia e neuroscienze. Proprio l’impetuoso sviluppo di queste ultime ci costringe a rivedere concetti come colpa, responsabilità, reato. Ma ancora più a fondo: libertà e coscienza. Le scoperte sul funzionamento del nostro cervello travolgono inevitabilmente discipline apparentemente lontane. Un po’ come la rivoluzione copernicana travolse ben più della visione cosmologica, le neuroscienze oggi toccano in profondità il nostro modo di pensare al comportamento umano e alle ipotesi esplicative al riguardo. La cosiddetta folk psychology, la psicologia del senso comune, ha i giorni contati - o almeno dovrebbe, ancorata com’è a una concezione dell’uomo primitiva e arretrata, tracciata in assenza di conoscenze che oggi abbiamo e non possiamo ignorare. Il diritto non è immune al terremoto neuroscientifico, anzi gli effetti potrebbero essere travolgenti. Il diritto si è faticosamente costruito nei secoli e ha incontrato nodi semantici complessi: che cosa si intende per azione umana? Quando un’azione può essere definita un reato? Come si stabilisce la pena e su quali basi? Che significa essere in grado di intendere e di volere? Nell’ordinamento italiano - e non solo in quello italiano - la volontà è il principio cardine intorno a cui ruotano quello di coscienza e responsabilità. D’altra parte se non si è liberi, come si può essere responsabili? E se non si è coscienti, come si può essere attori volontari? Un cavalluccio di una giostra che gira non è libero, non è cosciente e tantomeno responsabile se urta un bambino. Un uomo che compie un’azione malvagia con una pistola alla tempia non è libero né responsabile di quell’azione imposta, pur essendo cosciente di quanto gli sta capitando. È “lo stesso concetto di colpevolezza a presupporre un modello di uomo liberamente capace di disporsi in relazione alle sue azioni e, dunque, si introduce implicitamente un riferimento al concetto filosofico di libero arbitrio”, scrivono gli autori.

Il Mucchio di giugno.