mercoledì 11 aprile 2012

Contro la retorica degli embrioni

Alla fine dello scorso marzo un incidente al centro di procreazione medicalmente assistita del San Filippo Neri provoca lo scongelamento di alcuni embrioni e altro materiale biologico crioconservato. Le reazioni sono violente, ma sembrano mancare il bersaglio, e approfittare dell’accaduto per insistere sull’identificazione tra embrioni e bambini (per quanto non ancora nati, ma pur sempre bambini). L’ex sottosegretario alla Salute Eugenia Roccella è quella che forse si spinge più in là. Il 4 aprile dichiara: “si potrebbe ipotizzare un possibile procurato aborto ai sensi della legge 194. In un certo senso può essere stato un aborto fuori dal corpo materno, gli embrioni infatti erano da impiantare e far sviluppare, invece sono stati distrutti”.

È davvero difficile ipotizzare un aborto ove non vi sia una gravidanza, e un embrione fuori dal ventre di una donna (o di un utero artificiale in un futuro più o meno distante) non è che un embrione, non un inizio di gravidanza. Inoltre, parlare di “tragica strage di embrioni” insiste sulla equiparazione tra embrioni e persone. La stessa premessa sta dietro alla decisione da parte del Codacons di presentare un esposto per omicidio colposo. Perfino la legge 40, figlia di una visione personalistica degli embrioni, non osa equipararli alle persone giuridiche: per la distruzione di un embrione la pena prevista è fino a 3 anni di reclusione e tra 50.000 e 150.000 euro di multa (articolo 14, limiti all’applicazione delle tecniche sugli embrioni). Ben lontana da quella prevista per l’omicidio volontario.

Roccella e Codacons non sono i soli a soffiare sulla retorica degli embrioni. Il coro delle voci stonate è ben nutrito. Claudio Giorlandino, ginecologo, ha dichiarato che “si sono perse decine di vite, è un lutto per tutto il Paese”. Secondo Assuntina Morresi, membro del Comitato Nazionale per la Bioetica, gli embrioni sono “94 persone: si fa fatica a identificarle come tali, perché non ne hanno le fattezze visibili”.

Per chi ha familiarità con il dibattito che da anni si svolge sulle tecniche riproduttive, queste posizioni non suscitano stupore. Piuttosto, suscita a dir poco perplessità un commento di Michela Marzano apparso su la Repubblica (La speranza spezzata - raro caso in cui il titolo è più preciso dell’articolo). Vale la pena soffermarcisi perché Marzano ambisce a commentare su un piano filosofico e razionale, ma invece si arena nel pantano nei luoghi comuni e della approssimazione terminologica e concettuale.

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