domenica 26 febbraio 2012

Vendesi organi


Se ti serve un rene perché i tuoi non funzionano hai due possibilità: ti metti in lista d’attesa o cerchi di comprartelo. L’attesa può essere talmente lunga da non permetterti di fare in tempo, perché la tua salute peggiora al punto da impedirti di affrontare un intervento o perché muori prima che sia il tuo turno. Comprare un organo presenta ostacoli economici, legali e morali: devi avere molti soldi, essere in grado di muoverti all’interno di un mercato illegale, che spesso viola pesantemente alcuni diritti umani di chi mette in vendita un pezzo di sé - e li viola non intrinsecamente perché ci sono di mezzo i soldi, ma perché a vendere sono perlopiù persone disperate, senza mezzi e senza alcuna protezione sanitaria.
Le questioni morali che investono i trapianti sono numerose, e partono dai criteri della lista d’attesa: ogni criterio scelto presenta inconvenienti. Pensiamo al criterio cronologico: chi arriva prima è in cima. Sembra che non ci siano trappole, eppure pensiamo al seguente caso: io arrivo prima di te, ma sto abbastanza bene e posso permettermi di aspettare, mentre per te ogni giorno che passa può significare un peggioramento irreversibile e la morte. E ancora: se c’è un solo rene e due persone che lo chiedono, conta la loro età? O il loro passato? Se io sono un’alcolista dovrei essere esclusa dalla lista?
A queste domande se ne aggiunge una che spesso provoca immediate reazioni di condanna: sarebbe moralmente ammissibile autorizzare la vendita degli organi? Ce lo stiamo domandando per i trapianti da donatore vivente e per un organo di cui è possibile privarsi, come un rene o parte del fegato (altro discorso si dovrebbe fare per il cuore).
La commercializzazione, come dicevo, è un nervo scoperto e oggetto di feroci condanne: si invoca la discriminazione, la sacralità del corpo, l’immoralità di venderne alcune parti.
Prima di provare a dare la nostra risposta dobbiamo sapere che: moltissime persone muoiono nell’attesa di un rene; con un solo rene funzionante si può vivere bene; l’invito all’altruismo non sembra smuovere il profondo divario tra la richiesta e l’offerta; il trapianto di un organo da vivente ha maggiori probabilità di successo.
Ora: in base a quali ragioni potremmo condannare la possibilità di permettere la vendita?
A tornare di recente su questo argomento è stato John Harris, professore di bioetica e direttore dell’Institute for Science, Ethics and Innovation School of Law dell’università di Manchester, e da molti anni sostenitore di una commercializzazione etica. Harris ha offerto alcune argomentazioni e alcune regole da seguire.

Lamette, Shave the Queen, Il Mucchio n. 692 di marzo.