lunedì 27 febbraio 2012

Aborto. Paura e delirio sulla RU486


Conosco Mirella Parachini da tanti anni e le ho chiesto spesso di spiegarmi qualche dettaglio dei meccanismi riproduttivi, dello sviluppo embrionale o del funzionamento dei contraccettivi. Spesso abbiamo anche parlato di aborto e di quello che succede se vuoi interrompere una gravidanza. Tra i tanti meandri della follia indigena sono stata attratta dalla burocratica esasperazione romana che avvolge la RU486, ovvero l’aborto medico, oggetto di polemiche infinite e richieste dissennate di “sperimentazione”: perché un farmaco che si usa da anni altrove dovrebbe essere sperimentato? Le donne italiane appartengono forse a una specie a parte per cui non valgono gli stessi principi farmacologici? In teoria una donna potrebbe scegliere - entro le prime 7 settimane di gravidanza - tra l’aborto medico e quello chirurgico. Ma come stanno le cose a Roma?
“A Roma c’è un solo ospedale dove puoi trovare la RU486”. Uno solo? Mi sembra impossibile. Continua Parachini: “Al San Camillo c’è l’unico reparto di ginecologia che ha una parte dedicata all’interruzione di gravidanza. Questa condizione è cruciale perché per l’aborto medico serve una privacy diversa da quella per il chirurgico. I tempi sono infatti diversi: solo nel secondo caso l’intervento è breve e il tempo facilmente prevedibile: sono necessari pochi minuti per l’aspirazione (isterosuzione), sia in anestesia generale che locale. Per l’aborto medico è necessario uno spazio differente perché il tempo dipende dall’effetto del farmaco su ogni singola donna”.
La privacy è però diventata una trappola. Infatti per assicurare queste condizioni la commissione della regione Lazio - come le altre regioni, meno l’Emilia Romagna e l’Umbria - ha deliberato che fosse obbligatorio il ricovero. Per capire l’assurdità dell’obbligo dobbiamo sapere come funziona un aborto medico. “Si assume prima il mifepristone, che inibisce l’ormone della gravidanza. Perché l’espulsione avvenga è necessaria la somministrazione di prostaglandine due giorni dopo. È questa seconda parte che necessita il ricovero - almeno in Italia - anche se basterebbe in day hospital, mentre non c’è alcuna ragione per il ricovero alla prima somministrazione”. Perché la donna non potrebbe tornare a casa? Perché non dare alle donne il farmaco e le indicazioni di assunzione e permettere loro di stare a casa propria? Devono forse essere assistite come se fossero incapaci?

Il ricovero è obbligatorio solo nei casi previsti dalla legge: il trattamento sanitario obbligatorio è giustificabile quando l’individuo non è in grado di rendersi conto o costituisce un grave rischio per sé e per gli altri (psicopatologie gravi e malattie infettive). Una donna che abortisce può forse rientrare in questo dominio? Fino ad alcuni decenni fa, in effetti, il solo desiderio di abortire era sintomo di follia. Ma oggi?
Perché è tanto importante la questione del ricovero o day hospital, al di là del fantasma che lasciare andare le donne a casa significherebbe abbandonarle? Continua Parachini: “sembra esserci scarsa conoscenza di cosa succede con l’aborto medico. L’indicazione di ricovero contravviene alla tendenza attuale delle pratiche mediche: privilegiare la casa e deospedalizzare, anche per questioni economiche. Per la RU vale un paradosso: dobbiamo rispettare i tagli e abbassare i costi, e poi qui impongono un ricovero perlopiù superfluo. Per non parlare dello spreco cartaceo: per prendere la RU in modalità di ricovero, parte la macchina burocratica di fogli e fogli da leggere e firmare, per poi finalmente siglare l’ultimo: quello dell’autodimissione”.
Non è una questione secondaria quella della cronica mancanza di posti letto. Il cul de sac è il seguente: per la RU devi ricoverarti, per ricoverarti c’è bisogno di letti dedicati, i posti letto sono stati sottoposti a tagli selvaggi tanto è vero che i ricoverati spesso sostano nei corridoi e il pronto soccorso non riesce a smistarli. La delibera sulla RU sembra davvero avere ignorato la situazione imponendo una condizione quasi impossibile da garantire. Un sabotaggio intenzionale o una distrazione?

“C’è un’altra assurdità ancora: il farmaco raccomandato dall’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) e dalle associazioni scientifiche, come il Royal College of Obstetricians and Gynaecologists o l’American Congress of Obstetricians and Gynecologists, è il misoprostolo o Cytotec. Costa poco e funziona molto bene, però è indicato per le ulcere, nel foglietto illustrativo l’effetto abortivo è una controindicazione: ‘il misoprostolo aumenta il tono e le contrazioni uterine che possono causare l’espulsione parziale o totale del feto.’”
In molti ospedali si usano prostaglandine che costano 40 euro a dose - contro i 16 euro per 30 compresse di Cytotec - e funzionano peggio, sono meno efficaci e ad azione più lenta. Perché non si può usare un farmaco migliore?
“Per la sola ragione che sarebbe un uso di un farmaco off label, cioè al di fuori delle indicazioni?, ma che ci importa se funziona meglio? Esiste a livello internazionale un movimento a favore dell’uso del Cytotec. A Siviglia hanno denunciato dei medici per averlo usato non seguendo le indicazioni del foglietto illustrativo. I medici accusati hanno presentato ai giudici la letteratura in merito, che evidenzia l’efficacia e le ragioni della sua preferibilità, e sono stati discolpati. Le donne soffrono molto meno. È gravissimo ignorare questo fatto. Altrove ci chiedono: ancora usate il gemeprost? È folle ostacolare in tal modo una buona pratica clinica. Io non sono quasi più capace di usare il gemeprost, e allora scrivo ‘terapia personale’.  Tutte le innovazioni nella pratica clinica impiegano tanto ad affermarsi. La routine è difficile da cambiare - ma tanta ostinazione è sorprendente”.
Poi forse qui si annida anche un’altra trappola: vuoi abortire con meno disagi? Vuoi migliorare le condizioni per le donne? E perché?
“È lo spirito di Giuliano Ferrara - conclude Parachini - è meglio che si soffra un po’. Anche per esercitare meglio un controllo medico sul corpo delle donne - sarò veterofemminista su questo punto, però io temo che sia proprio così”. E non è solo Ferrara a pensarla così: l’idea che il prezzo da pagare per l’aborto sia la sofferenza è molto diffusa.
Così come è diffuso l’atteggiamento paternalistico: “nel foglietto del mifepristone c’è scritto: ‘nella induzione del parto abortivo dopo il primo trimestre  le 3 compresse devono essere assunte in presenza di un medico o di un membro del suo staff’ - si badi, in questo caso la donna è ricoverata perché gli aborti nel secondo trimestre sono clinicamente diversi da quelli precoci. Non è eccessivo specificare di controllare l’assunzione delle compresse? Le donne non sanno prendere i farmaci?”. Torna alla memoria quello che si fa con i pazzi, per evitare che le nascondano nel materasso. Oppure per alcuni farmaci antitubercolari. Si sta impalati davanti a loro e si controlla che ingoino la pillola, che non la sputino e che non la nascondano sotto alla lingua.

Sul Mucchio di marzo.