Conosco Mirella Parachini da tanti anni e le ho chiesto spesso di spiegarmi qualche dettaglio dei meccanismi riproduttivi, dello sviluppo embrionale o del funzionamento dei contraccettivi. Spesso abbiamo anche parlato di aborto e di quello che succede se vuoi interrompere una gravidanza. Tra i tanti meandri della follia indigena sono stata attratta dalla burocratica esasperazione romana che avvolge la RU486, ovvero l’aborto medico, oggetto di polemiche infinite e richieste dissennate di “sperimentazione”: perché un farmaco che si usa da anni altrove dovrebbe essere sperimentato? Le donne italiane appartengono forse a una specie a parte per cui non valgono gli stessi principi farmacologici? In teoria una donna potrebbe scegliere - entro le prime 7 settimane di gravidanza - tra l’aborto medico e quello chirurgico. Ma come stanno le cose a Roma?
“A Roma c’è un solo ospedale dove puoi trovare la RU486”. Uno solo? Mi sembra impossibile. Continua Parachini: “Al San Camillo c’è l’unico reparto di ginecologia che ha una parte dedicata all’interruzione di gravidanza. Questa condizione è cruciale perché per l’aborto medico serve una privacy diversa da quella per il chirurgico. I tempi sono infatti diversi: solo nel secondo caso l’intervento è breve e il tempo facilmente prevedibile: sono necessari pochi minuti per l’aspirazione (isterosuzione), sia in anestesia generale che locale. Per l’aborto medico è necessario uno spazio differente perché il tempo dipende dall’effetto del farmaco su ogni singola donna”.
La privacy è però diventata una trappola. Infatti per assicurare queste condizioni la commissione della regione Lazio - come le altre regioni, meno l’Emilia Romagna e l’Umbria - ha deliberato che fosse obbligatorio il ricovero. Per capire l’assurdità dell’obbligo dobbiamo sapere come funziona un aborto medico. “Si assume prima il mifepristone, che inibisce l’ormone della gravidanza. Perché l’espulsione avvenga è necessaria la somministrazione di prostaglandine due giorni dopo. È questa seconda parte che necessita il ricovero - almeno in Italia - anche se basterebbe in day hospital, mentre non c’è alcuna ragione per il ricovero alla prima somministrazione”. Perché la donna non potrebbe tornare a casa? Perché non dare alle donne il farmaco e le indicazioni di assunzione e permettere loro di stare a casa propria? Devono forse essere assistite come se fossero incapaci?
Sul Mucchio di marzo.










