venerdì 20 gennaio 2012

Del dolore evitabile

Margherita Brunetti nel marzo 2007 scrive “Storia di un’interruzione volontaria di gravidanza”. Il racconto che segue si basa su questo documento per gli eventi del 2007 e su alcune conversazioni private per quanto accaduto successivamente (estratto da “1978, l’interruzione volontaria di gravidanza”, C’è chi dice no. Dalla leva all’aborto. Come cambia l’obiezione di coscienza, 2011, Il Saggiatore).

Margherita ha un figlio nel 2002. Dopo qualche tempo nasce la sua seconda bambina, Caterina, ma muore a soli dieci mesi per una patologia cardiaca. Nel 2007 è di nuovo incinta. Alla dodicesima settimana le indagini prenatali mostrano che qualcosa non va. Dopo ulteriori indagini il responso è brutale: il feto ha una trisomia 13. La gravidanza potrebbe anche non arrivare a termine, in ogni caso la patologia causa gravissimi danni e nella maggior parte dei casi la morte entro poche settimane dalla nascita.
Margherita decide di interrompere la gravidanza, ma è ormai oltre la dodicesima settimana e non può fare l’aspirazione e il raschiamento. L’unico modo è indurre un vero e proprio parto, attraverso l’applicazione di ovuli (un ciclo di induzione prevede un massimo di cinque ovuli applicati ogni quattro ore; in genere l’espulsione avviene prima che siano applicati tutti) di prostaglandina che provocano le contrazioni dell’utero e l’espulsione del feto. Dopo viene eseguito il raschiamento in anestesia generale.

Più la gravidanza è inoltrata, più l’induzione è dolorosa e lunga. Margherita va all’ospedale San Giovanni di Roma il 14 marzo. Paola Lopizzo, responsabile dell’unità di servizio dove si eseguono le interruzioni di gravidanza, le spiega come sarà l’aborto, le dice di tornare il 21 marzo per le analisi di routine e il 22 per l’induzione. Tra così tanti giorni? La dottoressa spiega che è più prudente, perché è l’unica a fare aborti tardivi (l’espressione comune per queste interruzioni di gravidanza è “aborto terapeutico”. Denota quelle interruzioni di gravidanza effettuate dopo i primi 90 giorni e, come regola l’articolo 6 della 194, “può essere praticata: a) quando la gravidanza o il parto comportino un grave pericolo per la vita della donna; b) quando siano accertati processi patologici, tra cui quelli relativi a rilevanti anomalie o malformazioni del nascituro, che determinino un grave pericolo per la salute fisica o psichica della donna”. L’espressione è imprecisa nonostante sia diffusa e familiare), tutti gli altri ginecologi sono obiettori di coscienza. Il 22 marzo è di guardia, e può assicurare dodici ore di presenza. Se tutto va bene il giorno successivo Margherita potrebbe tornare a casa.
Passano sei giorni. Alle otto del mattino del 22 Margherita va al pronto soccorso maternità del san Giovanni. Ha con sé il foglietto preparato dalla dottoressa e destinato alla caposala. Passa circa un’ora prima che Margherita possa entrare in una stanza che ricorda piena di infermieri. Margherita risponde alle prime domande burocratiche (nome cognome data di nascita residenza). Poi la fanno uscire di nuovo, bisogna aspettare la dottoressa di turno.
Passa un’altra ora. Margherita entra di nuovo nella stanza, che ora è più animata. C’è un ginecologo che parla con una paziente. Deve essere straniera perché i due non sembrano capirsi e il medico dice qualcosa che Margherita non capisce: “’sta cinese” dice il medico all’infermiera, ma poi le sue parole non sono udibili. Probabilmente anche la cinese sta lì per abortire. Margherita le si siede accanto e una dottoressa bionda ricomincia con le domande: prima gravidanza? Ecco, quella è una domanda impossibile. Una figlia morta a pochi mesi e una patologia fetale tanto grave da dover interrompere la gravidanza. Margherita racconta ancora una volta tutto quello che nessuno vorrebbe nemmeno immaginare. La dottoressa bionda chiede il referto della villocentesi, legge e trascrive qualcosa nella cartella clinica che l’infermiera aveva cominciato a compilare poco prima. Poi la dottoressa dice a Margherita che la deve visitare. C’è una tenda e dietro alla tenda un lettino ginecologico e un ecografo. Dopo averla visitata la dottoressa fa una ecografia al feto e Margherita chiede se c’è ancora il battito cardiaco. La dottoressa deve avere interpretato questa domanda come un ripensamento perché le risponde che battito o non battito non c’è molto da scegliere con una patologia così grave. Tutti i medici hanno detto a Margherita che l’interruzione di gravidanza in casi come il suo è una scelta obbligata. Non c’è molto da scegliere, però Margherita sa che la dottoressa ha deciso di non garantire quella scelta perché è obiettrice e quindi non esegue le interruzioni di gravidanza, anche quelle su cui c’è poco da scegliere (l’obiezione di coscienza non può essere selettiva. Alcuni ginecologi obiettori con cui ho parlato mi hanno detto che avrebbero scelto, se fosse possibile, di eseguire aborti in alcuni casi di patologie fetali. Se da un certo punto di vista potrebbe sembrare ragionevole (eseguo aborti solo per ragioni mediche, non per altre ragioni), in agguato ci sono contraddizione e discriminazione. Chi sceglie di fare l’obiettore ritiene che l’embrione abbia dei diritti e tra questi quello di non essere ucciso. Se quell’embrione è affetto da una patologia perde forse questi diritti? Un soggetto di diritti può perderli a causa di una condizione patologica? Non si può trattare una persona in modo tanto diverso a causa della presenza di una patologia. Per essere coerente l’ammissibilità di un aborto per ragioni mediche dovrebbe partire dalla premessa che l’embrione deve essere sì protetto, ma in modo meno assoluto delle persone. Sarebbe quindi uno statuto intermedio tra persona e non persona?).
Dopo la visita a Margherita viene assegnato un letto. Sarà un pomeriggio di attesa. Nel letto accanto un’altra donna che aspetta. Lo psichiatra, che deve firmare il certificato necessario per abortire, non arriva. Verso le otto di sera Margherita vede nel corridoio Paola Lopizzo, che non dovrebbe essere lì a quell’ora. Le va incontro per chiederle spiegazioni. Il primario Matyas Finsinger l’ha obbligata a sostituire un altro medico per la notte. In questo modo lei non potrà essere in ospedale il giorno dopo. Ha provato a spiegarlo al primario, a dirgli che avrebbe potuto far fare la sostituzione a un altro medico, che ci sono altri 24 medici e che il giorno dopo aveva due aborti dopo la ventiduesima settimana, ma lui niente, non ha sentito ragioni. Anzi le ha fatto un ordine di servizio e l’ha liquidata: “ci penso io agli aborti”.
L’appuntamento è per il giorno dopo, l’attesa dello psichiatra e la prima candeletta applicata dalla dottoressa a fine turno, poi sarebbe intervenuto il primario.

La notte è interrotta dai vagiti dei bambini. Perché qui, come in tanti altri ospedali, le donne abortiscono accanto alla sala parto. Anche la logistica sembra assumere un fardello punitivo. Nemmeno un anno prima del ricovero di Margherita i medici che praticano aborti denunciano i rischi e le pessime condizioni riservate a chi deve abortire (Aborti, la protesta sale al S. Giovanni, Il Corriere della Sera, 22 giugno 2006). “Fino a un anno e mezzo fa, alloggiavamo le donne che venivano per abortire nel reparto di pediatria” racconta Anna Pompili. Il servizio è a rischio, ci sono pochi mezzi e molte richieste: tra 1.300 e 1.500 interruzioni di gravidanza all’anno, 4 medici invece dei 6 necessari, lunghe liste d’attesa. Donne che arrivano in prossimità del termine di legge e bisogna fare in fretta. Dividono l’ecografo con il pronto soccorso e dal 2005 la sala operatoria è quella del reparto di broncopneumologia, c’è un solo anestesista, un giorno alla settimana. Un solo infermiere cui hanno ridotto l’orario. “Col tempo l’obiezione finisce per coincidere con l’istinto di sopravvivenza. «Mi sono posta il problema [...]. Ma oggi, allo stato attuale, mi pare l’esercizio di un privilegio. Come dire “mi arruolo però non porto il fucile”»”.
La mattina dopo Margherita aspetta ancora. Nessuno le dice cosa succederà e a che ora arriverà lo psichiatra. C’è la visita di turno, ma per le due donne che devono abortire c’è il primario e nessuno le guarda.
Alle 11.30 arriva lo psichiatra. Dice a Margherita che quello che succede qui può succedere solo a Roma e che è pazzesco - e se lo dice lui. Invita le donne a denunciare quanto stanno subendo e racconta che qualche giorno prima era arrivata una donna stuprata a chiedere la pillola del giorno dopo. La farmacia dell’ospedale non ce l’ha (chissà se la farmacia aveva pillole anticoncezionali, usate fino alla commercializzazione della pillola del giorno dopo per ottenere lo stesso effetto) e i ginecologi presenti sono tutti obiettori di coscienza e non vogliono prescriverla. Sono contenti di nascondersi dietro a una scusa illegale, protetti dalla fretta che in questi casi ti porta a cercare una soluzione invece che a denunciare i rei di mancato servizio pubblico. Alla fine è stato lo psichiatra a prescriverle la pillola del giorno dopo.
Margherita ora ha anche il certificato psichiatrico, ma del primario nessuna traccia. Decide di andare a cercarlo insieme all’altra donna che aspetta insieme a lei. Quando lo incontra gli dice che ha fatto il colloquio e ha il certificato e che siccome lui è delegato a seguire il caso... “Io non sono delegato da nessuno, io qui sono il responsabile”, risponde il primario. Margherita si scusa per avere sbagliato parola, vorrebbe solo sapere cosa succederà adesso. “Ci sono dei passaggi burocratici previsti dalla legge, quindi bisogna aspettare. Domani mattina verrà la dottoressa e si potrà cominciare con l’induzione. Ma non prendete impegni per i prossimi giorni perché potrebbe volerci molto tempo”. Poco rassicurante per chi aspetta di interrompere una gravidanza in quelle condizioni. “La sofferenza è di tutti quelli che stanno in ospedale, me compreso”. Margherita allora chiede se davvero la dottoressa arriverà l’indomani, perché ricordava che il suo turno sarebbe cominciato solo la sera alle nove. “Ho detto che ci sarà domani mattina e ci sarà domani mattina”, taglia corto il primario.

Passa la notte e anche la mattina e tutto il pomeriggio, perché la dottoressa Lopizzo non arriverà che la sera del venerdì alle nove, come previsto. Il mattino del venerdì passa il codazzo della visita di turno, in testa il primario che apostrofa le due donne come “quelle della dottoressa Lopizzo”.
Dopo due intere giornate dal ricovero comincia l’induzione con la prima candeletta. La seconda è prevista quattro ore dopo e la terza, se servirà, dovrebbe essere applicata da un altro medico dopo il cambio turno. Cominciano anche i dolori, come crampi. Con la seconda sono più intensi, simili ai dolori del travaglio. Dopo un’ora si attenuano. Serve la terza candeletta, poi la quarta e la quinta ma il travaglio non riprende. Per avviare un secondo ciclo di induzione bisogna aspettare ventiquattro ore.
Passa il sabato e pure la domenica. Nessun ginecologo va a vedere come sta Margherita. Il lunedì mattina si ricomincia. È di nuovo il turno di Paola Lopizzo: la prima candeletta alle nove, la seconda all’una. A questo punto non c’è più battito fetale, la dottoressa lo scrive nella cartella clinica. È una informazione importante perché ora non ci sono alternative. Il feto è morto e qualsiasi medico, obiettore e non, dovrebbe assistere (come ho già scritto l’assistenza dovrebbe essere garantita comunque perché l’obiezione prevista dall’articolo 9 della legge 194 esonera soltanto dalle attività direttamente volte a interrompere la gravidanza. Dopo la morte del feto il quadro clinico cambia). Margherita e fare in modo di non prolungare una condizione che potrebbe essere rischiosa - oltre che emotivamente opprimente.
I dolori ricominciano e sono intensi. Nel primo pomeriggio c’è l’orario di visita. Margherita è in una stanza di sei letti. Parenti e amici di donne sconosciute entrano ed escono mentre Margherita ha dolori sempre più forti e un insopportabile senso di debolezza. Alle quattro si rompe il sacco gestazionale e il liquido amniotico comincia a uscire. Cominciano le spinte, mettono Margherita su una sedia a rotelle e la portano in sala parto. Nel corridoio incrociano una bambina appena nata nella sua culletta spinta da due infermiere. Le contrazioni si affievoliscono e poi spariscono. Bisogna aspettare che siano passate quattro ore dall’ultima candeletta, perciò non c’è niente che si possa fare, né ossitocina né altro per un’ora, che Margherita passa da sola in sala parto. “Se ne vanno, e io resto da sola in una stanza dove abitualmente le donne partoriscono e i bambini nascono. Sono immobile su un lettino ginecologico con la flebo sempre attaccata su un braccio e dall’altro l’ostetrica ha dimenticato di togliermi la fascia che serve per misurare la pressione, non mi dà fastidio anche se comunque mi immobilizza”.

Entra una ostetrica e la fa qualche domanda. Vuole fare un funerale? Vuole salutare il feto? Perché, sa, è importante salutarlo. Margherita rimane di nuovo sola. Sente la voce dell’ostetrica provenire dalla stanza accanto. Stanno parlando di lei e del colloquio e qualcuno prende in giro l’ostetrica e la sua psicologia del “vedi il feto e salutalo”.
“Mi chiedo se esiste una procedura oppure è tutto casuale, magari se fosse capitata un’altra ostetrica non mi avrebbe fatto quelle domande: in ogni caso sono d’accordo sul fatto che si tratta di psicologia da quattro soldi inutile e dannosa. Inoltre, mi viene in mente un articolo che avevo letto proprio il giorno che sono stata ricoverata in ospedale sul cimitero per feti che vogliono istituire a Milano. Mi aveva inorridito leggere quell’articolo e adesso provavo le stesse sensazioni di orrore e senso di assurdità.
Dietro di me appeso al muro c’è un orologio che scandisce il tempo che passa. Sento il rumore delle lancette, ma per vedere esattamente che ore sono devo girarmi. Mi girerò tantissime volte perché in quella posizione sono rimasta circa cinque ore! Infatti le contrazioni non mi sono mai tornate anche se tutti i medici che si sono alternati insistevano con il dire che bisognava aspettare che mi tornassero. Verso le 18.30 è arrivato un altro medico a cui ho chiesto di nuovo che mi fosse fatta una flebo di ossitocina, lui risponde che si può fare ma è meglio aspettare ancora un po’, “magari tra un’oretta”. Margherita piange di disperazione e solitudine. In sala parto entra un infermiere di un altro reparto, Margherita lo riconosce, non lo vede da tanto ma è un vecchio amico. Piange e non riesce a smettere. Il vecchio amico cerca di consolarla, le dice che fuori ci sono i suoi amici che aspettano e che sta per arrivare anche il marito. Nessuno può entrare, è il regolamento, niente da fare. Poi una infermiera più accomodante cede e fa entrare Cristina.
Dopo un tempo difficile da misurare torna l’ostetrica. L’ossitocina non la può somministrare perché il medico ha detto di farlo ma non l’ha scritto nella cartella. Bisogna quindi aspettare che un medico dia l’autorizzazione. Passa meno di un’ora e l’ostetrica torna con una ginecologa e l’autorizzazione per l’ossitocina.
Entra il marito di Margherita. Il dolore è opprimente. Ha un brutto mal di schiena e nella sala parto c’è solo una sedia scomoda. Margherita insiste per farlo tornare a casa con il piccolo Alessandro, che non vede la mamma da giorni. Lì potrebbe volerci ancora tanto tempo. Entra di nuovo Cristina e poi una nuova ostetrica che visita Margherita e le dice che sembra non stia succedendo nulla, ma che appena l’ossitocina farà effetto tutto finirà in poco tempo. Ma il tempo sembra fermo oppure infinito.
Sono quasi le dieci di sera. Entrano cinque o sei persone. L’ostetrica che aveva visitato poco prima Margherita le dice che c’è stato il cambio turno e che il dottore la vuole visitare. Stavolta non ci sono domande (prima gravidanza?, vuole salutare il feto?, perché, sa, è importante) né chiacchiere. Il ginecologo mette una mano sulla pancia di Margherita e un’altra dentro di lei, fa un gesto deciso e rapido. Margherita non sente dolore e capisce che l’attesa è quasi finita. Il ginecologo guarda gli altri con disappunto: “che intenzioni avevate? Quanto la volevate lasciare in queste condizioni? Chiamate la sala operatoria che andiamo a fare il raschiamento”.
L’ostetrica e le infermiere guardano Margherita, poi quello che hanno in mano e di nuovo Margherita. È lo sguardo “vuole salutare il feto?” che Margherita declina. Lo ha salutato tempo prima, quando sono cominciate le contrazioni e forse ancora prima, quando ha saputo della grave patologia fetale e ha deciso insieme a Marcello di interrompere la gravidanza.
Dopo avere abbracciato Cristina e avvisato il marito, Margherita viene portata in sala operatoria. L’anestesista e il ginecologo fanno le domande cui Margherita ha risposto già e quando il ginecologo chiede quante gravidanze ha avuto, Margherita ricomincia a raccontare e a piangere. È sdraiata sul lettino e piange. I medici sono premurosi e le sorridono, le spiegano cosa succederà e quanto tempo ci vorrà.
Quando Margherita si sveglia dall’anestesia il medico la rassicura: dovrebbe essere andato tutto bene e presto si sentirà meglio. Poi le racconta che anche alla moglie è successo qualcosa di simile. Alla terza gravidanza la villocentesi rivela una trisomia 18 (la Sindrome di Edwards è un disordine cromosomico derivante da un extra cromosoma 18. Comporta anomalie dello sviluppo e gravi ritardi mentale. Raramente i bambini sopravvivono per più di alcuni mesi; meno del 10% arriva a compiere un anno). Decidono di interrompere la gravidanza e riescono a farlo entro la dodicesima settimana, quindi l’intervento è meno invasivo e straziante. Certo è stato un brutto colpo, continua il medico, anche perché lui è cattolico e obiettore di coscienza. Ovvero non esegue interruzioni di gravidanza, ma ha deciso insieme alla moglie di abortire. È cambiato qualcosa da allora? Ha deciso di smettere di essere obiettore? Oppure sarebbe uno di quei medici che ti rispondono che sono obiettori ma eseguirebbero alcuni aborti per ragioni mediche se la legge lo permettesse? Tutto quello che sappiamo è che come medico ha scelto di non eseguire aborti e come cittadino ha cercato un medico che non fosse obiettore per interrompere la gravidanza in accordo con la propria moglie.

Margherita ha deciso di denunciare Matyas Finsinger. Dopo più di due anni e mezzo non è successo quasi nulla: dopo la denuncia il pubblico ministero ha chiesto l’archiviazione, alla quale Margherita si è opposta. Il giudice, prima di scegliere un altro pubblico ministero, ha voluto ascoltare le parti. Margherita è andata all’udienza senza avvocato, insieme al marito. “Ho raccontato quello che mi era successo, non avevo bisogno di un avvocato. Volevo che nessuna donna si trovasse a vivere quello che ho vissuto io. Non c’è risarcimento. Quale risarcimento può esserci al dolore?”. Margherita racconta la sua storia e poi è il turno dell’avvocato del primario. Che dice di capire le ragioni della signora, che elenca problemi organizzativi, che si dispiace se la signora è sconvolta. “Non ero sconvolta, ero incazzata!”, chiarisce Margherita.
Dopo questa udienza tutto tace e poi il caso viene archiviato. Il primario le ha scritto una lettera di “scuse”. “Ma non si è nemmeno scusato, ha solo ripetuto che per ragioni organizzative...”.
In effetti la lettera sembra un incrocio tra un modello prestampato e una difesa impossibile. Finsinger nel luglio 2007 si dispiace per la serie di eventi “sfortunati” e afferma di comprendere “il Suo rammarico nell’apprendere che la dottoressa Lopizzo con la quale aveva creato un rapporto di fiducia è potuta mancare”. Ma non è certo il carattere della dottoressa o il legame che Margherita aveva con lei il motivo del rammarico, quanto il fatto che fosse l’unico medico non obiettore nell’intero reparto. Finsinger poche righe più giù è costretto a ricordarselo, ma poi aggiunge: “non posso obbligare il personale medico in servizio ad effettuare IVG perché è una scelta libera del professionista, né l’essere o non essere obiettore di coscienza è nei requisiti per essere ammessi a partecipare ai concorsi pubblici”. Poi suggerisce che a volte le degenti possono avere bisogno di supporto psicologico o psichiatrico e sottolinea che l’interruzione di gravidanza di Margherita si è svolta senza nessuna complicanza medica. Lamenta infine che l’immagine dell’Azienda è intaccata dall’esposto.