lunedì 23 gennaio 2012

Valerio

“Sono la mamma di Valerio Verbano, ucciso nel 1980 in casa davanti ai miei occhi da tre vigliacchi”. Così scrive Carla, la madre di Valerio, nello spazio delle informazioni personali sul suo profilo Facebook. Sono passati quasi 32 anni e quei tre vigliacchi non hanno ancora un nome.

Si dice che quando un genitore muore un figlio entra in contatto con la mortalità. Quando muore un figlio il genitore perde l’immortalità” (American Horror Story). Se poi tuo figlio l’hanno ammazzato e da oltre 30 anni non sai chi è stato rischi di perdere tutto, non solo l’immortalità che non hai mai avuto. E invece Carla non ha perso la determinazione nel voler sapere chi ha ucciso Valerio. Ha un blog per chiedere giustizia per il figlio e per mantenere vivo il suo ricordo. Ha due profili su Facebook perché il primo aveva superato il limite di 5000 contatti. Ha scritto un libro nel 2010 (Sia folgorante la fine, con Alessandro Capponi, Rizzoli). Carla è nata nel 1924. Il figlio è morto a pochi metri da lei. Tre ragazzi hanno suonato alla sua porta verso mezzogiorno e mezza dicendo di essere amici di Valerio, sono entrati, hanno legato Carla e il marito Sardo e hanno aspettato che il ragazzo rientrasse, circa un’ora più tardi - “mi auguravo che cadesse in vespa. Così non sarebbe arrivato a casa” - racconta Carla a “La storia siamo noi”. Valerio avrebbe compiuto 19 anni il 25 febbraio. Il 22 febbraio quei tre, ancora senza nome, gli sparano dopo una breve e impari lotta. Valerio muore nell’ambulanza. Il 25 febbraio si svolgono i funerali. Carla vive ancora in quella casa. Tra poco saranno 32 anni. Sono stupidi gli anniversari. Come se ci fosse bisogno di un pretesto per ricordare. Non serve certo a Carla e non dovrebbe servire a chi deve ancora trovare un colpevole. La sua voce è debole. Sarei andata a trovarla, ma è stanca, è stata in clinica alcuni giorni per un intervento poi rimandato. A gennaio forse. O febbraio. È affaticata e io mi sento già invadente a telefonarle. Voglio raccontare di Valerio, ma non voglio dar fastidio a Carla. Il dolore mi fa diventare sarcastica. Penso ad Alfredino Rampi e a quella diretta totale e ai giornalisti che ti assalgono con il microfono: “come si sente?”. Un Truman Show della morte. Anche telefonare è troppo. Ma lo faccio, aspetto che sia Carla a dirmi: “al telefono va bene, fatico anche a parlare”. Me lo scrive su Facebook, dove un sacco di persone le chiedono come sta e le augurano di guarire presto. Il dolore è imbarazzante perché non puoi farci niente. “Non c’è alcuna novità - mi racconta - hanno trovato il Dna sul paio di occhiali, ora devono fare la comparazione con il Dna che hanno. Per ora non hanno trovato niente. Per ora sono più di 31 anni. C’erano 2 passamontagna, il dossier di Valerio - dove sono? Non vogliono trovare gli assassini. Hanno buttato alcune prove. Hanno avuto qualche interesse a depistare. Perché buttarle? Il giudice Claudio D’Angelo doveva liberare spazio. Ma come?, due cappelletti quanto spazio occupano? Molte pagine del dossier sono state strappate, lo hanno ridotto a un quadernetto. Perché? Si vede che c’erano dei nomi importanti, nomi che non si voleva far uscire”. Ascolto Carla e vorrei farle una domanda impossibile - come si sopravvive? - sono incerta. “No no dimmi”, mi incoraggia. Come non si viene travolti dalla rabbia? “Io sono sopravvissuta in compagnia con i cancri. Il mio tormento è continuo, davanti ai miei occhi ho quella visione, l’immagine di quando sparano a Valerio, che mi sussurra piano piano ‘mamma aiuto, aiuto mamma’. Ho quella visione da anni, sempre. Non lo so, magari come dicono i dottori ero predisposta, ma mi sono venuti quattro cancri. Uno dietro l’altro. Ecco come sono sopravvissuta. Dandomi da fare, parlando sempre di Valerio, andando nelle scuole e nei centri sociali, ho scritto un libro (vedi box), a presentare, in giro sempre per poter far conoscere Valerio affinché non venga dimenticato. Io vivo in questo modo. Adesso mi sto avviando verso la fine. Questo cancro maledetto che non se ne vuole andare. A febbraio dovrò fare un altro intervento”. Non sapere chi ha ammazzato tuo figlio. Certo, la verità non sarà una consolazione, non lenisce il dolore e la perdita. “Il magistrato tenente colonnello Massimiliano Macilenti, comandante dei Ros, ha fatto qualcosa finalmente, ha ritrovato il dossier - nascosto e fotocopiato integralmente - ha trovato il Dna. Nessuna consolazione, ma almeno sapere il nome degli assassini. Il perché lo so, la ragione era politica: perché Valerio era comunista e gli altri erano fascisti. Allora c’erano divisioni nette, le scuole nere e le scuole rosse. Si ammazzavano a vicenda”. Valerio, poco più che un ragazzino, decide di non iscriversi al liceo Giulio Cesare, la scuola nera di Corso Trieste a Roma. “Aveva capito che erano tutti di destra, e nonostante ci fosse il suo amico più caro ha scelto l’Archimede, un liceo scientifico dietro a via dei Prati Fiscali. Noi capimmo che tendeva a sinistra. I giovani oggi sembrano meno presi dalla politica, soprattutto i più piccoli. Valerio a 13-14 anni comincia a fare politica, ci pensi? Un ragazzino. Ho scoperto tutto dopo la sua morte. Ci sono alcune foto di lui bimbetto alle manifestazioni. E noi che non ci siamo accorti di niente! Come molti ragazzini ci diceva vado dalla ragazza, a ballare, in palestra, e invece era la politica. Quando usciva non sapevamo. Succede spesso. Oggi ci sono i telefonini, puoi controllare meglio. Allora non c’era nemmeno questa possibilità”. Non che ci fosse solo la passione politica, perché Valerio amava gli sport e la A.S. Roma. La sua storia la conoscono in parecchi, mi dice Carla. “Io quando accetto l’amicizia scrivo sempre: conosci la mia storia? Sono pochi a dirmi di no”.

MARCO CAPOCCETTI BOCCIA Valerio Verbano. Una ferita ancora aperta, Castelvecchi

Carla dal 2007 ha un diario per non lasciare che Valerio sia dimenticato. “Ricordatelo sempre anche quando non ci sarò più” scrive il 31 gennaio 2007. Nel sito ci sono link a trasmissioni e a interviste fatte a Carla, tra le ultime ricordiamo “Chi l’ha visto” del 9 novembre 2011 e “Valerio Verbano. Un omicidio anomalo” andato in onda su Rai 3 il 22 febbraio 2010 (“La storia siamo noi”). Entrambe si trovano su YouTube.L’ultimo libro su Valerio è quello di Marco Capoccetti Boccia. L’autore lascia molto spazio ai ricordi degli amici di Valerio, ai giochi, allo sport e ai pomeriggi trascorsi insieme. Lina racconta: “Ce li ho io i nunchaku di Valerio, ce li ho qua… I nunchaku, le cinture, un giorno dice: ‘No, te la do io quella verde, dai non ti serve, non la comprare’, infatti ce l’ho… c’ho la sua cintura verde e la sua cintura blu. Lui era diventato cintura marrone”. E il suo amico Fabrizio P.: “Un altro aspetto molto interessante è che noi decidemmo di diventare dei tuffatori perché Carla ci portava alla piscina dei sottufficiali di Polizia a Tor di Quinto. Io e Valerio eravamo una squadra, perché comunque eravamo due bambini, e ci piaceva tuffarci e c’erano anche altre persone, per cui speravamo sempre che il nostro tuffo fosse migliore di quello degli altri bambini; se uno lo faceva male, l’altro della squadra doveva farlo meglio degli altri. Poi lo facesse bene uno o lo facesse bene l’altro non contava: l’importante è che lo facessimo bene noi”. E ancora: “Io ricordo questa spremuta di arance che Carla faceva per me e per lui, e lo strudel caldo che Carla faceva per noi, e lui faceva sempre attenzione che la mia spremuta non fosse meno della sua”.

Valerio, su Il Mucchio di gennaio-febbraio 2012.

venerdì 20 gennaio 2012

Donna, moglie, madre, oggetto di piacere



Men from Mars; women from Venus; me from where?
David Steinberg, On Sexual Objectification

Nel tempo il ruolo attribuito dalla società al genere femminile è cambiato solo in parte. Se trent’anni fa una donna era tale in virtù del suo essere moglie e madre, oggi è la sua sensualità a definirla: un oggetto sessuale e decorativo. Eppure, sono molte le donne che si sono ribellate; perché subire non è un destino immutabile.

Eluana Englaro e la maternità
“Potrebbe anche in ipotesi generare un figlio”. È il febbraio del 2009, Silvio Berlusconi sta parlando di Eluana Englaro. Mentre il Parlamento rincorre un modo per impedire la legittima sospensione della nutrizione e idratazione artificiali, queste parole sono intrappolate per sempre su You Tube - esempio tragicamente perfetto della riduzione della donna a oggetto. Perfetto perché rivolto a una persona a priori e senza dubbio incapace di difendersi. A una donna in stato vegetativo persistente e permanente da molti anni. Perché la donna incubatrice è un’altra forma di riduzione a oggetto. La donna come madre, la donna come destinazione d’uso: piacere, sesso, maternità. Anche la maternità può infatti essere una condanna e una insopportabile riduzione a corpo, se non è scelta dalla donna, al punto che non dovremmo usare la stessa parola. La maternità non può essere ridotta alla possibilità biologica di generare un figlio.
In questo caso la perfetta vittima, perché inerme, è oggetto della più vile aggressione. Espropriata della sua capacità di difendersi. Del desiderio, della volontà. Se l’incidente ha tolto alla giovane Eluana la sua vita cosciente e personale, le parole di Berlusconi l’hanno fatto metaforicamente. Quante persone hanno ascoltato queste parole, intontite quasi dalla loro abnormità? Berlusconi le ha pronunciate, ma chi ha taciuto e chi ha permesso o contribuito a far sì che potessero essere pronunciate è complice di questo definitivo scempio.

“Eluana può ancora avere figli” mi rimbomba nella testa. Ho visto ciò che rimaneva di Eluana, in quel letto e in quel corpo di cui non aveva più consapevolezza, girato, pulito e toccato da mani estranee. Rivoltato come un sacco. Un corpo che il padre Beppino ha sempre protetto e tenuto al riparo: una scelta strategicamente difficile, perché l’immagine pubblica di Eluana era quella di una ragazza bella e sorridente - com’era prima dell’incidente stradale. Impossibile spiegare perché quella ragazza tanto bella avrebbe “voluto” morire (Nota: Approfitto per ricordare che la battaglia di Beppino è stata quella di far rispettare i desideri della figlia e non, come alcuni hanno distorto, quella di far morire la figlia, di liberarsene).
La clinica di Lecco, quella da cui è stata spostata all’inizio del febbraio 2009 per andare a Udine a morire, era la stessa in cui era nata nel 1970. Bizzarro il destino. La stanza era piena di peluche. Eppure aveva 19 anni, non 4, quando ha avuto l’incidente. Un contrasto surreale. In quella stanza c’erano poi quelle foto che abbiamo visto sui giornali. Di una ragazza bella e sorridente che non sarebbe mai più stata.
Il padre mi ha detto “puoi avvicinarti”. Non avrei potuto chiedere a lei il permesso. E c’era chi immaginava di disporre del suo utero. Può generare figli. Una scatola di carne, un corpo abusato. Una incubatrice - scenario adatto alle peggiori distopie fantascientifiche.
Eppure può rimanere incinta e tanto basta a farne una Donna. Strumento di qualcun altro. Impossibile sapere se Berlusconi avrebbe detto qualcosa del genere di un uomo.
L’orrore diventa ancora più innegabile se ci domandiamo: generare un figlio, come?
Di fronte a quelle parole, impallidiscono le altre forme di sopruso compiute su Eluana Englaro. “Eluana svegliati” gridavano alcuni fuori alla clinica “La Quiete” di Udine. Come se avesse potuto ascoltarli. Le portavano bottigliette d’acqua. Come se avesse potuto bere.

Italianieuropei, 1/2012, pp. 67-72.

Del dolore evitabile

Margherita Brunetti nel marzo 2007 scrive “Storia di un’interruzione volontaria di gravidanza”. Il racconto che segue si basa su questo documento per gli eventi del 2007 e su alcune conversazioni private per quanto accaduto successivamente (estratto da “1978, l’interruzione volontaria di gravidanza”, C’è chi dice no. Dalla leva all’aborto. Come cambia l’obiezione di coscienza, 2011, Il Saggiatore).

Margherita ha un figlio nel 2002. Dopo qualche tempo nasce la sua seconda bambina, Caterina, ma muore a soli dieci mesi per una patologia cardiaca. Nel 2007 è di nuovo incinta. Alla dodicesima settimana le indagini prenatali mostrano che qualcosa non va. Dopo ulteriori indagini il responso è brutale: il feto ha una trisomia 13. La gravidanza potrebbe anche non arrivare a termine, in ogni caso la patologia causa gravissimi danni e nella maggior parte dei casi la morte entro poche settimane dalla nascita.
Margherita decide di interrompere la gravidanza, ma è ormai oltre la dodicesima settimana e non può fare l’aspirazione e il raschiamento. L’unico modo è indurre un vero e proprio parto, attraverso l’applicazione di ovuli (un ciclo di induzione prevede un massimo di cinque ovuli applicati ogni quattro ore; in genere l’espulsione avviene prima che siano applicati tutti) di prostaglandina che provocano le contrazioni dell’utero e l’espulsione del feto. Dopo viene eseguito il raschiamento in anestesia generale.

Più la gravidanza è inoltrata, più l’induzione è dolorosa e lunga. Margherita va all’ospedale San Giovanni di Roma il 14 marzo. Paola Lopizzo, responsabile dell’unità di servizio dove si eseguono le interruzioni di gravidanza, le spiega come sarà l’aborto, le dice di tornare il 21 marzo per le analisi di routine e il 22 per l’induzione. Tra così tanti giorni? La dottoressa spiega che è più prudente, perché è l’unica a fare aborti tardivi (l’espressione comune per queste interruzioni di gravidanza è “aborto terapeutico”. Denota quelle interruzioni di gravidanza effettuate dopo i primi 90 giorni e, come regola l’articolo 6 della 194, “può essere praticata: a) quando la gravidanza o il parto comportino un grave pericolo per la vita della donna; b) quando siano accertati processi patologici, tra cui quelli relativi a rilevanti anomalie o malformazioni del nascituro, che determinino un grave pericolo per la salute fisica o psichica della donna”. L’espressione è imprecisa nonostante sia diffusa e familiare), tutti gli altri ginecologi sono obiettori di coscienza. Il 22 marzo è di guardia, e può assicurare dodici ore di presenza. Se tutto va bene il giorno successivo Margherita potrebbe tornare a casa.
Passano sei giorni. Alle otto del mattino del 22 Margherita va al pronto soccorso maternità del san Giovanni. Ha con sé il foglietto preparato dalla dottoressa e destinato alla caposala. Passa circa un’ora prima che Margherita possa entrare in una stanza che ricorda piena di infermieri. Margherita risponde alle prime domande burocratiche (nome cognome data di nascita residenza). Poi la fanno uscire di nuovo, bisogna aspettare la dottoressa di turno.
Passa un’altra ora. Margherita entra di nuovo nella stanza, che ora è più animata. C’è un ginecologo che parla con una paziente. Deve essere straniera perché i due non sembrano capirsi e il medico dice qualcosa che Margherita non capisce: “’sta cinese” dice il medico all’infermiera, ma poi le sue parole non sono udibili. Probabilmente anche la cinese sta lì per abortire. Margherita le si siede accanto e una dottoressa bionda ricomincia con le domande: prima gravidanza? Ecco, quella è una domanda impossibile. Una figlia morta a pochi mesi e una patologia fetale tanto grave da dover interrompere la gravidanza. Margherita racconta ancora una volta tutto quello che nessuno vorrebbe nemmeno immaginare. La dottoressa bionda chiede il referto della villocentesi, legge e trascrive qualcosa nella cartella clinica che l’infermiera aveva cominciato a compilare poco prima. Poi la dottoressa dice a Margherita che la deve visitare. C’è una tenda e dietro alla tenda un lettino ginecologico e un ecografo. Dopo averla visitata la dottoressa fa una ecografia al feto e Margherita chiede se c’è ancora il battito cardiaco. La dottoressa deve avere interpretato questa domanda come un ripensamento perché le risponde che battito o non battito non c’è molto da scegliere con una patologia così grave. Tutti i medici hanno detto a Margherita che l’interruzione di gravidanza in casi come il suo è una scelta obbligata. Non c’è molto da scegliere, però Margherita sa che la dottoressa ha deciso di non garantire quella scelta perché è obiettrice e quindi non esegue le interruzioni di gravidanza, anche quelle su cui c’è poco da scegliere (l’obiezione di coscienza non può essere selettiva. Alcuni ginecologi obiettori con cui ho parlato mi hanno detto che avrebbero scelto, se fosse possibile, di eseguire aborti in alcuni casi di patologie fetali. Se da un certo punto di vista potrebbe sembrare ragionevole (eseguo aborti solo per ragioni mediche, non per altre ragioni), in agguato ci sono contraddizione e discriminazione. Chi sceglie di fare l’obiettore ritiene che l’embrione abbia dei diritti e tra questi quello di non essere ucciso. Se quell’embrione è affetto da una patologia perde forse questi diritti? Un soggetto di diritti può perderli a causa di una condizione patologica? Non si può trattare una persona in modo tanto diverso a causa della presenza di una patologia. Per essere coerente l’ammissibilità di un aborto per ragioni mediche dovrebbe partire dalla premessa che l’embrione deve essere sì protetto, ma in modo meno assoluto delle persone. Sarebbe quindi uno statuto intermedio tra persona e non persona?).
Dopo la visita a Margherita viene assegnato un letto. Sarà un pomeriggio di attesa. Nel letto accanto un’altra donna che aspetta. Lo psichiatra, che deve firmare il certificato necessario per abortire, non arriva. Verso le otto di sera Margherita vede nel corridoio Paola Lopizzo, che non dovrebbe essere lì a quell’ora. Le va incontro per chiederle spiegazioni. Il primario Matyas Finsinger l’ha obbligata a sostituire un altro medico per la notte. In questo modo lei non potrà essere in ospedale il giorno dopo. Ha provato a spiegarlo al primario, a dirgli che avrebbe potuto far fare la sostituzione a un altro medico, che ci sono altri 24 medici e che il giorno dopo aveva due aborti dopo la ventiduesima settimana, ma lui niente, non ha sentito ragioni. Anzi le ha fatto un ordine di servizio e l’ha liquidata: “ci penso io agli aborti”.
L’appuntamento è per il giorno dopo, l’attesa dello psichiatra e la prima candeletta applicata dalla dottoressa a fine turno, poi sarebbe intervenuto il primario.

La notte è interrotta dai vagiti dei bambini. Perché qui, come in tanti altri ospedali, le donne abortiscono accanto alla sala parto. Anche la logistica sembra assumere un fardello punitivo. Nemmeno un anno prima del ricovero di Margherita i medici che praticano aborti denunciano i rischi e le pessime condizioni riservate a chi deve abortire (Aborti, la protesta sale al S. Giovanni, Il Corriere della Sera, 22 giugno 2006). “Fino a un anno e mezzo fa, alloggiavamo le donne che venivano per abortire nel reparto di pediatria” racconta Anna Pompili. Il servizio è a rischio, ci sono pochi mezzi e molte richieste: tra 1.300 e 1.500 interruzioni di gravidanza all’anno, 4 medici invece dei 6 necessari, lunghe liste d’attesa. Donne che arrivano in prossimità del termine di legge e bisogna fare in fretta. Dividono l’ecografo con il pronto soccorso e dal 2005 la sala operatoria è quella del reparto di broncopneumologia, c’è un solo anestesista, un giorno alla settimana. Un solo infermiere cui hanno ridotto l’orario. “Col tempo l’obiezione finisce per coincidere con l’istinto di sopravvivenza. «Mi sono posta il problema [...]. Ma oggi, allo stato attuale, mi pare l’esercizio di un privilegio. Come dire “mi arruolo però non porto il fucile”»”.
La mattina dopo Margherita aspetta ancora. Nessuno le dice cosa succederà e a che ora arriverà lo psichiatra. C’è la visita di turno, ma per le due donne che devono abortire c’è il primario e nessuno le guarda.
Alle 11.30 arriva lo psichiatra. Dice a Margherita che quello che succede qui può succedere solo a Roma e che è pazzesco - e se lo dice lui. Invita le donne a denunciare quanto stanno subendo e racconta che qualche giorno prima era arrivata una donna stuprata a chiedere la pillola del giorno dopo. La farmacia dell’ospedale non ce l’ha (chissà se la farmacia aveva pillole anticoncezionali, usate fino alla commercializzazione della pillola del giorno dopo per ottenere lo stesso effetto) e i ginecologi presenti sono tutti obiettori di coscienza e non vogliono prescriverla. Sono contenti di nascondersi dietro a una scusa illegale, protetti dalla fretta che in questi casi ti porta a cercare una soluzione invece che a denunciare i rei di mancato servizio pubblico. Alla fine è stato lo psichiatra a prescriverle la pillola del giorno dopo.
Margherita ora ha anche il certificato psichiatrico, ma del primario nessuna traccia. Decide di andare a cercarlo insieme all’altra donna che aspetta insieme a lei. Quando lo incontra gli dice che ha fatto il colloquio e ha il certificato e che siccome lui è delegato a seguire il caso... “Io non sono delegato da nessuno, io qui sono il responsabile”, risponde il primario. Margherita si scusa per avere sbagliato parola, vorrebbe solo sapere cosa succederà adesso. “Ci sono dei passaggi burocratici previsti dalla legge, quindi bisogna aspettare. Domani mattina verrà la dottoressa e si potrà cominciare con l’induzione. Ma non prendete impegni per i prossimi giorni perché potrebbe volerci molto tempo”. Poco rassicurante per chi aspetta di interrompere una gravidanza in quelle condizioni. “La sofferenza è di tutti quelli che stanno in ospedale, me compreso”. Margherita allora chiede se davvero la dottoressa arriverà l’indomani, perché ricordava che il suo turno sarebbe cominciato solo la sera alle nove. “Ho detto che ci sarà domani mattina e ci sarà domani mattina”, taglia corto il primario.

Passa la notte e anche la mattina e tutto il pomeriggio, perché la dottoressa Lopizzo non arriverà che la sera del venerdì alle nove, come previsto. Il mattino del venerdì passa il codazzo della visita di turno, in testa il primario che apostrofa le due donne come “quelle della dottoressa Lopizzo”.
Dopo due intere giornate dal ricovero comincia l’induzione con la prima candeletta. La seconda è prevista quattro ore dopo e la terza, se servirà, dovrebbe essere applicata da un altro medico dopo il cambio turno. Cominciano anche i dolori, come crampi. Con la seconda sono più intensi, simili ai dolori del travaglio. Dopo un’ora si attenuano. Serve la terza candeletta, poi la quarta e la quinta ma il travaglio non riprende. Per avviare un secondo ciclo di induzione bisogna aspettare ventiquattro ore.
Passa il sabato e pure la domenica. Nessun ginecologo va a vedere come sta Margherita. Il lunedì mattina si ricomincia. È di nuovo il turno di Paola Lopizzo: la prima candeletta alle nove, la seconda all’una. A questo punto non c’è più battito fetale, la dottoressa lo scrive nella cartella clinica. È una informazione importante perché ora non ci sono alternative. Il feto è morto e qualsiasi medico, obiettore e non, dovrebbe assistere (come ho già scritto l’assistenza dovrebbe essere garantita comunque perché l’obiezione prevista dall’articolo 9 della legge 194 esonera soltanto dalle attività direttamente volte a interrompere la gravidanza. Dopo la morte del feto il quadro clinico cambia). Margherita e fare in modo di non prolungare una condizione che potrebbe essere rischiosa - oltre che emotivamente opprimente.
I dolori ricominciano e sono intensi. Nel primo pomeriggio c’è l’orario di visita. Margherita è in una stanza di sei letti. Parenti e amici di donne sconosciute entrano ed escono mentre Margherita ha dolori sempre più forti e un insopportabile senso di debolezza. Alle quattro si rompe il sacco gestazionale e il liquido amniotico comincia a uscire. Cominciano le spinte, mettono Margherita su una sedia a rotelle e la portano in sala parto. Nel corridoio incrociano una bambina appena nata nella sua culletta spinta da due infermiere. Le contrazioni si affievoliscono e poi spariscono. Bisogna aspettare che siano passate quattro ore dall’ultima candeletta, perciò non c’è niente che si possa fare, né ossitocina né altro per un’ora, che Margherita passa da sola in sala parto. “Se ne vanno, e io resto da sola in una stanza dove abitualmente le donne partoriscono e i bambini nascono. Sono immobile su un lettino ginecologico con la flebo sempre attaccata su un braccio e dall’altro l’ostetrica ha dimenticato di togliermi la fascia che serve per misurare la pressione, non mi dà fastidio anche se comunque mi immobilizza”.

Entra una ostetrica e la fa qualche domanda. Vuole fare un funerale? Vuole salutare il feto? Perché, sa, è importante salutarlo. Margherita rimane di nuovo sola. Sente la voce dell’ostetrica provenire dalla stanza accanto. Stanno parlando di lei e del colloquio e qualcuno prende in giro l’ostetrica e la sua psicologia del “vedi il feto e salutalo”.
“Mi chiedo se esiste una procedura oppure è tutto casuale, magari se fosse capitata un’altra ostetrica non mi avrebbe fatto quelle domande: in ogni caso sono d’accordo sul fatto che si tratta di psicologia da quattro soldi inutile e dannosa. Inoltre, mi viene in mente un articolo che avevo letto proprio il giorno che sono stata ricoverata in ospedale sul cimitero per feti che vogliono istituire a Milano. Mi aveva inorridito leggere quell’articolo e adesso provavo le stesse sensazioni di orrore e senso di assurdità.
Dietro di me appeso al muro c’è un orologio che scandisce il tempo che passa. Sento il rumore delle lancette, ma per vedere esattamente che ore sono devo girarmi. Mi girerò tantissime volte perché in quella posizione sono rimasta circa cinque ore! Infatti le contrazioni non mi sono mai tornate anche se tutti i medici che si sono alternati insistevano con il dire che bisognava aspettare che mi tornassero. Verso le 18.30 è arrivato un altro medico a cui ho chiesto di nuovo che mi fosse fatta una flebo di ossitocina, lui risponde che si può fare ma è meglio aspettare ancora un po’, “magari tra un’oretta”. Margherita piange di disperazione e solitudine. In sala parto entra un infermiere di un altro reparto, Margherita lo riconosce, non lo vede da tanto ma è un vecchio amico. Piange e non riesce a smettere. Il vecchio amico cerca di consolarla, le dice che fuori ci sono i suoi amici che aspettano e che sta per arrivare anche il marito. Nessuno può entrare, è il regolamento, niente da fare. Poi una infermiera più accomodante cede e fa entrare Cristina.
Dopo un tempo difficile da misurare torna l’ostetrica. L’ossitocina non la può somministrare perché il medico ha detto di farlo ma non l’ha scritto nella cartella. Bisogna quindi aspettare che un medico dia l’autorizzazione. Passa meno di un’ora e l’ostetrica torna con una ginecologa e l’autorizzazione per l’ossitocina.
Entra il marito di Margherita. Il dolore è opprimente. Ha un brutto mal di schiena e nella sala parto c’è solo una sedia scomoda. Margherita insiste per farlo tornare a casa con il piccolo Alessandro, che non vede la mamma da giorni. Lì potrebbe volerci ancora tanto tempo. Entra di nuovo Cristina e poi una nuova ostetrica che visita Margherita e le dice che sembra non stia succedendo nulla, ma che appena l’ossitocina farà effetto tutto finirà in poco tempo. Ma il tempo sembra fermo oppure infinito.
Sono quasi le dieci di sera. Entrano cinque o sei persone. L’ostetrica che aveva visitato poco prima Margherita le dice che c’è stato il cambio turno e che il dottore la vuole visitare. Stavolta non ci sono domande (prima gravidanza?, vuole salutare il feto?, perché, sa, è importante) né chiacchiere. Il ginecologo mette una mano sulla pancia di Margherita e un’altra dentro di lei, fa un gesto deciso e rapido. Margherita non sente dolore e capisce che l’attesa è quasi finita. Il ginecologo guarda gli altri con disappunto: “che intenzioni avevate? Quanto la volevate lasciare in queste condizioni? Chiamate la sala operatoria che andiamo a fare il raschiamento”.
L’ostetrica e le infermiere guardano Margherita, poi quello che hanno in mano e di nuovo Margherita. È lo sguardo “vuole salutare il feto?” che Margherita declina. Lo ha salutato tempo prima, quando sono cominciate le contrazioni e forse ancora prima, quando ha saputo della grave patologia fetale e ha deciso insieme a Marcello di interrompere la gravidanza.
Dopo avere abbracciato Cristina e avvisato il marito, Margherita viene portata in sala operatoria. L’anestesista e il ginecologo fanno le domande cui Margherita ha risposto già e quando il ginecologo chiede quante gravidanze ha avuto, Margherita ricomincia a raccontare e a piangere. È sdraiata sul lettino e piange. I medici sono premurosi e le sorridono, le spiegano cosa succederà e quanto tempo ci vorrà.
Quando Margherita si sveglia dall’anestesia il medico la rassicura: dovrebbe essere andato tutto bene e presto si sentirà meglio. Poi le racconta che anche alla moglie è successo qualcosa di simile. Alla terza gravidanza la villocentesi rivela una trisomia 18 (la Sindrome di Edwards è un disordine cromosomico derivante da un extra cromosoma 18. Comporta anomalie dello sviluppo e gravi ritardi mentale. Raramente i bambini sopravvivono per più di alcuni mesi; meno del 10% arriva a compiere un anno). Decidono di interrompere la gravidanza e riescono a farlo entro la dodicesima settimana, quindi l’intervento è meno invasivo e straziante. Certo è stato un brutto colpo, continua il medico, anche perché lui è cattolico e obiettore di coscienza. Ovvero non esegue interruzioni di gravidanza, ma ha deciso insieme alla moglie di abortire. È cambiato qualcosa da allora? Ha deciso di smettere di essere obiettore? Oppure sarebbe uno di quei medici che ti rispondono che sono obiettori ma eseguirebbero alcuni aborti per ragioni mediche se la legge lo permettesse? Tutto quello che sappiamo è che come medico ha scelto di non eseguire aborti e come cittadino ha cercato un medico che non fosse obiettore per interrompere la gravidanza in accordo con la propria moglie.

Margherita ha deciso di denunciare Matyas Finsinger. Dopo più di due anni e mezzo non è successo quasi nulla: dopo la denuncia il pubblico ministero ha chiesto l’archiviazione, alla quale Margherita si è opposta. Il giudice, prima di scegliere un altro pubblico ministero, ha voluto ascoltare le parti. Margherita è andata all’udienza senza avvocato, insieme al marito. “Ho raccontato quello che mi era successo, non avevo bisogno di un avvocato. Volevo che nessuna donna si trovasse a vivere quello che ho vissuto io. Non c’è risarcimento. Quale risarcimento può esserci al dolore?”. Margherita racconta la sua storia e poi è il turno dell’avvocato del primario. Che dice di capire le ragioni della signora, che elenca problemi organizzativi, che si dispiace se la signora è sconvolta. “Non ero sconvolta, ero incazzata!”, chiarisce Margherita.
Dopo questa udienza tutto tace e poi il caso viene archiviato. Il primario le ha scritto una lettera di “scuse”. “Ma non si è nemmeno scusato, ha solo ripetuto che per ragioni organizzative...”.
In effetti la lettera sembra un incrocio tra un modello prestampato e una difesa impossibile. Finsinger nel luglio 2007 si dispiace per la serie di eventi “sfortunati” e afferma di comprendere “il Suo rammarico nell’apprendere che la dottoressa Lopizzo con la quale aveva creato un rapporto di fiducia è potuta mancare”. Ma non è certo il carattere della dottoressa o il legame che Margherita aveva con lei il motivo del rammarico, quanto il fatto che fosse l’unico medico non obiettore nell’intero reparto. Finsinger poche righe più giù è costretto a ricordarselo, ma poi aggiunge: “non posso obbligare il personale medico in servizio ad effettuare IVG perché è una scelta libera del professionista, né l’essere o non essere obiettore di coscienza è nei requisiti per essere ammessi a partecipare ai concorsi pubblici”. Poi suggerisce che a volte le degenti possono avere bisogno di supporto psicologico o psichiatrico e sottolinea che l’interruzione di gravidanza di Margherita si è svolta senza nessuna complicanza medica. Lamenta infine che l’immagine dell’Azienda è intaccata dall’esposto.

martedì 17 gennaio 2012

Dalla parte del medico


Scegliere di eseguire interruzioni di gravidanza non è una scelta facile. Lo spazio già angusto dedicato alla questione è occupato esclusivamente dal vissuto della donna, in genere quando c’è qualche caso che va storto più degli altri. Passata l’emergenza della cronaca nessuno se ne interessa più. Come vivono i medici questa parte della loro professione? L’ho chiesto proprio a Paola Lopizzo (Ospedale San Giovanni - Addolorata di Roma, unica ad eseguire interruzioni di gravidanza tardive) durante una pausa di una domenica di turno in ospedale.
“Per me non è facile fare interruzioni di gravidanza. Il medico vuole curare, magari non ci riesce sempre, ma ha quella idea quando decide di diventarlo. Poi in particolare il ginecologo fa nascere i bambini! Dedicare un parte della propria attività a distruggere la vita è doloroso, qualsiasi sia la ragione è un aspetto distruttivo e non costruttivo.
Io ho deciso di non essere obiettore, anche perché ho scelto liberamente di fare questo lavoro e di lavorare in una struttura pubblica (Sul Journal of Medical Ethics è stata pubblicata una indagine sul parere degli studenti di Medicina in Gran Bretagna riguardo all’obiezione di coscienza. Le domande riguardavano alcune procedure moralmente conflittuali: è giusto che un medico faccia obiezione di coscienza, per esempio, sull’interruzione di gravidanza, sulla contraccezione, sul trattamento di pazienti ubriachi o drogati o di persone di sesso opposto a quello del medico? Le risposte affermative sono state oltre il 45% del campione (su 1437 studenti contattati, hanno risposto in 733). Sophie LM Strickland, Conscientious objection in medical students: a questionnaire survey, Journal of Medical Ethics, 24 may 2011). Forse anche perché sono una donna (ho fatto l’amniocentesi quando ero incinta e in caso di diagnosi infausta mi sarei trovata di fronte a un dilemma che nessuno vorrebbe affrontare), c’è una legge dello Stato e - per quanto a volte sia pesante - cosa succede se nessuno eseguisse interruzioni di gravidanza? Se tutti fossero obiettori, la legge decadrebbe.
Alcuni aborti per patologie fetali mi hanno messo in grossa difficoltà emotiva, sicuramente più sentita perché ero sola, ma penso che sia giusto che ci sia questa legge e che le donne debbano poter scegliere e avere la garanzia di questo servizio. Come faccio a essere d’accordo con la legge e poi però dire “io non lo faccio, lo farà qualcun altro”?
I medici non obiettori sono pochi e nessuno parla della loro fatica, della nostra fatica. Non possiamo condividerla. In Francia, per esempio, il 90% dei medici è non obiettore e allora c’è modo di confrontarsi e di condividere i dubbi e le incertezze.
Qui al reparto ho una discreta collaborazione da parte dei medici obiettori - caso raro perché capita che siano ostili: la situazione non è certo ottimale ed è dovuta principalmente al mio carattere. Ho una rete di consulenti miei, ma non dovrebbe essere il mio compito! Non dovrebbe essere relegato alle iniziative personali. Anche perché ci sono troppe differenze di servizi tra una struttura e l’altra.
Nonostante il clima collaborativo è un lavoro che faccio da sola. Le pazienti le seguo io. Oggi ho una paziente per un aborto tardivo e in più sono di guardia, quindi può succedere anche di avere imprevisti. Tutto questo pesa solo su di me”.

Il racconto di Lopizzo, oltre alla solitudine, tocca il dolore delle interruzioni tardive e la contraddizione dell’elevato ricorso alla diagnostica prenatale.
“Entro i 90 giorni si potrebbe filosofeggiare sul fatto che sono gravidanze evitabili, almeno in teoria e almeno in parte. Se escludiamo le violenze sessuali, gli errori o le condizioni di scarsa informazione, diciamo che un parte di quelle gravidanze sarebbe prevedibile e evitabile ricorrendo alla contraccezione.
Ma dopo il terzo mese l’interruzione è fatta nella maggior parte dei casi per malformazione fetale, oppure per ragioni di salute della donna (ho fatto interruzioni di gravidanza su feti sani perché la donna aveva scoperto di avere un cancro al seno o la leucemia). Sono gravidanze desiderate, non evitabili. Queste donne non vorrebbero mai abortire!, vivono un conflitto e un dolore profondi.
Essere obiettori significa tirarsene fuori, eppure la diagnostica prenatale la fanno tutti, ospedali religiosi, obiettori, tutti. Anzi in Italia la si spinge molto, non si scoraggiano le pazienti. Il numero di ecografie e amniocentesi è altissimo. Ancora di più nelle strutture private (l’amniocentesi si paga tanto). A che serve la diagnostica prenatale? Purtroppo non serve a curare. O per trovare bambini sani. Se fossimo sicuri che tutti i bambini sono sani non faremmo indagini! Le indagini servono per diagnosticare in larga parte patologie incurabili. E dare alla paziente la possibilità di scegliere. In alcuni casi la patologia esclude la sopravvivenza del feto e della scelta rimane ben poco.
È vergognoso che alcune strutture campino su questo mercato e poi mollino le donne al loro destino. Lasciamo perdere le strutture religiose che si nascondono dietro al sofisma che loro fanno diagnosi in modo che la donna si possa preparare. Le pazienti che dicono che non abortirebbero in alcun caso decidono di non fare indagini. Molte volte mi hanno detto: “è inutile che io faccia una diagnostica invasiva, facendo correre anche il rischio all’embrione, tanto io porto comunque avanti la gravidanza. E se sapessi che è affetto da una patologia vivrei angosciata per il resto della gravidanza. Lo saprò alla nascita e lo accoglierò per quello che è”.
In troppi pensano che le pazienti siano incapaci o abbiano bisogno di un tutore che decida cosa debbano pensare e addirittura parli in loro vece. Bisognerebbe chiedere alle donne e non presumere ragioni e desideri per nascondersi ipocritamente dietro a una scusa.
Sono frequenti i casi di grosse strutture private gestite da obiettori che fanno e vivono sulla diagnostica prenatale. Poi alle pazienti dicono “devi abortire altrove, noi siamo obiettori”.
La diagnostica è un lavoro pulito (questa è la loro assurda pretesa), noi dobbiamo fare il lavoro sporco. Il medico deve farsi carico anche degli aspetti sgradevoli: quando assisti un malato terminale non è forse sgradevole e doloroso?
Come si fa ad abbandonare una donna che ha appena saputo di una diagnosi infausta? Non sempre le loro decisioni ci troveranno d’accordo, ma è una ragione per non prendersene carico? Io ho avuto casi su cui non concordavo e sono stata molto incerta, ma poi ho pensato: se non lo faccio io, chi lo fa? E poi ho pensato anche: è giusto che nelle mie mani ci sia il destino di un’altra persona? Chi sono io per avere tutto questo potere?
C’è molta ipocrisia. Tanti colleghi di servizi religiosi mi mandano le pazienti ad abortire. Posso anche condividere l’obiezione, ma deve essere genuina. Io lo capisco. Ma poi non mi mandi, dopo aver fatto magari un’amniocentesi, una paziente perché non vuoi sporcarti le mani. O una conoscente o tua moglie.
Ho un collega obiettore che rispetto molto, e che non si è mai opposto a una epidurale per esempio. Si da da fare tantissimo per le pazienti. Facciamo accese discussioni, ma la sua scelta non è di comodo. E lui non fa indagini prenatali: “non posso poi abbandonare le donne e dire loro che io non faccio interruzioni di gravidanza”. È coerente. Ce l’ha la coscienza.
Molti invece che coscienza hanno? Fai una diagnosi di idrocefalia e poi cosa dici alla paziente? “Devi interrompere la gravidanza perché tuo figlio sarà un vegetale ma non qui e non con me”. E quella poi deve andare in giro e arrangiarsi? Tanti medici non dicono alle donne nemmeno dove andare. Non è semplice trovare dove fare una interruzione di gravidanza tardiva”.
Non è semplice, questo lo abbiamo imparato.

(Estratto da “1978, l’interruzione volontaria di gravidanza”, C’è chi dice no. Dalla leva all’aborto. Come cambia l’obiezione di coscienza, postato ieri da Lipperatura).

domenica 15 gennaio 2012

Cancellare i ricordi


E se potessimo cancellare il ricordo invece che rincorrerlo? Se fossimo in grado di rimuovere un frammento del nostro passato, un po’ come si cancella un file da un computer?

Cancellare i ricordi: il tormento e il dilemma, la Lettura, #9, domenica 15 gennaio 2012, Il Corriere della Sera.

mercoledì 11 gennaio 2012

Test: scopri il discriminatore che è in te

È raro che qualcuno ammetta di essere ingiusto. La strategia più comune è quella di considerare immeritevoli quelli verso cui siamo ingiusti. “Discriminatorio io?” “Ma no, sei tu a non avere i requisiti per essere trattato diversamente da come ti tratto. Non sono ingiusto io, se tu che sei inferiore.”
Il dominio dei destinatari è vasto: persone di un sesso diverso dal nostro, appartenenti a un’altra cultura, nate in un Paese o in una città più o meno lontani da noi. L’eventuale diversità viene trasformata in una gerarchia in cui noi siamo i più ganzi, e gli altri sono inferiori, in una visione claustrofobica e autistica.
Chissà, magari non è solo mala fede o potere seduttivo del sopruso, alcuni ci credono davvero e non notano le analogie di una loro posizione (ingiusta e ingiustificabile) con altre che loro stessi valuterebbero inammissibili, moralmente ripugnanti e irrispettose dell’uguaglianza tra le persone. Non abbiamo ancora bisogno di discutere quest’ultimo punto, vero?

È difficile capire se, nel caso di Michele Bachmann, siamo di fronte a malafede, lucida discriminazione o nonsense. Qualunque sia l’ipotesi più verosimile, seguire la sua logica bizzarra è un esercizio utile.
Bachmann, repubblicana di ferro, candidata alle presidenziali del 2012, è nota per le sue posizioni ultraconservatrici e illiberali.
Nel dicembre scorso uno studente di una scuola superiore dell’Iowa le domanda: perché due persone dello stesso sesso non possono sposarsi?

“Certo che possono sposarsi - risponde Bachmann - ma devono sottostare alle leggi proprio come tutti gli altri. Possono sposare un uomo se sono donne. Oppure possono sposare una donna se sono uomini”.
Alexandra Petri, columnist e autrice del blog ComPost sul Washington Post, dopo avere precisato che le leggi dell’Iowa permettono alle persone dello stesso sesso di sposarsi, propone alcune analogie che fanno ridere, ma che sono concettualmente potenti e precise, e dimostrano quanto sia ripugnante la posizione di Bachmann (Michele Bachmann gets things straight on gay marriage, 1 dicembre 2011). Sono analogie utili anche a tutti quelli che domandano: “che necessità c’è del matrimonio?”, “non vanno bene anche i DiCo?” - ignari, magari, di quanto queste domande siano intrise di discriminazione. Fate il test “scopri il discriminatore che c’è in te”.
Petri immagina cosa risponderebbe Bachmann ad alcune domande. “Perché Rosa Parks non può sedersi nei sedili anteriori dell’autobus?”. “Può sedersi - risponderebbe - può sedersi in fondo all’autobus”.
O immaginate, al ristorante, di chiedere il menu vegetariano. “Il menu vegetariano prevede bistecca” replicherebbe Bachmann in versione cameriera.

Il Mucchio di gennaio-febbraio 2012.

martedì 3 gennaio 2012

Maria



Dopo avere fatto il test di gravidanza Maria va in un consultorio. Non ha ancora deciso che cosa farà.
Qualche giorno dopo Maria decide di abortire e va al Sant’Anna, dove si può scegliere tra l’aborto chirurgico e quello farmacologico, con la RU486. Bisogna certificare lo stato della gravidanza, fare gli esami e l’ecografia - come stabilito dalla legge 194. Durante l’ecografia Maria chiede di sentire il battito, ma la dottoressa le dice che è una IVG e che non è necessario. Ripensandoci adesso suona strano. Maria in quel momento lo attribuisce al carico di lavoro, alla fretta nel dover gestire i tanti pazienti. Non che avrebbe comportato tempo in più soddisfare la sua richiesta.
Questo succede durante la prima visita in ospedale. Poi inizia l’iter per interrompere la gravidanza.
Il personale medico è professionale e le infermiere molto umane, nella assoluta precarietà dei luoghi e del servizio. Il reparto è scarno, brutto, Maria si domanda se è così intenzionalmente. Le persone fanno la differenza, ma i luoghi sono sgradevoli. Com’è sgradevole passare davanti al nido. Lo stesso medico, insieme ad alcuni infermieri, segue ogni aspetto, dalle prime informazioni alla visita: la somministrazione delle pillole, l’innesto degli ovuli, la compilazione dei moduli e della cartella clinica. Tutto in una stanzetta spoglia.
Maria sceglie di non essere ricoverata per i 3 giorni previsti dalla legge, ma firma e se ne va. Preferisce stare a casa e con i suoi amici. Non ci sono ragioni mediche per il ricovero e sarebbe troppo frustrante rimanere chiusa in ospedale 3 giorni durante i quali non succede quasi nulla, stai bene e non faresti che rimuginare e pensare. Il terzo giorno, in cui inseriscono l’ovulo per l’espulsione, sei ricoverata dal mattino, di fianco alle stanze per i magazzini, la porta del bagno non funziona, i letti sembrano arrivare dagli anni ’60. È l’11 agosto.
Il 27 Maria torna per la visita di controllo. Deve fare l’ecografia e poi andare in un edificio al di là della strada, è lo stesso ospedale ma in due corpi diversi. Mentre percorre i pochi metri tra un luogo e l’altro Maria intravede delle persone. È distratta e non ci fa molto caso. Poi una donna la affianca. Da una cartelletta blu tira fuori un volantino. Maria ricorda l’immagine di un feto e delle scritte, lo prende in mano e lo restituisce immediatamente. La donna le dice che in quell’ospedale compiono atrocità e omicidi medici. Quell’ospedale è un abortificio. Maria le chiede perché e per conto di chi stava lì e la donna risponde: per il movimento per la vita.
Poco più in là ci sono altre due persone, un uomo e forse una donna. Volantinano. Camminando Maria li raggiunge mentre la donna la segue e continua a parlare di orrendi assassinii. Maria sbotta e le dice che lei è lì per quel motivo, che la deve lasciare stare e rifiuta il suo aiuto. La conversazione la sente anche l’uomo, vestito di bianco come un infermiere, mentre la mano della prima donna è sulla spalla di Maria: noi ti possiamo aiutare psicologicamente ed economicamente. La donna deve pensare che Maria non abbia ancora abortito. L’uomo comincia a urlare: le donne che abortiscono sono assassine, è un omicidio vero e proprio, le donne che non sanno affrontare la gravidanza devono essere rinchiuse. Non si rivolge a Maria, ma lei è lì a pochi metri. Maria gli dice che avrebbe dovuto tacere, e che sperava di non incontrare persone come lui nell’ospedale. Ma perché stava lì fuori?
L’uomo dice che conosce bene la materia, che ha studiato e che lui sa che è omicidio. Intanto Maria entra in ospedale, ma poco dopo deve ripassare di là per la visita. L’uomo la riconosce e ricomincia a urlare: assassine, assassine. C’è una signora che gli risponde: le ragazzine che rimangono incinte e magari non se la sentono è giusto che possano scegliere, è giusto che l’aborto sia legalmente protetto. Secondo l’uomo per le donne che non vogliono un figlio ci sono le comunità dove poter lasciare i neonati. Per le ragazzine i manicomi, devono essere rinchiuse in strutture di igiene mentale.
Assassine, assassine, ricomincia a urlare l’uomo in camicie bianco.
Maria durante il controllo incontra alcune delle donne che hanno abortito l’11 agosto e chiede loro se hanno incontrato il movimento per la vita. Entrambe rispondono che hanno raccolto il volantino, tanto poi l’hanno buttato. Maria chiede: avete reagito? Le rispondono che la loro scelta implica delle conseguenze, e che questa era una di quelle. Quanto potere ha il senso di colpa!
Maria pensa che una tale remissività presuppone un profondo senso di colpa. Non che lei ne sia immune. Ci pensa a come sarebbe oggi e a quanto sia stato difficile scegliere, ma è convinta che le conseguenze dovessero riguardare soltanto lei e nessun altro. O almeno nessuno che le urlasse in faccia di essere un’assassina.

Maria non avrebbe mai pensato di abortire eppure quell’agosto si è resa conto di non volere un figlio da sola, in quel momento la scelta più giusta per lei è interrompere quella gravidanza. Non la scelta giusta in assoluto. A volte si chiede come sarebbe stato. Si chiede anche quanto sia potente il pensiero che l’essenza di una donna sia essere madre. Quanto spesso ti ripetono che la vera e unica realizzazione di una donna sia fare figli. E si ricorda di alcuni anni fa, quando le dissero che forse non avrebbe potuto averne: il suo disorientamento, pur avendo sempre pensato di non volere un figlio in assoluto e in qualsiasi condizione, proprio come se anche lei fosse convinta dell’identificazione di vera donna e madre. Ci ha pensato anche quando ha visto alcune donne partorire: pur di farti partorire naturalmente ti fai 3 giorni con induzione del travaglio - che poi se lo induci cosa rimane di naturale? - 3 giorni di sofferenza, anche con il rischio di problemi fisici. Alcune donne supplicano di smettere di soffrire in una atmosfera in cui la denuncia della sofferenza è vista come debolezza.

A qualche mese di distanza Maria è spaventata quando ripensa all’aggressione perché in quel momento non l’ha riconosciuta come tale. Ha attribuito quella reazione istintiva al momento - la perdita del compagno in quel momento difficile, la malattia e la morte del padre, l’arrivo imminente di un nipote. Ha pensato di aver reagito in modo eccessivo a causa del suo stato d’animo. Denunciare non le passa nemmeno per la testa. Nei mesi successivi, in coincidenza con la delibera Ferrero (21-807, il “Protocollo per il miglioramento del percorso assistenziale per la donna che richiede l’interruzione volontaria di gravidanza che prevede la presenza dei volontari del movimento per la vita negli ospedali), una giornalista le chiede di raccontare quanto ha vissuto e solo allora Maria capisce il motivo per cui ha reagito e riconosce la violenza che ha subito. C’è un fascicolo aperto in procura, Maria si sorprende che le abbiano riservato attenzione. Chissà quante aggressioni non riconosciamo. È necessario avere una consapevolezza maggiore. Anzi una consapevolezza, perché le donne e le ragazzine sono sconcertanti per difetto di consapevolezza riguardo ai propri diritti. Maria è sorpresa anche perché dopo il pezzo su la Repubblica torinese ci sono state alcune reazioni: alcuni politici, la Regione, il Movimento per la vita. Quasi nessuna reazione pubblica da parte di associazioni, o un insieme di donne, collettivi, un gruppo di amiche, insomma da parte delle donne. Anche contro. Le donne quasi non ci sono. L’unico gesto è stato un comunicato appeso al muro a cura di alcuni collettivi e associazioni che poi hanno fatto ricorso al TAR contro la delibera.
Chissà quante donne hanno vissuto situazione peggiori e non ne hanno parlato e continuano a vivere con questo peso nel cuore e si sentono in colpa in silenzio e in solitudine.

Volti e Parole, a cura di Pad Pad Revolution (indice).