lunedì 24 dicembre 2012

Il papa e l’uccellino

È la notizia dell’anno: Joseph Ratzinger, in arte Benedetto XVI, ha inaugurato un account Twitter.

Se non sarà lui in carne e ossa a digitare, lo farà qualcun altro autorizzato da Ratzinger a esprimere pensieri papali in 140 caratteri al massimo. Il 12 dicembre il primo twit: “Cari amici, sono lieto di stare in contatto con voi tramite Twitter. Grazie per la vostra generosa risposta. Vi benedico dal mio cuore”.
Anche prima che ci fosse il primo twit i followers erano centinaia di migliaia - in effetti pochi pensando a quanti nella realtà riconoscono al papa un’autorità religiosa, e soprattutto tenendo a mente che Justin Bieber ne ha quasi 31 milioni e mezzo e Lady Gaga oltre 32 milioni. I followers aumentano di giorno in giorno e si frammentano nei vari profili: it, eu, es, uk - ognuno dei quali segue solo gli altri @Pontifex in un circolo autoreferenziale. Oggi il profilo principale - Pontifex senza estensioni di nazionalità - ne ha poco più di un milione. Gli altri qualche centinaia di migliaia tutti insieme. Ma a parte i numeri, comunque provvisori, l’arrivo di Ratzinger nel mondo virtuale di Twitter qualcosa dà da riflettere. Secondo Whitney Mallet (Follow The Leader, The New Inquiry) è sorprendente che un sistema religioso tanto fondato sul materialismo, un sistema la cui fede si basa sulla credenza che l’ostia sia fisicamente - e non simbolicamente - il corpo di Cristo, sia interessato al virtuale. E potrebbe essere rischioso combinare la santità all’astrazione. Il passato rapporto della Chiesa con la tecnologia e i nuovi media suggerisce che il Web sarà terra di conquista. Non è certo una novità: il Vaticano ha già un sito multilingue - molto old fashioned e con meno traduzioni di Scientology (che il potere lo si veda dal numero delle lingue?), un’applicazione per la confessione - che però vale più come allenamento che come mezzo per l’assoluzione che reresta prerogativa umana - e una indubbia familiarità con la radio, la tv e vari altri mezzi di informazione/evangelizzazione. Il web sembra essere ancora un terreno quasi vergine, o almeno meno usato degli altri media, e un luogo ideale da conquistare. Soprattutto se si tiene conto che l’espansione cattolica è più vitale in Paesi come l’Asia e l’America meridionale, e nelle popolazioni più povere - mentre in Europa è in arresto o in declino. Tablet e pc a basso costo potrebbero essere buoni alleati della diffusione del Verbo. Non è detto però che la gerarchia, su cui il sistema cattolico si regge, non possa esserne scossa profondamente, colpita dal boomerang twitterante in modo imprevisto. Le strade della nemesi virtuale sono infinite. Per ora sembra essere la cautela l’ispirazione del neonato profilo. Nel corso dello stesso 14 dicembre, mentre su Twitter si legge una domanda mite e compatibile con varie credenze religiose (“Qualche suggerimento su quale sia il modo più proficuo per pregare mentre siamo così occupati con il lavoro, la famiglia e il mondo?”), l’Agi riporta una tipica manifestazione di aggressività ratzingeriana (“Unioni gay minacciano la pace. Eutanasia e aborto un pericolo”). In occasione della giornata mondiale della pace il messaggio papale torna su alcuni dei cavalli di battaglia tipicamente cattolici, o addirittura clericali, seppure mascherati da principi razionali e appartenenti alla “natura umana”. Un mistero della fede, probabilmente. Troppo lungo da twittare e troppo importante per essere spezzettato. Appena Pontifex scoprirà google shortener o altri modi analoghi per accorciare i link, il baratro sarà probabilmente colmato. Nel frattempo il Vaticano accoglie Rebecca Kadaga, presidente del parlamento ugandese e fan della legge antigay. ×

I miei oscar 2012: Moonrise Kingdom di Wes Anderson, No di Pablo Larrein, Episodes 2.

Lamette, Il Mucchio di gennaio 2013.

domenica 23 dicembre 2012

Il problema di vivere più a lungo


Negli ultimi 40 anni l’aspettativa di vita delle donne è aumentata di 12 anni, quella degli uomini di 11, ma il prezzo da pagare sembra essere alto: aumentano infatti le patologie mentali e fisiche. È solo uno dei particolari della fotografia che ci offre uno studio pubblicato da pochi giorni sulla rivista «Lancet», il Global Burden of Desease 2010. Un’indagine ciclopica, durata alcuni anni, che ha coinvolto quasi 500 ricercatori e 50 Paesi: il più ambizioso sforzo mai realizzato finora di descrivere le condizioni sanitarie globali. A partire dagli anni Settanta sono di molto diminuiti i decessi causati dalle malattie infettive, così come sono scese la mortalità materna e la malnutrizione. Muoiono molti meno bambini rispetto ad alcuni anni fa. Oggi le maggior parte delle morti nel mondo sono causate da infarto e da patologie cardiache, responsabili di quasi 13 milioni di decessi nel 2010. I principali fattori di rischio sono poi il fumo e l’alcol, particolarmente diffuso nell’Europa occidentale e nell’America latina. A seguire la scarsa attività fisica e l’alimentazione scorretta, correlate a circa 12 milioni e mezzo di morti. Le morti legate all’Aids sono passate dalle 300.000 del 1990 al milione e mezzo del 2010, e malattie per noi ormai quasi sconosciute - come la malaria e la tubercolosi - continuano a uccidere milioni di persone in Paesi lontani dal nostro. Al di là delle medie mondiali, ci sono infatti differenze profonde tra le nazioni più ricche e quelle più povere, tra quelle più avanzate tecnologicamente e quelle più arretrate.

La Lettura #58, domenica 23 dicembre 2012.

lunedì 17 dicembre 2012

Scopri da te chi porta i doni per Natale


Ogni volta che si avvicina dicembre molti bambini pensano a cosa chiedere a Babbo Natale, a meno che non abbiano già scoperto che non esiste e allora rivolgono le loro richieste direttamente ai genitori. Ogni volta che si avvicina dicembre alcuni genitori si domandano se sia meglio dire la verità invece di mantenere la finzione, visto che in genere tendiamo a considerare importante non dire bugie. O almeno così crediamo: infatti non solo raccontiamo che un tizio vestito di rosso se ne va in giro con una slitta trainata dalle renne a distribuire regali, ma mentiamo molto più spesso di quanto pensiamo - anche ai nostri figli. Potremmo cominciare con il dire che quella su Babbo Natale somiglia più a una favola che a una bugia, e che rientrerebbe nel dominio delle bugie bianche, ovvero le bugie buone, quelle raccontate non per ferire o per comodo. Interrogandoci su Babbo Natale, insomma, ci interroghiamo anche sulla natura delle menzogne, sulle ragioni per cui le usiamo e sui loro effetti. Non possiamo poi non tener conto del nostro interlocutore: se è un bambino il suo mondo morale e le sue capacità analitiche si stanno formando, e la risposta cambierà a seconda dell’età e delle circostanze.

La Lettura #57, domenica 16 dicembre.

domenica 2 dicembre 2012

Siamotuttisallusti?




Secondo l’articolo 595 del Codice Penale “chiunque [...] comunicando con più persone, offende l’altrui reputazione, è punito con la reclusione fino a un anno o con la multa fino a euro 1.032. [...] Se l’offesa è recata col mezzo della stampa o con qualsiasi altro mezzo di pubblicità, ovvero in atto pubblico, la pena è della reclusione da sei mesi a tre anni o della multa non inferiore a euro 516”. Il 18 febbraio 2007 esce su “Libero” Il giudice ordina l’aborto. La legge più forte della vita a firma Dreyfus. Il 26 settembre 2012 la Cassazione conferma la condanna della Corte d’Appello per Alessandro Sallusti, allora direttore di “Libero”: 14 mesi di reclusione senza condizionale.
Si scatena un putiferio: dalla campagna e #hashtag “Siamotuttisallusti” alle innumerevoli dichiarazioni scandalizzate e prese di distanza dalla condanna. In pochi partono dall’articolo incriminato, in pochi si fermano a riflettere sul reato di diffamazione e a raccontare cosa è successo tra il 2007 e il 2012, soprattutto i tentativi di risolvere la questione, a cominciare dalla richiesta di una rettifica. L’articolo inizia così: “Una adolescente di Torino è stata costretta [falso] dai genitori a sottomettersi al potere di un ginecologo che, non sappiamo se con una pillola o con qualche attrezzo, le ha estirpato il figlio e l’ha buttato via. Lei proprio non voleva [falso]. Si divincolava [fonti?]. [...] I genitori hanno [...] deciso che il bene della figlia fosse: aborto. [Se fossimo in una puntata di “Law & Order” qualcuno griderebbe “obiezione vostro onore!”]. [...] Un magistrato allora ha ascoltato le parti in causa e ha applicato il diritto - il diritto! - decretando: aborto coattivo [falso]. Ora la piccola madre (si resta madri anche se il figlio è morto) è ricoverata pazza in un ospedale [falso]. Aveva gridato invano: “Se uccidete mio figlio, mi uccido anch’io” [Dreyfus era nel reparto di interruzione di gravidanza? Fonti?]. Qui ora esagero. Ma prima domani di pentirmi, lo scrivo: se ci fosse la pena di morte, e se mai fosse applicabile in una circostanza, questo sarebbe il caso. Per i genitori, il ginecologo e il giudice [ecco, questa è finalmente una opinione].” Nella confusione s’è rischiato di usare l’esagerazione della pena (meglio sarebbe prendersela con il Codice Penale che con chi lo ha applicato) per giustificare la scelta di Dreyfus e l’ok del direttore responsabile a quell’elenco di bugie. Perché qui la questione non è essere contrari all’aborto (opinione) ma avere raccontato il falso, avere descritto la ragazzina come vittima di crudeli carnefici e i genitori in combutta con il giudice per costringerla ad abortire, anzi per stapparle il figlio dai visceri. Sulla diffamazione si potrebbe discutere a lungo: vogliamo considerarlo reato senza vittima, siamo pronti a prenderci tutte le conseguenze? Siamo sicuri che non ci sia una vittima e come potremmo difenderci se qualcuno scrive su un giornale che siamo dei serial killer? Che pensare dell’incitazione all’odio razziale o dell’omofobia? In Italia il primo è reato come crimine d’odio, sulla seconda siamo terribilmente evasivi. Si potrebbe - e dovrebbe - discutere sul tipo di pena e sull’inopportunità del punire l’intemperanza del linguaggio, anche se le critiche si basano su fatti veri. Il carcere non può che apparire spropositato e insensato - ma anche giocare a fare i martiri dopo avere rifiutato qualsiasi rimedio lo è. Prima di decidere cosa pensare è consigliabile leggere almeno Sallusti secondo me di Federica Sgaggio, 23 settembre 2012 e Libertà di diffamazione di Michael Braun, 27 settembre 2012, Internazionale. Così siamo pronti per l’ultima puntata, cioè il cosiddetto SalvaSallusti. È lo stesso Sallusti a commentare il 13 novembre sul suo profilo “Mi sento meno solo. Con la legge approvata dal Senato a San Vittore finiremo in tanti”.

Lamette, Il Mucchio Selvaggio di dicembre.

Demolire le accuse con l’alibi neurologico


«Costantinopoli» è la parola magica con cui un illusionista fedifrago ordina per telefono a C.W. Briggs/Woody Allen di rubare dei gioielli in La maledizione dello scorpione di giada. Potremmo forse punire C.W. per un furto commesso senza intenzione e senza che se ne rendesse conto? Da tempo la punibilità si basa su questi cardini e abbiamo familiarità con la valutazione della capacità di intendere e di volere come condizione necessaria per la condanna di un imputato. Gli strumenti a nostra disposizione evolvono e oggi neuroimaging e scansioni cerebrali sono entrati nei tribunali, all’inizio timidamente, poi sempre più autorevolmente. E sempre più spesso. Nel discorso d’apertura dell’incontro annuale dell’International Neuroethics Society, svoltosi lo scorso ottobre a New Orleans, Nita Farahany ha ricordato che nel 2011 i giudici hanno menzionato le neuroscienze in almeno 1500 casi. Nel 2007 erano 112 e verosimilmente la stima è inferiore alla realtà.

Il Corriere della Sera, la Lettura #55, 2 dicembre 2012.

domenica 11 novembre 2012

Quando la risata è femmina. Oltre il muro del pregiudizio


Le donne sanno far ridere? Da questa domanda parte Yael Kohen in We Killed: The Rise of Women in American Comedy (Sarah Crichton Books). La risposta positiva è affidata alla storia delle protagoniste della commedia statunitense dagli anni Cinquanta fino ad oggi, anzi alla loro stessa voce. Dopo una breve introduzione, Kohen lascia che siano i racconti in prima persona a ricostruire l’affresco di circa sessant’anni di stand up comedy e serie tv.
Il libro è anche la storia di un pregiudizio difficile da rimuovere, tanto che la domanda è ancora molto frequente: le donne sanno far ridere? La domanda implica un’indagine su un contesto più ampio: esiste una comicità femminile? Le donne e gli uomini ridono per le stesse battute e possono fare le stesse battute? Quando Christopher Hitchens aveva scritto nel 2007 Why Women Aren’t Funny su Vanity Fair era partito proprio dalle differenze culturali rispetto alla seduzione per giustificare la differenza: se è frequente sentire una donna elogiare un uomo perché la fa ridere, accade di rado il contrario.

Il Corriere della Sera, la Lettura #52, 11 novembre 2011.

lunedì 29 ottobre 2012

Le priorità (#Bioethics2012)


C’è l’emergenza economica, i diritti vanno in secondo piano!”. “Non c’è lavoro, che vuoi che importi alle persone dell’eutanasia e della sperimentazione embrionale?”.
Abbiamo sentito migliaia di volte affermazioni simili, con sfumature diverse ma con la stessa pretesa: separare chirurgicamente i diritti civili dall’economia, mettere ordine nella gerarchia di importanza: prima il risanamento, poi magari i capricci liberali. E se già non bastasse l’assurdità della pretesa di delegare i diritti a un futuro più roseo e indeterminato, sarebbe sufficiente guardare meglio per capire che la staticità non è nemmeno rispettata. Perché l’erosione dei diritti è in atto, è continua, e non passa solo attraverso l’attesa. Il diritto di famiglia è fermo più o meno alla riforma degli anni settanta, la garanzia dell’interruzione di gravidanza è messa in dubbio dalle altissime percentuali di obiettori di coscienza, la discussione sulle direttive anticipate è bloccata nelle paludi paternalistiche e la legge in discussione è un attentato all’autodeterminazione. Non è vero che la politica è ferma sui diritti civili, piuttosto si muove all’indietro e cerca di dissimulare il rinculo conservatore. “Sopire, troncare, padre molto reverendo, troncare, sopire”. Se dovessi attribuire alle parti politiche una posizione precisa su questi argomenti mi perderei tra precisazioni, distinguo, malintesi e nebbie (del presidio giuridico abbiamo già parlato un paio di mesi fa).
Nel frattempo negli Stati Uniti le campagne presidenziali si sfidano ferocemente sull’aborto, sulla ricerca sulle staminali, sulla salute e sui diritti riproduttivi. Per farsene comodamente una idea basta consultare la tabella comparativa creata dall’Hastings Center di New York, famoso centro di ricerca sulla bioetica: Tracking where canditates & parties stand on bioethics issues (c’è pure l’hashtag #bioethics2012). Non è che lì non litigano mai e vanno tutti d’accordo, né che sono più buoni e quello che promettono mantengono, però almeno si capisce quale sia la posizione ufficiale e la direzione dei democratici e dei repubblicani su questioni fondamentali. Perché il lavoro e l’economia sono senza dubbio priorità anche negli Stati Uniti, ma nel frattempo le persone si ammalano, hanno bisogno di abortire, vogliono un figlio o vorrebbero sposarsi, confidano nella ricerca biomedica o vogliono morire soffrendo il meno possibile.
Nella pagina che l’Hastings Center dedica a Bioethics 2012 ci sono due colonne, quella a sinistra per il presidente in carica Barack Obama e quella a destra per il governatore sfidante Mitt Romney. Si parte dalla ricerca e educazione per arrivare alle policies sui vaccini; la riforma sanitaria è una componente fondamentale della sfida presidenziale, ma la sfida si gioca anche sulla contraccezione, sulla clausola di coscienza per il personale sanitario e sull’accesso all’assistenza sanitaria per gli immigrati - le differenze sono ben visibili e ricalcano le note opposizioni tra la parte democratica e quella repubblicana. Tanto per capirci: il partito democratico crede che sia solo la donna a poter decidere sulla propria gravidanza e che ci sia il diritto di accedere a un aborto sicuro e legale, nonostante alcune donne non possano permettersi di pagare (è banale sottolineare che la discriminazione economica è ancora più forte in un sistema sanitario non pubblico). I repubblicani si oppongono all’uso di fondi pubblici e si schierano per la “santità della vita umana innocente”. Obama è a favore della garanzia di accesso alla contraccezione - ancora una volta soffermandosi sul reale ostacolo all’accesso, cioè i costi - mentre Romney preferisce i valori religiosi e l’insegnamento dell’astinenza fino al matrimonio per evitare gravidanze non volute e arginare la trasmissione delle malattie sessualmente trasmissibili (quando ti sposi non puoi che riprodurti e non rischi di prenderti l’Hiv). Bioethics 2012 è un utile promemoria di quanto in Italia è rimandato al prossimo secolo.

Lamette, Shave the Queen, Il Mucchio Selvaggio di novembre.

domenica 28 ottobre 2012

A Boston si vota sul suicidio assistito


Il prossimo 6 novembre i cittadini del Massachusetts voteranno sul suicidio assistito. Se la maggior parte di loro sceglierà per la legalizzazione sarà il terzo Stato degli Usa, dopo l’Oregon e Washington, a permettere ai medici di prescrivere un farmaco letale.
Il Massachusetts Death With Dignity Act consentirebbe ai residenti di scegliere di morire in caso di malattia terminale - o meglio di scegliere come morire nel caso in cui l’aspettativa di sopravvivenza sia inferiore ai sei mesi, le condizioni di vita siano diventate insopportabili o il dolore sia intrattabile.

Il Corriere della Sera, La Lettura #50, 28 ottobre 2012.

domenica 21 ottobre 2012

Anoressia: troppo facile incolpare le modelle


“L’anoressia? È tutta colpa di Twiggy e dell’icona di donna pelle e ossa che ha generato”. E se Twiggy è invocata da chi era giovane negli anni Sessanta, e le nuove generazioni l’hanno sostituita con qualche altra modella o attrice, la connessione causale rimane intatta: si diventa anoressici perché il modello culturale ci rimanda una donna magrissima, vogliamo adeguarci a quel modello e l’anoressia non è altro che il nostro desiderio imitativo che ci sfugge di mano. La moda è spesso considerata la pecora nera nel fragile mondo della rappresentazione e dell’istigazione all’ossessione per la magrezza. Vale anche al contrario: alla fine di settembre alcuni autoscatti di Lady Gaga con qualche chilo in eccesso sono stati presentati - e interpretati da molti - come un esempio di ribellione autocompiaciuta alla magrezza imposta. In questa nebbia il recente libro di Carrie Arnold (Decoding Anorexia: How Breakthroughs in Science Offer Hope for Eating Disorders, Routledge) indica una strada diversa, nascosta dal brusio colpevolizzante verso le modelle spigolose.
La Arnold unisce il racconto di esperienze e vissuti — compreso il suo passato di anoressica — a un’analisi biologica e scientifica delle cause dei disturbi alimentari. E, supportata da ricerche e numeri, ci ricorda non solo che le anoressiche sono sempre esistite, ben prima delle supermodelle, ma che esistono in realtà rurali e non bombardate da pubblicità e sfilate. Non solo: i fattori culturali condivisi sembrano essere meno rilevanti come elemento scatenante rispetto a quelli individuali — una violenza subita, per esempio — e il richiamo imitativo non spiega perché non si ammalano di anoressia tutti quelli esposti al modello di bellezza scheletrica.
La connessione tra moda e anoressia potrebbe anche contribuire alla sottovalutazione della patologia, a rinforzare la convinzione — tipica di ogni forma di dipendenza —del «posso smettere quando mi pare», perché in fondo non sto male, è solo una fissazione passeggera. E invece l’anoressia è una patologia ostinata e mortale, anche perché strettamente intrecciata a forme depressive gravi e a tentativi di suicidio. È difficile, a volte impossibile, asciugare il terrore di assumere calorie al punto da rifiutare l’acqua, smettere di controllare il proprio peso e quello del quarto di mela concesso per pranzo o non procurarsi il vomito per scongiurare un allucinatorio senso di pienezza. Il modello esplicativo che appiattisce le cause all’industria del fashion, favorito dai media, rischia di condannare al sommerso quanto sfugge a questa spiegazione. Come al solito avere una fotografia più nitida è la condizione necessaria per ipotizzare più correttamente un rimedio e non sprecare energie sostenendo anatemi contro la taglia 40.

Il Corriere della Sera, La Lettura #49 di oggi 21 ottobre 2012.

lunedì 1 ottobre 2012

Domani è un altro giorno (per rimandare)


L’acrasia è un problema filosofico antico. Da Platone ad Aristotele fino ai filosofi, psicologi e neuroscienziati contemporanei, il problema della debolezza della volontà ha stimolato riflessioni e domande ontologiche. Esiste? È una scusa? Quali cause ha? È curabile?

Ognuno di noi l’ha sperimentata: chi infatti non è stato pigro o non ha promesso a se stesso propositi che poi non ha mantenuto? È il “da lunedì” o “dal primo del mese”, poi disatteso per essere riformulato alla prossima occasione o al prossimo rimpianto. È l’eterna “ultima sigaretta”. US. È, naturalmente, “dal prossimo anno”.
Il guaio è che una volta disatteso il primo innocente proposito, la strada della disfatta è irrimediabilmente tracciata e la prossima violazione sarà più facile, quasi indotta o suggerita dal precedente fallimento. “Perché questa volta dovrei farcela?” è il subdolo bisbiglio che accompagna ormai ogni tentativo.
Il contratto tra la parte volenterosa e quella irresoluta di noi viene continuamente riformulato, cambiato, omesso, rinnegato. Come una impalpabile tela di Penelope. Nel frattempo non ci alziamo dal divano o continuiamo a ingozzarci, soprattutto se ci hanno portato a pranzo in un buffet “all you can eat”. È gratis, posso mangiare anche se non ho più fame.
Forse anche il “posso smettere quando mi pare” è una forma allucinatoria di acrasia: potrei farlo, ma non voglio. Se volessi ci riuscirei. Finisce per somigliare a una excusatio non petita o a una dichiarazione di resa. L’oggetto del buon proposito è eterogeneo e in genere viene fissato a degli inizi ritenuti intrinsecamente significativi (oppure si sceglie una data che ha significato per noi), ha il sapore rituale della soglia che deve separare il passato dal futuro, il mio io pigro da quello che esegue quello che si ripromette. “Non sono un cazzaro come al solito” è la speranza sottostante che ci spinge nelle braccia del vincolo.
Tra i buoni propositi c’è senza dubbio l’esercizio fisico: chi non ha mai promesso di mettersi in forma, soprattutto all’avvicinarsi dell’estate, dopo le feste o dopo qualche acciacco fisico? Oggi esiste una applicazione che potrebbe essere nostra alleata: si chiama GymPact e funziona come un personal trainer molto particolare. Si può scommettere su se stessi: se poi non rispetti il tuo impegno paghi, se invece sei disciplinato ottieni un bonus (derivante dai soldi persi dai pigri). Si comincia selezionando il numero dei giorni da destinare alla palestra: la maggior parte delle persone sceglie 3, ma puoi anche cominciare con 1. Se riesci a mantenere il patto puoi guadagnare circa 2 dollari a settimana (si va da 70 centesimi per un giorno, fino a 4,90 per 7 giorni su 7). Poi scegli quanto vuoi pagare per ogni giorno che salti.
Sembra assurdo ma il meccanismo del rinforzo positivo immediato (ed economico) sembra funzionare molto più del beneficio a lunga scadenza. Tutti abbiamo sempre saputo che ci avrebbe fatto bene l’esercizio fisico, eppure...
Clare Allan sul “Guardian” racconta la sua esperienza con i suoi passati tentativi di andare in palestra. Per merito di una gym buddy nell’ultimo anno era riuscita a fare esercizio due o tre volte a settimana per nove mesi. I benefici erano evidenti, e non solo dal punto di vista fisico: l’umore ne aveva giovato, proprio come ti dicono e tu non ci credi mai. Ma poi di colpo aveva smesso. A un certo punto una delle due aveva saltato un giorno, poi un altro e nel giro di poco tempo era diventato così facile non rispettare l’impegno che il patto si sciolse senza nemmeno bisogno di dichiararlo. Cosa sarebbe successo se almeno uno dei due firmatari non avesse mollato? Clare deve averci pensato a lungo, ha comprato anche molti libri che si era proposta di leggere ma che per la maggior parte occupano la libreria inutilizzati. In effetti la letteratura è sterminata e se un pigro cerca una spiegazione o - peggio ancora - una soluzione l’impresa è ardua e contraddittoria. E poi cosa l’ha spinta tornare in palestra? GymPact. È sorpresa, ma così è andata. “Really, it gives you hope for the human race”.

domenica 23 settembre 2012

I grassi non hanno colpe


Negli Stati Uniti il sovrappeso e l’obesità sono un grave problema sanitario e sociale. In molti Paesi industrializzati la percentuale di persone con problemi di peso aumenta vertiginosamente, con la complicità di uno stile di vita sedentario e frenetico. Non sono secondari il fattore economico e l’accesso a una corretta educazione alimentare: un fast food è più economico di un ristorante e ci vuole meno tempo a comprare un vassoio di cibo preconfezionato che a cucinarsi, magari tenendo sotto controllo le calorie. Servono solo qualche dollaro e un paio di minuti per acquistare un pasto ipercalorico.
Gli effetti collaterali dell’aumento di peso incidono sempre più sui costi sanitari e la diffusione dell’obesità infantile rischia di cronicizzare il fenomeno, rendendo sempre più difficile tornare indietro e arginare le conseguenze di 20 o 30 chili di troppo. Negli Stati Uniti quasi il 70% degli adulti e più del 30% dei bambini sono sovrappeso o obesi. Patologie cardiovascolari, diabete, ma anche affaticamento cronico, depressione e vergogna appaiono come metastasi incontrollabili e, a volte, come un destino immutabile.
Di recente l’American Psychiatric Association ha introdotto 5 nuove categorie diagnostiche nell’area dei disturbi alimentari, tra cui il binge eating: mangiare compulsivamente e velocemente quantità eccessive di cibo.
Come invertire questa tendenza? Secondo un recente studio condotto da tre ricercatori dello Yale University’s Rudd Center for Food Policy and Obesity, e pubblicato sull’«International Journal of Obesity» pochi giorni fa, il segreto sta nel non nominare l’obesità e nell’evitare minacce e messaggi colpevolizzanti. Lo studio, significativamente intitolato Fighting obesity or obese persons? («Combattere l’obesità o le persone obese?»), analizza la percezione pubblica dei messaggi delle campagne antiobesità.

Il Corriere della Sera, la Lettura #45, 23 settembre 2012.

domenica 16 settembre 2012

L’astuzia evolutiva di un bambino che piange


Siamo andati sulla Luna, abbiamo inventato il computer e analizzato il nostro stesso processo evolutivo. Ma abbiamo anche dei comportamenti considerati ben meno eroici e degni di attenzione: sudiamo, abbiamo il singhiozzo, starnutiamo, sbadigliamo.
Proprio su questi comportamenti, abbastanza trascurati dagli scienziati, si concentra Robert Provine nel suo ultimo libro Curious Behavior: Yawning, Laughing, Hiccupping, and Beyond (2012, Belknap Press, 288 pagine). Provine, psicologo e neuroscienziato dell’Università del Maryland, li considera interessanti mezzi per comprendere come funziona il nostro cervello e come ci siamo evoluti e differenziati dalle specie a noi affini. Accusa anche di pedanteria quelli che non vogliono saperne di scoregge e pruriti - la cosiddetta small science non è affatto banale o meno importante delle auliche cugine. E poi avete mai provato a trattenere uno starnuto o a resistere dal grattarvi?
Non solo: spesso le più importanti scoperte scientifiche sono possibili grazie allo studio delle componenti elementari, dei più piccoli segmenti di quel sistema i cui meccanismi cerchiamo di illuminare.

Il Corriere della Sera, la Lettura di oggi.

giovedì 6 settembre 2012

L’anima? È solo un’illusione


Il nostro corpo è stato a lungo considerato come sede, momentanea e imperfetta, di un’anima immortale e immateriale. Con la fine o l’attenuazione della concezione religiosa dell’anima si sono alternati diversi agenti che hanno ripreso e incarnato alcune delle sue caratteristiche: dall’inconscio ai condizionamenti sociali, dalle emozioni alle passioni, tutti hanno ammiccato a un dualismo ontologico. La scienza ha sempre cercato di mettere in guardia gli uomini dal potere seduttivo di soluzioni facili, illusorie e lontane dalla corretta spiegazione dei fenomeni. “Ma è noto che l’uomo non ama conoscere la verità, soprattutto se lo riguarda da vicino, e preferisce le nozioni confuse e inverificabili che conducono al fiorire delle mitologie, passate e presenti” - scrive Edoardo Boncinelli in Quel che resta dell’anima (Rizzoli), un vero e proprio viaggio attraverso la tradizionale idea di anima e i suoi molteplici aspetti nel corso dei secoli. Un viaggio anche attraverso le parole, soprattutto quelle così cariche di significati da rendere ogni conversazione faticosa e spesso confusa. Sono le parole che Boncinelli chiama “parole-interruttore”, quelle che ci trascinano in una nebbia di frasi fatte e pregiudizi, che non riescono a scrollarsi di dosso il peso ideologico e che attivano in noi reazioni immediate e poco razionali.

Il Corriere della Sera, 6 settembre 2012.

venerdì 31 agosto 2012

Perché l’Europa ha bocciato la Legge 40


Due giorni fa la Corte europea dei diritti umani ha dichiarato, in risposta al ricorso di una coppia italiana, che impedire l’accesso allo screening embrionale costituisce una violazione del diritto alla privacy e alla vita familiare (articolo 8 della Convenzione europea sui diritti umani). La Corte si è espressa su una delle parti più discriminatorie e incoerenti della legge 40 sulle tecniche riproduttive, una delle poche rimaste in piedi dopo anni in cui la legge è stata demolita da molte sentenze di tribunali e dal TAR del Lazio. La Corte ha anche suggerito di non confondere i concetti di “embrione” e “bambino”, confusione che è uno dei cavalli di battaglia di chi vuole limitare o negare qualsiasi scelta riproduttiva in nome della inviolabilità del “bambino”. Chiamando “bambino” (unborn child) l’organismo a partire dai primi stadi di sviluppo si vuole attribuire a quest’ultimo le caratteristiche e i diritti del primo, dimenticando che tra un uovo e una gallina - pur nella continuità dello sviluppo - esiste una differenza ontologica impossibile da negare. Perché la coppia si è rivolta all’Europa? Per evitare il rischio di trasmettere al nascituro la fibrosi cistica (a futura memoria ecco l’elenco di quelli che hanno appoggiato il ricorso e di quelli che invece sono intervenuti in giudizio pubblicato da Il Manifesto). La legge 40, infatti, impedisce a chi non è sterile di accedere alle tecniche e, di conseguenza, alla diagnosi genetica di preimpianto. Utilizzando la diagnosi di preimpianto la coppia - e quanti si trovano in situazioni simili - potrebbe evitare di impiantare un embrione affetto dalla patologia genetica. Ricordiamo che le diagnosi prenatali sono legali in Italia e che hanno la stessa finalità: analizzare le condizioni dell’embrione. In questo caso l’embrione già impiantato - per vie naturali o artificiali - invece che prima dell’impianto. In seguito alla diagnosi prenatale si può scegliere di interrompere la gravidanza (è quello che viene chiamato “aborto terapeutico”). Perché sarebbe legittimo eseguire una diagnosi sull’embrione impiantato e non su quello ancora da impiantare? È vero che la legge 194 sull’interruzione volontaria di gravidanza giustifica l’eventuale interruzione in nome della salvaguardia della salute psicofisica della donna, ma non vedo perché non si possa invocare la stessa ragione nel caso in cui la donna sappia che rischia di avviare una gravidanza con un embrione affetto da una grave patologia, e che dovrà aspettare almeno qualche settimana per la diagnosi prenatale, per poi decidere se interrompere la gravidanza.

30 agosto 2012, Pubblico.

mercoledì 29 agosto 2012

Presidio giuridico, chi era costui?

La reazione più invadente di fronte alle dichiarazioni di Pierluigi Bersani in quell’afoso pomeriggio di luglio è stata la sorpresa. In quel pomeriggio in cui l’ennesima assemblea del PD si è consumata tra polemiche, feroci discussioni, documenti non votati e illeggibili il vero protagonista sembra essere proprio questa bizzarra specie di neologismo. “Un presidio giuridico per gli omosessuali”.
Si immagina una specie di torretta di controllo o comunque qualcosa di fisico, un confine, una riserva delimitata da controllori in cui gli omosessuali potrebbero essere messi, magari dopo un periodo di quarantena. Così loro possono vivere tranquilli e noi possiamo stare in pace con la coscienza.
“Un presidio giuridico per gli omosessuali”. Una ennesima tacca sulla colonna dei buoni, un ennesimo segnale di riconoscimento così stiamo tranquilli, nessuno può confonderci. “Non ho mica niente contro gli omosessuali, ma il matrimonio no, e poi non parliamo dei figli. Vogliono mica essere egoisti questi omosessuali?
Non ci rende quasi contro di quanto sia osceno e pornografico distinguere gli individui in base a scelte private. Di quanto sia inammissibile che lo Stato guardi dentro le nostre case, ci chieda conto di chi vogliamo sposare, analizzi il nostro DNA per poi autorizzare qualcosa che dovrebbe essere solo una nostra scelta.
Nessuno nega loro di amarsi, ma vogliono pure sposarsi?
Sarebbe molto più semplice se parlassimo delle persone senza aggiungere caratteristiche del tutto irrilevanti ai fini dell’attribuzione di diritti fondamentali. Sarebbe anche molto più giusto dimostrare perché alcuni dovrebbero avere diritti parziali, condizionati dagli umori di ipocriti e bigotti. Ma in questo caso potrebbe essere difficile difendere posizioni indifendibili, perché discriminatorie e ingiuste. “Non ho niente contro persone di una razza diversa, ma vogliono pure sposarsi? E poi la società non è pronta, per non parlare della sofferenza degli eventuali figli.
Solo qualche decennio fa si discuteva di eliminare il divieto di matrimoni interazziali e la discussione di allora è molto, molto simile a quella di oggi sui matrimoni per tutti - non voglio nemmeno più usare l’espressione “matrimoni omosessuali”. Cosa dovrebbe importarci se voglio sposare Francesca o Francesco? A chi devo rendere conto?
Il matrimonio forse non è nemmeno l’istituto ideale, così ancorato a una idea arcaica di famiglia e ancora tanto lungo da sciogliere (per divorziare ci vogliono circa 4 anni se tutto va bene, cioè se il divorzio è consensuale). Si potrebbe pensare a istituti più leggeri, ma oggi abbiamo un problema enorme e mantenerlo significa mantenere una evidente ingiustizia: l’accesso è consentito solo ad alcuni. Matrimonio per tutti o matrimonio per nessuno, non esistono vie di mezzo giuste ma solo ingiustizie travestite e camuffate da parole oscure e concetti tortuosi.
“Un presidio giuridico per gli omosessuali”. È un modo per trasformare un discorso semplice nell’opera di un azzeccagarbugli distratto. E questo è forse parte di un piano preciso, in fondo il presidio giuridico è solo un esempio tra i tanti. Basterebbe leggere il documento sui diritti curato da Rosy Bindi, che all’indomani dell’assemblea ha accusato di essere “massimalistici” quelli a favore dell’uguaglianza dei diritti. Massimalistici. E chi se lo sarebbe aspettato d’essere massimalistica?
Forse il guaio è ancora più vasto e irrimediabile della sottrazione - grave, gravissima - di diritti importanti senza una giustificazione valida. È la scelta di usare parole ed espressioni incomprensibili per mantenere tutto fermo come in una radura nebbiosa, per non disturbare nessuno finendo per scontentare tutti, per farci perdere ore in una complessa e impossibile opera di esegesi.
Lo dice bene Fred Vargas in La cavalcata dei morti: “A furia di allontanarsi dalle parole, le più limpide teorizzazioni si trasformano in dicerie. E non si sa più niente. Fra approssimazioni e inesattezze la verità si dissolve e apre la via all'oscurantismo.”

Lamette, sul Mucchio di settembre.

mercoledì 18 luglio 2012

Turchia, banditi i medicinali per l’aborto sicuro


Ieri Women on Waves, organizzazione internazionale non governativa che combatte per i diritti riproduttivi e la salute delle donne, ha pubblicato un comunicato stampa sulla politica restrittiva della Turchia sull’aborto: Press release: Turkey bans medicines used for safe abortion from pharmacy in move to further restrict access.
Le farmacie non potranno più vendere il Misoprostol, un farmaco utilizzato dalle donne per indurre una interruzione di gravidanza. Il Misoprostol può essere usato fino alla nona settimana di gravidanza senza rischi secondo il World Health Organization; serve anche per il trattamento e la prevenzione delle emorragie post parto, responsabili del 25% delle morti puerperali.
La decisione della Turchia non è una sorpresa, anzi è una mossa coerente con la premessa: “l’aborto è un omicidio” aveva dichiarato Tayyip Erdoğan nel maggio scorso. E anche il parto cesareo non va tanto bene. Il governo turco sta lavorando per modificare la legge sull’aborto, anticipando il termine per interrompere una gravidanza alla quarta settimana (oggi in Turchia si può abortire fino alla decima). Imporre il limite alla quarta settimana significa impedire alla maggior parte delle donne di accedere a un aborto sicuro. Difficilmente una donna si accorge di essere incinta così precocemente, come lo stesso comunicato di Women on Waves sottolinea.
La decisione è anche una mossa preventiva e finalizzata a perfezionare il piano per impedire alle donne di abortire: una volta che l’interruzione di gravidanza sarà resa di fatto estremamente difficile le donne non potranno semplicemente comprare in farmacia un mezzo per abortire in modo abbastanza sicuro.
Tutti sanno cosa succede quando l’interruzione di gravidanza è vietata o resa quasi inaccessibile, e non è certo difficile da immaginare. Nei Paesi in cui le politiche abortive sono restrittive sono moltissime le donne che muoiono o che riportano danni gravi e permanenti. Nelle Filippine nel 2008 sono stati eseguiti 560.000 aborti clandestini, 90.000 donne hanno avuto complicazioni e 1.000 sono morte, secondo il report a cura del Center for Reproductive Rights (Forsaken Lives: The Harmful Impact of the Philippine Criminal Abortion Ban).
Vietare l’aborto o renderlo quasi impossibile non eliminerebbe il fenomeno, ma lo renderebbe clandestino e alimenterebbe la corruzione.
Così è oggi nei Paesi in cui è vietato, così era prima che fosse legalizzato in Italia e altrove. E così rischia di tornare ogni volta che l’accesso è reso complicato. Chi è smemorato o distratto può guardarsi 4 mesi, 3 settimane e 2 giorni: Cristian Mungiu racconta la paura e lo squallore di un aborto clandestino durante gli ultimi anni del regime di Nicolae Ceauşescu. Oppure può domandare alla propria madre o alla propria nonna cosa accadeva prima che fosse depenalizzato il reato di aborto: ferri da calza o altri rimedi casalinghi rischiosi e dolorosi, cucchiai d’oro o un viaggio all’estero per chi poteva permetterselo.

Su Pubblico di ieri.

lunedì 16 luglio 2012

Divorzio (e matrimonio) all’italiana

Alcuni giorni fa l’Istat ha pubblicato il report Separazioni e divorzi in Italia. Se n’è già scritto molto, perché tornarci? Perché molti hanno titolato insistendo sulla famiglia in crisi: Istat, la famiglia italiana dura in media 15 anni. Boom di separazioni fra ultrasessantenni, TGCOM; Famiglia, il matrimonio regge 15 anni. L’Istat certifica: aumentano le separazioni, Corriere della Sera; La famiglia fa crac dopo 15 anni di matrimonio, Metro (12 luglio 2012); Istat: la famiglia è sempre più in crisi il matrimonio dura in media 15 anni, Il Messaggero (13 luglio 2012).
L’impressione è che il matrimonio coincida con la famiglia, quella al singolare e con la “F” maiuscola. Questo almeno secondo i titoli e gli articoli, perché nel report l’identificazione è assente e c’è una sola occorrenza di “famiglia” a pagina 14: “Altro aspetto di rilievo per valutare l’impatto economico della separazione è l’assegnazione dell’abitazione nella casa dove la famiglia viveva prima del provvedimento del giudice”.
Il matrimonio infatti non è una condizione necessaria per costituire una famiglia, in parte anche a causa dell’arretratezza del diritto di famiglia italiano. Non esiste un solo modello familiare e basterebbe guardarsi intorno per capirlo: famiglie ricomposte, omogenitoriali, monoparentali, allargate, orizzontali, verticali. Sono famiglie spesso invisibili, clandestine, prive di tutele normative perché il matrimonio oggi è permesso solo tra un uomo e una donna (e, come vedremo in seguito, per altre ragioni). O meglio, tra un individuo geneticamente XY e un individuo geneticamente XX oppure tra due individui geneticamente uguali se uno dei due ha cambiato genere sessuale. La legge sulla riassegnazione del sesso (164/82) permette di rettificare l’attribuzione di sesso anagrafico e il cambio di nome, quindi se come Chiara non posso sposare Francesca, posso farlo se quest’ultima diventa Francesco. Per quale ragione è tanto importante quali organi sessuali abbiamo? Molti dei presunti motivi per mantenere la discriminazione somigliano molto a quelli invocati per mantenere il divieto di matrimoni interrazziali. Non esiste alcuna buona ragione per escludere alcune persone dalla possibilità di sposarsi.

Continua su Pubblico.

lunedì 9 luglio 2012

La verità, vi prego, sul sesso


La modernità ha stravolto il nostro modo di fare figli, di fare sesso e anche di morire offrendocene una versione liberale. La morale tradizionale arretra di fronte a questa rivoluzione, non senza combattere e senza cercare di rianimare vecchi modelli e antiche regole. D’altra parte il cambiamento di paradigma richiede tempo e conoscenze: le indagini tra i giovani rivelano idee approssimative sul sesso e spesso le proposte di educazione sessuale nelle ore scolastiche sollevano scandalo e indignazione. L’ignoranza, si sa, non è un’alleata dell’esercizio della libertà. Solo pochi decenni fa, era il 1965, Sedotta e abbandonata di Pietro Germi ben descriveva le idee di “consesso carnale” peccaminoso e le regole patriarcali inviolabili, pena il disonore e la vergogna. Cosa è rimasto di quel mondo? Quanto la vergogna si lega a questi residui tradizionali, lasciati intatti perché non si hanno abbastanza conoscenze? In quest’ultimo secolo, inoltre, la sessualità è stata travolta da due scoperte: la contraccezione e le tecniche riproduttive. Nel primo caso la sessualità si slega definitivamente dalla riproduzione, nel secondo è la riproduzione a non richiedere più un rapporto sessuale.

Proviamo a capire la portata di questo cambiamento e quali ostacoli si frappongono al suo compimento insieme a Piergiorgio Donatelli, ordinario di Filosofia morale alla Sapienza di Roma, che nel suo ultimo libro, La vita umana in prima persona (Laterza, 2012), parte proprio da qui.
“Il mondo tradizionale sopravvive al 600, cioè fino a quando la scienza moderna, la riforma protestante e le nuove idee di libertà cominciano a diffondersi. In quel mondo alcune zone della vita umana, come la sessualità e il morire, erano organizzate eticamente nella forma del divieto assoluto. Quel rigore era legato a Dio e si radicava in un sistema fortemente gerarchico. Il finalismo - ovvero l’idea che il mondo fosse regolato in vista di un fine - completava il quadro. In questo scenario la riproduzione è il fine della sessualità e fa parte del disegno di Dio che si rivela attraverso la donna: il corpo è strumento per, un veicolo di un fine che devi rispettare. Non c’è spazio per la scelta e il sesso non è una questione soggettiva come lo intendiamo oggi”.
La sessualità, infatti, era fortemente connotata da questo rigore morale, da ruoli predefiniti e immutabili, da finalità decise da altri. “I doveri coniugali - continua Donatelli - erano rigidi, il matrimonio era quello eterosessuale perché destinato al fare figli che dovevano nascere esclusivamente in quella cornice”. La disparità tra figli legittimi e naturali, ovvero “i bastardi”, è durata fino alla riforma del diritto di famiglia negli anni Settanta e la sessualità si porta ancora dietro una patina di condanna morale. “Questo accade perché era intrinsecamente legata alla riproduzione. La soggettività e il piacere erano escluse da quegli angusti limiti predefiniti: gli uomini erano diversi dalle donne perché diversi erano i fini riproduttivi. Questo scenario è rimasto in piedi fino a Kant - per quanto fosse un filosofo dell’Illuminismo. Colpisce pensare che il divieto di uccidere avesse tante eccezioni, e questi invece no. Mai suicidarsi, mai fare sesso se non conforme ai doveri coniugali. Da san Tommaso in poi è il dominio del ‘contro natura’, ovvero l’offesa a Dio e all’ordine sociale”. Questo è il mondo dietro alle nostre spalle. Quando si frantuma come ristabiliamo i codici di comportamento? Quanto ci rimane addosso quel senso di divieto e di vergogna per averlo violato?

Su Il Mucchio di luglio.

sabato 7 luglio 2012

L’O di Roma


Spesso gli abitanti di una città sono quelli che meno la conoscono. Anche i più turistici degli abitanti, tuttavia, difficilmente si avventurano nelle case altrui o si ostinano a voler attraversare il Tevere. Tommaso Giartosio l’ha fatto in L’O di Roma (Laterza, 2012). In tondo e senza fermarsi mai. Tutto comincia con un’idea onirica: attraversare la città seguendo una circonferenza, una O tracciata su una mappa. Il centro, dove puntare il compasso, corrisponde a piazza Venezia. Esattamente sulla pedana del vigile che sta alla fine di via del Corso, quella pedana che qualche anno fa è stata falciata da una macchina e che ora è stata sostituita da una elettronica a scomparsa. Il percorso passa per strade, parchi, vicoli. Ma non solo: sulla mappa, indifferente alla difficoltà, taglia muri, palazzi, appartamenti, musei, ambasciate. Come si attraversa un muro? Come si convince qualcuno a far entrare un estraneo in casa? Non basta certo una lettera firmata dall’editore: è evidente che l’impresa è difficile e non tanto per il cemento quanto per la burocrazia delle portinerie, delle reception e delle security. Ad ogni modo vale la pena provare per scoprire scorci diversi. Si parte da Monteverde dove ti accorgi meglio di altrove che un quarto degli immobili di Roma è del Vaticano. Di mattina incontri quasi solo filippini e fornitori. Ti rendi conto che in città ci sono immense aree verde, alcune maltrattate e nascoste, altre accessibili e patrimonio degli abitanti.

Lamette, Il Mucchio di luglio.

domenica 1 luglio 2012

Monogamia: il mito del contratto naturale



Infedeltà, divorzi e relazioni aperte mettono a dura prova la monogamia, eppure per molti resiste la convinzione che sia quello il modello di relazione amorosa. Con la fine dell’indissolubilità del matrimonio è svanita la concezione dell’unica anima gemella e la monogamia è diventata temporanea, cioè finché dura il matrimonio o il legame affettivo. Ma spesso solo sulla carta perché di fatto siamo fedifraghi seriali.
C’è anche un sito, “Incontri extraconiugali”, che si vanta di essere il primo in Italia dedicato alle persone sposate, garantisce discrezione per chi cerca “nuove avventure e incontri occasionali per riaccendere il desiderio”. C’è pure la sezione “Tradimento: consigli utili” per non farsi scoprire, ovviamente. Perché la monogamia - le cui radici sembrano aver avuto un’utilità evolutiva - continua a essere un ideale nonostante la maggior parte delle persone non sia monogama?

Su la Lettura #33, 1 luglio 2012.

domenica 24 giugno 2012

Un codice a barre per i bambini


Fareste impiantare un microchip identificativo a vostro figlio? Secondo Elizabeth Moon, scrittrice di fantascienza texana, sarebbe una buona idea perché faciliterebbe il riconoscimento individuale, senza i costi e i tempi d’attesa dell’esame del DNA.
Non è la prima volta che si discute di una simile possibilità e nel 2002 la Food and Drug Administration approvò un sistema identificativo impiantabile. Si chiamava VeriChip ma nel 2010 il programma viene abbandonato per paura che la sicurezza e la privacy fossero in pericolo.
Alla fine del maggio scorso Moon dichiara alla BBC: “se fossi l’imperatrice dell’Universo insisterei nel fornire ciascun individuo di un sistema identificativo permanente, una specie di codice a barre”.

la Lettura #32, domenica 24 giugno.

domenica 17 giugno 2012

Questo bene non è in vendita



“Pensi davvero che sarò dannato?” domanda Faust. “Per forza, se questo è l’atto con cui hai venduto l’anima”, lo rassicura Mefistofele nella versione di Christopher Marlowe. Sebbene sia più un baratto che una vendita, la decisione di Faust è uno degli esempi più noti di un contratto moralmente controverso, se non addirittura ripugnante: come è possibile cedere qualcosa di così prezioso e inalienabile?
Gli esempi recenti non mancano e chi non crede che l’anima esista può scegliere altri beni da vendere. Come ha fatto Rosie Reid, studentessa di scienze politiche della Università di Bristol, che qualche anno fa ha messo in vendita la sua verginità per pagare le tasse universitarie. Su Ebay, oltre a qualche imitatrice di Rosie, sono comparsi anche annunci di vendita per il proprio nome, la propria moglie, la propria stessa vita.

La Lettura #31, 17 giugno 2012.

sabato 16 giugno 2012

Aborti. In Calabria più del 70% dei medici è obiettore di coscienza

Secondo la relazione attuativa sulla legge 194, cioè la legge che norma l’interruzione volontaria di gravidanza, in Calabria il 73,3% dei ginecologi si dichiara obiettore di coscienza. A questi si aggiungono il 64,5% degli anestesisti e il 78,1% del personale non medico.
Siamo in linea con la media nazionale di questi ultimi anni, che è in costante aumento e raggiunge in alcune regioni il 90%. Non solo: in alcune strutture non c’è proprio il reparto di IVG, sebbene la legge sancisca che il servizio deve essere garantito alle donne. Secondo l’articolo 9 della legge infatti “gli enti ospedalieri e le case di cura autorizzate sono tenuti in ogni caso ad assicurare lo espletamento delle procedure”. Sembrerebbe che la richiesta di abortire della donna debba essere considerata più forte del parere personale del ginecologo. È utile anche ricordare che molti hanno scelto questa professione a legge già approvata: perché chiedere una esenzione da un servizio nell’ambito di una professione liberamente scelta? Quali sono i doveri professionali del medico?
Si potrebbe anche andare più in là. Lo stesso articolo 9 prevede l’obiezione di coscienza per le “procedure e [le] attività specificamente e necessariamente dirette a determinare l’interruzione della gravidanza, e non dall’assistenza antecedente e conseguente all’intervento”. In che modo l’anestesia sarebbe diretta a determinare l’interruzione di gravidanza? Perché le percentuali di obiezione sono tanto alte? E soprattutto, quali sono le conseguenze?
È abbastanza semplice immaginare che un servizio in cui sono attivi solo 3 operatori su 10 rischia l’implosione. Le liste d’attesa si allungano e alcune donne rischiano di andare oltre il termine legale (90 giorni, a meno che non vi sia una patologia fetale o della donna), il peso è tutto sulle spalle di quei 3 medici - che nei singoli reparti possono anche essere uno o due. Quando l’interruzione è tardiva e segue un esame prenatale la situazione può anche complicarsi: sono infatti ancor meno i ginecologi che eseguono interruzioni dopo il terzo mese di gestazione, la procedura è più complessa sia clinicamente che emotivamente. Molti ginecologi obiettori, però, eseguono indagini prenatali nascondendosi dietro alla scusa che fare una amniocentesi serve soltanto a conoscere la condizione fetale. Sembrano dimenticare che le donne che non abortirebbero mai non si sottopongono ad esami, preferiscono ignorare le condizioni del nascituro fino al parto. Al contrario, le donne che li fanno vogliono poter scegliere. Ma spesso si imbattono in ginecologi che le seguono fino al responso e poi le abbandonano perché la loro coscienza è contraria all’aborto, ma non alle diagnosi.
A pagare il prezzo più alto, come sempre accade quando i diritti zoppicano, sono le persone più deboli: le donne con meno mezzi economici, senza amici al posto giusto, che vivono in zone rurali o che non sono consapevoli dei propri diritti. Ed è forse proprio da qui che si potrebbe partire per invertire la corrente: sapere che l’interruzione di gravidanza deve essere garantita e che l’assistenza è un dovere da parte del personale sanitario. Almeno sulla carta e almeno finora.

Calabria Ora, 16 giugno 2012.

martedì 29 maggio 2012

La rivoluzione neuroscientifica



“Non è più lui”. “Non lo riconosco più”. “Assolto il killer perché non era in grado di intendere e di volere”. “Accecato dalla gelosia uccide l’amante”. Abbiamo familiarità con queste espressioni, ma forse sottovalutiamo la complessità che c’è dietro a simili dichiarazioni. Ci sembra di capire che cosa ci stanno raccontando, ma un secondo sguardo ci svelerebbe domande e definizioni controverse e per niente scontate. Cosa significa non essere più se stessi? Come può una emozione spingerci a uccidere o ridurre la nostra responsabilità? Come si può assolvere un assassino?
Andrea Lavazza e Luca Sammicheli nel libro Il delitto del Cervello (Codice, 2012) si avventurano in questo dominio, dipanando i fili intrecciati tra legge, filosofia della mente, psicologia e neuroscienze. Proprio l’impetuoso sviluppo di queste ultime ci costringe a rivedere concetti come colpa, responsabilità, reato. Ma ancora più a fondo: libertà e coscienza. Le scoperte sul funzionamento del nostro cervello travolgono inevitabilmente discipline apparentemente lontane. Un po’ come la rivoluzione copernicana travolse ben più della visione cosmologica, le neuroscienze oggi toccano in profondità il nostro modo di pensare al comportamento umano e alle ipotesi esplicative al riguardo. La cosiddetta folk psychology, la psicologia del senso comune, ha i giorni contati - o almeno dovrebbe, ancorata com’è a una concezione dell’uomo primitiva e arretrata, tracciata in assenza di conoscenze che oggi abbiamo e non possiamo ignorare. Il diritto non è immune al terremoto neuroscientifico, anzi gli effetti potrebbero essere travolgenti. Il diritto si è faticosamente costruito nei secoli e ha incontrato nodi semantici complessi: che cosa si intende per azione umana? Quando un’azione può essere definita un reato? Come si stabilisce la pena e su quali basi? Che significa essere in grado di intendere e di volere? Nell’ordinamento italiano - e non solo in quello italiano - la volontà è il principio cardine intorno a cui ruotano quello di coscienza e responsabilità. D’altra parte se non si è liberi, come si può essere responsabili? E se non si è coscienti, come si può essere attori volontari? Un cavalluccio di una giostra che gira non è libero, non è cosciente e tantomeno responsabile se urta un bambino. Un uomo che compie un’azione malvagia con una pistola alla tempia non è libero né responsabile di quell’azione imposta, pur essendo cosciente di quanto gli sta capitando. È “lo stesso concetto di colpevolezza a presupporre un modello di uomo liberamente capace di disporsi in relazione alle sue azioni e, dunque, si introduce implicitamente un riferimento al concetto filosofico di libero arbitrio”, scrivono gli autori.

Il Mucchio di giugno.

lunedì 28 maggio 2012

Liberazione sessuale. Agnese De Donato


Foto di Agnese De Donato

La pillola contraccettiva ha da poco compiuto 50 anni. La rivoluzione che ha causato è stata travolgente: il sesso si separa sempre più dalla riproduzione e il controllo riproduttivo diventa molto più efficace e sicuro. Negli anni 70 la pillola è finalmente a disposizione anche delle donne italiane. L’articolo 533 del codice penale, che considerava illegale vendere e anche parlare di contraccezione, viene abrogato dalla Corte Costituzionale. Anche se è possibile usarla, non c’è molta voglia di spiegare e fare informazione. Come ci racconta Agnese De Donato, fotografa e giornalista, la pillola “ha avuto una lunga gestazione: il dosaggio, la visita medica preventiva, le analisi, la prescrizione medica per acquistarla. La pillola ebbe la meglio sull’uso del diaframma, sulla spirale e sulle varie creme vaginali. Era spiccia, liberatoria. La speranza era che si potesse arrivare a una pillola per i maschietti. Ma non c’era molta fiducia in questo! Comunque l’avvento della pillola dava evidentemente una grande libertà alle donne, tanto che mio marito fu irremovibile, non voleva altri figli oltre ai tre già all’asilo e al ginnasio, ma non voleva che io la prendessi. Custodivo amorevolmente la mia bella scatolina rotonda in cucina dietro alle pentole e me la cuccavo di nascosto!”.

Sul Mucchio di giugno, in Gli anni settanta.

sabato 26 maggio 2012

Aborto, cosa significa obiezione di coscienza?


A 34 anni dalla promulgazione della legge 194 sulla interruzione volontaria di gravidanza (era il 22 maggio 1978), i dati del Ministero della Salute mettono bene in evidenza quanto la norma sia disattesa: la media nazionale di ginecologi obiettori supera il 70%, arriva in alcune regioni al 90, e rende estremamente difficile la garanzia del servizio.
In questi giorni, peraltro, in Parlamento si discute un testo ambiguo e pericoloso, un testo che gioca sull’ambiguità dei significati: che cosa intendiamo infatti per obiezione di coscienza e cosa c’entra con la libertà individuale e con la libertà di coscienza? Se ne è parlato durante il convegno “Obiezione di coscienza in Italia. Proposte giuridiche a garanzia della piena applicazione della legge 194 sullaborto” organizzato il 22 maggio a Roma dall’Associazione Luca Coscioni e l’Aied.
Nell’estate 2010 Christine McCafferty, parlamentare del partito laburista inglese, ha presentato al Consiglio dEuropa un report sulla regolamentazione dell’obiezione di coscienza, “Women’s access to lawful medical care: the problem of unregulated use of conscientious objection”. Il report fotografa la situazione europea e propone alcune linee guida per limitare i danni di un esercizio illegittimo dell’obiezione di coscienza. McCafferty non abbraccia una posizione estrema, non critica cioè la possibilità di ricorrere alla obiezione, ma sottolinea che i diritti delle donne e dei pazienti vengono prima della coscienza del personale medico. È necessario un bilanciamento tra la coscienza personale e la responsabilità professionale altrimenti si finisce per ledere lo stesso diritto dei pazienti di ricevere cure e assistenza, sostituite da una predica moralistica.

Quali sarebbero le condizioni per l’esercizio legittimo della obiezione di coscienza? Possono ricorrervi i singoli direttamente coinvolti nella procedura medica e non le strutture sanitarie. Il personale sanitario ha l’obbligo di fornire tutte le informazioni sui trattamenti previsti dalla legge, di informare tempestivamente il paziente della propria obiezione di coscienza, di metterlo in contatto con un altro medico e di assicurarsi che riceva il trattamento richiesto. Se è impossibile trovare un altro medico o in caso di emergenza non c’è coscienza che tenga: il personale sanitario è obbligato a eseguire il trattamento richiesto o necessario nonostante le proprie posizioni personali. Il documento si sofferma spesso sugli effetti discriminatori soprattutto per le donne più in difficoltà, perché vivono in condizioni economiche difficili o in aree isolate o per altre ragioni.

Le condizioni indicate da McCafferty sono in linea con l’articolo 9 della 194 - ma l’articolo 9 spesso rimane solo sulla carta. L’Italia è infatti tra i Paesi che regolamentano in modo inadeguato l’esercizio della obiezione di coscienza, avverte McCafferty, insieme alla Polonia e alla Slovacchia. Il report poi sottolinea che l’obiezione non può essere esercitata dal personale non medico, come amministrativi o portantini, e che l’assistenza precedente e successiva non possono essere oggetto di obiezione. Anche questo è in linea con l’articolo della legge italiana ed è utile per le discussioni sull’ampliamento dell’esercizio della obiezione ai farmacisti. A questo proposito ricordo il caso Pichon and Sapious vs. France (Corte europea dei diritti umani, 7 giugno 1999): la Corte stabilì che un farmacista che rifiuta di vendere i contraccettivi non può imporre la propria visione del mondo agli altri e che il diritto alla libertà religiosa - diritto individuale sacrosanto e strettamente intrecciato alla coscienza - non garantisce il diritto di comportarsi pubblicamente secondo le proprie credenze. Quando decido di fare il farmacista, o il medico o l’avvocato, la mia coscienza individuale non può essere quella cui tutti gli altri dovrebbero sottostare o conformarsi. La scelta di una professione implica dei doveri e la garanzia di un servizio.

Galileo, 25 maggio 2012.

giovedì 24 maggio 2012

Il giorno più bello


Hai deciso di sposarti prenotando con mesi di anticipo il ristorante o la chiesa o entrambi. Passi le notti a decidere come disporre a tavola i tuoi invitati e chi escludere senza che si offenda troppo. Devi decidere se fare la lista di nozze all’agenzia di viaggi oppure all’Apple Store, scegliere il vestito, fare le prove, decidere la pettinatura e le scarpe che indosserai. Ti preoccupi perché se poi quel giorno avrai i piedi gonfi? La stesso cruccio è indirizzato all’abito nuziale, che decidi di comprare o di farti fare secondo il tuo ideale di peso. Sarà o non sarà il giorno più bello della tua vita? E allora non puoi che essere magra, quel giorno. Se non rientri in quell’angusto dominio di donne con un metabolismo adolescenziale o con delle sane abitudini alimentari e sportive, comincerai a programmare la dieta per liberarti del culo di troppo. Da domani, da lunedì, dal prossimo primo del mese. Chiederai consiglio alle tue amiche sull’efficacia della dieta a zona, quella solo grassi, solo frutta, solo proteine, la dieta dissociata o quella del fantino. Farai sondaggi accurati e inaffidabili su quale ha effetti più evidenti e veloci (e reversibili). Ma poi magari ti imbatterai nella K-E diet, l’ultima frontiera delle diete estreme (Tube Feeding: What’s Wrong with the Latest Wedding Crash Diet?, The Guardian, 18 aprile 2012). Ti infili un tubo nel naso che arriva fino allo stomaco. All’estremità esterna del tubicino c’è una sacca contenente liquidi e proteine per un totale di circa 800 calorie - una donna adulta in salute dovrebbe mangiarne circa 2000. Nessun carboidrato, come fosse il diavolo della ciccia. Insomma ti affami con un sondino ficcato in gola per entrare nel vestito da sposa comprato un paio di taglie in meno. È comodo: non devi scervellarti a pesare i pasti o a eliminare quello che non puoi mangiare. Non perdi tempo né a cucinare né a masticare: una pompa ti spingerà lungo la trachea piccoli dosi di nutrimento. Tu puoi proprio dimenticarti del pranzo e della cena. Chi ha visto o usato un sondino nasogastrico - almeno finora - l’ha fatto o nella impossibilità di alimentarsi per via orale come facciamo noi, oppure per aspirare i succhi gastrici in modo meccanico perché magari un tumore ti ha distrutto le pareti dello stomaco o la peristalsi. Solo vedere la manovra per infilarlo - seppure a distanza - ti fa pensare che sia meglio morire di fame. E poi pensi a Eluana Englaro che per 17 anni è stata nutrita in quel modo perché non in grado di farlo autonomamente, come tutte le persone in stato vegetativo o con patologie gravi: demenze, neoplasie, stati di incoscienza permanenti o temporanei. Gli effetti di una nutrizione artificiale possono essere rischiosi: dalla chetosi - che è una alterazione metabolica del glucosio - a problemi renali o a possibili danni ai tessuti del naso e della gola. Un basso apporto calorico può causare poi una malnutrizione: invece di eliminare il grasso il tuo corpo attacca il tessuto muscolare. Gli effetti collaterali e i rischi di uno strumento o di una procedura vanno sempre valutati rispetto alle alternative e alle conseguenze di non farvi ricorso: nel caso del sondino, per esempio, morire di fame per l’impossibilità di alimentarsi per bocca o il non entrare nel vestito bianco. Se state pensando che tra le tante future spose è verosimile che ce ne sia una fuori di testa, dovete sapere che solo in Gran Bretagna oltre mille persone hanno fatto ricorso alla K-E diet e che in Italia ci sono diverse cliniche specializzate nella dieta del sondino. Chissà se i fruitori sono tutti ciccioni. Il protocollo nutrizionale dovrebbe essere attentamente controllato e rivolto a casi di obesità non trattabile altrimenti, nonché la prima tappa di un percorso volto a ridurre un rilevante eccesso ponderale. Su You Tube ci sono alcuni video esplicativi: basta cercare “dieta del sondino” o “NEP”. Oppure, solo per fare un esempio, andare sul sito www.diettube.com: pompa e sondino sono in comodato d’uso e c’hai pure l’assistenza medica telefonica. Se non avete matrimoni in vista, comunque l’estate è alle porte, cosa aspettate?

Sul Mucchio 695 di giugno.

mercoledì 16 maggio 2012

L’indagine di Aristotele alla ricerca della verità


Perché dovrebbe interessarci leggere o rileggere il libro I della Metafisica? «Il prefisso iterativo davanti al verbo “leggere” può essere una piccola ipocrisia da parte di quanti si vergognano d’ammettere di non aver letto un libro famoso” scriveva Italo Calvino in Perché leggere i classici, a commento della prima proposta di definizione dei classici, ovvero “quei libri di cui si sente dire di solito “Sto rileggendo...” e mai «Sto leggendo...”». E non c’è dubbio che la Metafisica sia un classico, almeno del pensiero filosofico occidentale, e sembra soddisfare molte delle ulteriori definizioni offerte da Calvino: ogni rilettura è una scoperta e persiste come un rumore di fondo.

Su Il Corriere della Sera di oggi.

domenica 13 maggio 2012

Avere figli per egoismo


“Naturalmente non ti serve la patente per avere figli. Non devi dimostrare nulla. Ti serve una licenza per pescare, ti serve una licenza per fare il barbiere, ti serve una licenza per vendere hot dog. E poi leggi di questi poveri bambini, maltrattati e denutriti, e ti chiedi: perché a questi genitori è stato permesso di averli?”. Così Boris Yelnikoff/Larry David spegne l’entusiasmo della sua giovane e allegra fidanzata durante un giro in bicicletta in Basta che funzioni di Woody Allen.
Yelnikoff è un eccentrico e un misantropo ma senza dubbio coglie un punto: fare il genitore è molto complicato eppure non esiste nessuna patente genitoriale. Ma c’è di più: perché avere un figlio?

la Lettura #26, 13 maggio 2012.

lunedì 30 aprile 2012

Le difettose


“Ho sempre fatto. Lavorato. Prodotto. Realizzato. Ora devo solo vivere e aspettare. Con il rischio che non succeda nulla”. È l’attesa di Carla, la protagonista di Le difettose, primo romanzo di Eleonora Mazzoni (Einaudi, 2012). È l’attesa di tutte le persone che desiderano un figlio e che ricorrono alle tecniche di riproduzione.

Un’attesa che può diventare straziante e insopportabile, che galleggia nelle sale d’attesa che somigliano a manicomi, che deve essere domata quando si inizia un percorso di stimolazione ormonale, prelievo degli ovociti, tentativo di impianto, analisi del sangue, monitoraggio delle Beta. E che puoi moltiplicare indefinitivamente. Un desiderio che può diventare come una “vera ossessione amorosa”. La legge 40 e i dibattiti al riguardo sono spesso confusi e freddi, non si immagina il vissuto delle tante donne come Carla, la loro angoscia e le difficoltà che devono affrontare, alcune delle quali evitabili e imposte da una legge che per fortuna sta crollando sotto la scure di sentenze e tribunali. Angoscia e difficoltà reali: la legge 40 limita ancora l’accesso alle tecniche alle coppie sposate o conviventi e impone il requisito della sterilità, vieta il ricorso alla donazione dei gameti (la cosiddetta fecondazione eterologa), vieta la maternità surrogata e la sperimentazione embrionale. “Se la medicina ti offre una opportunità - mi dice Mazzoni - per quale motivo dovrebbe essere vietato farvi ricorso? Non posso pensare alle reazioni clericali che il nobel a Robert Edwards (pioniere delle tecniche, NdA) ha scatenato: la riproduzione artificiale banalizzerebbe la maternità e paternità? È il contrario, perché fai un percorso che altrimenti non avresti fatto”.
Le condanne hanno alcuni punti fermi, come la cantilena del figlio a tutti i costi, cioè un desiderio che diventerebbe cieca ostinazione, un desiderio sbagliato. Eppure solo in questo caso “a tutti i costi” ha un’accezione negativa: “ti sei laureata a tutti i costi” è positivo. C’entra la hýbris? “Credo di sì. Si ha paura che l’uomo voglia diventare Dio. Non ti fa essere come Dio - continua Mazzoni - ma molto umile nei confronti della vita, perché i risultati non sono garantiti, provi ma può andarti male. E poi la convinzione che la natura sia buona e la scienza cattiva è davvero ingenua. La natura può essere spietata, la natura è indifferente. D’altra parte se ti rompi una gamba te l’aggiusti, non subisci passivamente il tuo destino. E poi c’è uno scollamento tra le regole e la vita reale, anche tra gli adepti più intransigenti. Ho conosciuto molte persone che fanno parte di movimenti ultracattolici che hanno fatto ricorso all’eterologa - per loro abominevole - senza però dire nulla”.
In Le difettose molti dei luoghi comuni più feroci sono pronunciati dalle madri delle donne che stanno provando ad avere un figlio: è contro natura, i figli vanno fatti sotto le lenzuola e altri simili. “In parte è un fatto generazionale, chi non è preparato alla tecnica e alla scienza ha un sacco di false paure. Mi piaceva - prosegue Mazzoni - anche creare un conflitto tra Carla e una madre, assente e anaffettiva, che verso la fine si scopre avere avuto a sua volta una madre distante, chiusa in una depressione dopo la morte di un figlio. Volevo raccontare come la maternità fosse culturale, come si diventa madre e non lo si è perché si partorisce. È una categoria dell’anima che si trasmette di madre in figlia, sia in positivo che in negativo. Si cercano anche le madri, non solo i figli. Gli schemi della famiglia sono ancora così rigidi! La sacra famiglia può essere soffocante, violenta, brutale. Pensiamo alla violenza domestica. Sacralizzare è sempre rischioso”.

Su Il Mucchio di maggio.

The Ashley treatment


Nel 2006 una bambina con gravissime disabilità viene sottoposta a un intervento chirurgico e farmacologico per fermarne la crescita. Ha 9 anni ma le capacità cognitive di una neonata di 3 mesi. Ashley - che i genitori chiamano “pillow angel” perché resta immobile dove la si lascia, spesso su un cuscino - non si muove, non può consentire o negare il consenso, urla e si agita anche se i capelli le finiscono sul volto. I genitori, insieme ai medici e ai 40 membri del comitato etico del Seattle Children’s Hospital, decidono di intervenire nel suo miglior interesse e al fine di garantirle la più alta qualità di vita possibile. Le rimuovono l’utero, le ghiandole mammarie e l’appendice; la sottopongono a una terapia ormonale per limitarne peso e altezza. L’isteroctomia eviterà ad Ashley gli effetti dolorosi connessi al ciclo mestruale e l’asportazione delle ghiandole quelle di un seno ingombrante - caratteristica comune a entrambe le famiglie d’origine, connotate anche da fibrocisti e cancro al seno.
Ashley non cammina e non è autonoma nei più piccoli movimenti, come spostarsi da una posizione all’altra nel letto o scansare qualcosa che la infastidisce. Il suo peso è quindi un tratto importante, sia per gli spostamenti che per alleviare le conseguenze dello stare sempre sdraiata o seduta, come le piaghe da decubito. Non è nemmeno capace di esprimersi e di chiedere. Non è in grado di formulare una volontà nel senso abituale della parola perché la sua mente non si è mai sviluppata a causa di una encefalopatia. È in grado però di percepire dolore e piacere. Proprio per evitare qualsiasi dolore evitabile i genitori decidono di sottoporla al trattamento che poi ha preso il suo nome.
Quando il caso di Ashley arriva alla stampa all’inizio del 2007 suscita reazioni furibonde, con accuse e condanne verso la decisione dei genitori e verso i medici. Solo in rari casi si cerca di avvicinarsi razionalmente alla drammatica storia di Ashley e alla decisione presa dalla sua famiglia.
Il caso fa talmente effetto che da allora lo Stato di Washington vieta simili interventi. Di recente si è tornato a parlare di Ashley e del trattamento perché nel Regno Unito sono stati eseguiti alcuni interventi simili: come per Erica, il cui caso è raccontato sul Guardian nel marzo passato. Oggi Erica ha 14 anni ma la sua crescita fisica è stata bloccata a 9 per ragioni simili a quelle che hanno portato i genitori a intervenire su Ashley. Il Guardian aggiunge che al cosiddetto “Ashley treatment” sarebbero stati sottoposti 6 bambini.
Il padre di Ashley racconta al Guardian di essere in contatto con alcune di queste famiglie o di altre che ci stanno pensando. E racconta anche la vita attuale di sua figlia, che oggi ha 14 anni, dopo l’operazione. Da quando sono scoppiate le polemiche, la famiglia ha messo a disposizione informazioni mediche e notizie sulle condizioni di Ashley per permettere alle persone di decidere riguardo alla moralità della decisione presa: http://pillowangel.org/
Le polemiche si riaccendono in modo simile a 5 anni fa: Curt Decker, presidente del National Disability Rights Network, dice che il “trattamento Ashley” è una inammissibile violazione dei diritti umani e che andrebbe vietato in tutto il mondo. Il padre di Ashley e due mamme di bambini sottoposti agli interventi sostengono di avere agito nell’interesse dei figli.
Rispondere sul piano morale è indubitabilmente arduo. Due fantasmi sono particolarmente ingombranti: il richiamo alla “natura” e la preferibilità del non intervento. Sono strettamente intrecciati e si rafforzano. L’idea è che se Ashley per “natura” è nata così, intervenire significa calpestare la sua dignità. Eppure interveniamo continuamente in cerca di una condizione migliore, dimenticando che la natura non è intrinsecamente buona e giusta e che non agire non è scevro da conseguenze. Siamo sicuri che non fare nulla sarebbe stata la scelta più giusta per lei? Siamo sicuri che non sarebbe invece stata solo la scelta più facile?


Lamette, Il Mucchio di maggio.

domenica 15 aprile 2012

Quando il bullismo è adulto e femmina

«Niente mi diverte come la disperazione amorosa e la parola perfida mi ha sempre fatto piacere». «Non c’è dunque donna che non abusi del potere che è riuscita ad ottenere!». Così conversano la marchesa di Marteuil e il visconte di Valmont nel romanzo Le relazioni pericolose. Nel XVIII secolo nessuno avrebbe usato il termine bullismo, ma Pierre-Ambroise-François Choderlos de Laclos delinea un carattere prepotente e spietato che nulla avrebbe da invidiare ai moderni bulli. Anzi, alle moderne bulle che a scuola o in ufficio tormentano sottoposti o persone più deboli e incapaci di difendersi (sul lavoro si parla di mobbing). E a volte nemmeno se ne rendono conto. È possibile essere aggressivi senza esserne consapevoli? Parte proprio da questa domanda la riflessione di Meghan Casserly su Forbes Women di alcuni giorni fa. Casserly ricorda alcuni episodi della sua infanzia e adolescenza: com’è oggi la ragazzina un po’ bulla di allora?

Su la Lettura #22, 15 aprile 2012.

mercoledì 11 aprile 2012

Contro la retorica degli embrioni

Alla fine dello scorso marzo un incidente al centro di procreazione medicalmente assistita del San Filippo Neri provoca lo scongelamento di alcuni embrioni e altro materiale biologico crioconservato. Le reazioni sono violente, ma sembrano mancare il bersaglio, e approfittare dell’accaduto per insistere sull’identificazione tra embrioni e bambini (per quanto non ancora nati, ma pur sempre bambini). L’ex sottosegretario alla Salute Eugenia Roccella è quella che forse si spinge più in là. Il 4 aprile dichiara: “si potrebbe ipotizzare un possibile procurato aborto ai sensi della legge 194. In un certo senso può essere stato un aborto fuori dal corpo materno, gli embrioni infatti erano da impiantare e far sviluppare, invece sono stati distrutti”.

È davvero difficile ipotizzare un aborto ove non vi sia una gravidanza, e un embrione fuori dal ventre di una donna (o di un utero artificiale in un futuro più o meno distante) non è che un embrione, non un inizio di gravidanza. Inoltre, parlare di “tragica strage di embrioni” insiste sulla equiparazione tra embrioni e persone. La stessa premessa sta dietro alla decisione da parte del Codacons di presentare un esposto per omicidio colposo. Perfino la legge 40, figlia di una visione personalistica degli embrioni, non osa equipararli alle persone giuridiche: per la distruzione di un embrione la pena prevista è fino a 3 anni di reclusione e tra 50.000 e 150.000 euro di multa (articolo 14, limiti all’applicazione delle tecniche sugli embrioni). Ben lontana da quella prevista per l’omicidio volontario.

Roccella e Codacons non sono i soli a soffiare sulla retorica degli embrioni. Il coro delle voci stonate è ben nutrito. Claudio Giorlandino, ginecologo, ha dichiarato che “si sono perse decine di vite, è un lutto per tutto il Paese”. Secondo Assuntina Morresi, membro del Comitato Nazionale per la Bioetica, gli embrioni sono “94 persone: si fa fatica a identificarle come tali, perché non ne hanno le fattezze visibili”.

Per chi ha familiarità con il dibattito che da anni si svolge sulle tecniche riproduttive, queste posizioni non suscitano stupore. Piuttosto, suscita a dir poco perplessità un commento di Michela Marzano apparso su la Repubblica (La speranza spezzata - raro caso in cui il titolo è più preciso dell’articolo). Vale la pena soffermarcisi perché Marzano ambisce a commentare su un piano filosofico e razionale, ma invece si arena nel pantano nei luoghi comuni e della approssimazione terminologica e concettuale.

Continua su Galileo di ieri.