lunedì 23 gennaio 2012

Valerio

“Sono la mamma di Valerio Verbano, ucciso nel 1980 in casa davanti ai miei occhi da tre vigliacchi”. Così scrive Carla, la madre di Valerio, nello spazio delle informazioni personali sul suo profilo Facebook. Sono passati quasi 32 anni e quei tre vigliacchi non hanno ancora un nome.

Si dice che quando un genitore muore un figlio entra in contatto con la mortalità. Quando muore un figlio il genitore perde l’immortalità” (American Horror Story). Se poi tuo figlio l’hanno ammazzato e da oltre 30 anni non sai chi è stato rischi di perdere tutto, non solo l’immortalità che non hai mai avuto. E invece Carla non ha perso la determinazione nel voler sapere chi ha ucciso Valerio. Ha un blog per chiedere giustizia per il figlio e per mantenere vivo il suo ricordo. Ha due profili su Facebook perché il primo aveva superato il limite di 5000 contatti. Ha scritto un libro nel 2010 (Sia folgorante la fine, con Alessandro Capponi, Rizzoli). Carla è nata nel 1924. Il figlio è morto a pochi metri da lei. Tre ragazzi hanno suonato alla sua porta verso mezzogiorno e mezza dicendo di essere amici di Valerio, sono entrati, hanno legato Carla e il marito Sardo e hanno aspettato che il ragazzo rientrasse, circa un’ora più tardi - “mi auguravo che cadesse in vespa. Così non sarebbe arrivato a casa” - racconta Carla a “La storia siamo noi”. Valerio avrebbe compiuto 19 anni il 25 febbraio. Il 22 febbraio quei tre, ancora senza nome, gli sparano dopo una breve e impari lotta. Valerio muore nell’ambulanza. Il 25 febbraio si svolgono i funerali. Carla vive ancora in quella casa. Tra poco saranno 32 anni. Sono stupidi gli anniversari. Come se ci fosse bisogno di un pretesto per ricordare. Non serve certo a Carla e non dovrebbe servire a chi deve ancora trovare un colpevole. La sua voce è debole. Sarei andata a trovarla, ma è stanca, è stata in clinica alcuni giorni per un intervento poi rimandato. A gennaio forse. O febbraio. È affaticata e io mi sento già invadente a telefonarle. Voglio raccontare di Valerio, ma non voglio dar fastidio a Carla. Il dolore mi fa diventare sarcastica. Penso ad Alfredino Rampi e a quella diretta totale e ai giornalisti che ti assalgono con il microfono: “come si sente?”. Un Truman Show della morte. Anche telefonare è troppo. Ma lo faccio, aspetto che sia Carla a dirmi: “al telefono va bene, fatico anche a parlare”. Me lo scrive su Facebook, dove un sacco di persone le chiedono come sta e le augurano di guarire presto. Il dolore è imbarazzante perché non puoi farci niente. “Non c’è alcuna novità - mi racconta - hanno trovato il Dna sul paio di occhiali, ora devono fare la comparazione con il Dna che hanno. Per ora non hanno trovato niente. Per ora sono più di 31 anni. C’erano 2 passamontagna, il dossier di Valerio - dove sono? Non vogliono trovare gli assassini. Hanno buttato alcune prove. Hanno avuto qualche interesse a depistare. Perché buttarle? Il giudice Claudio D’Angelo doveva liberare spazio. Ma come?, due cappelletti quanto spazio occupano? Molte pagine del dossier sono state strappate, lo hanno ridotto a un quadernetto. Perché? Si vede che c’erano dei nomi importanti, nomi che non si voleva far uscire”. Ascolto Carla e vorrei farle una domanda impossibile - come si sopravvive? - sono incerta. “No no dimmi”, mi incoraggia. Come non si viene travolti dalla rabbia? “Io sono sopravvissuta in compagnia con i cancri. Il mio tormento è continuo, davanti ai miei occhi ho quella visione, l’immagine di quando sparano a Valerio, che mi sussurra piano piano ‘mamma aiuto, aiuto mamma’. Ho quella visione da anni, sempre. Non lo so, magari come dicono i dottori ero predisposta, ma mi sono venuti quattro cancri. Uno dietro l’altro. Ecco come sono sopravvissuta. Dandomi da fare, parlando sempre di Valerio, andando nelle scuole e nei centri sociali, ho scritto un libro (vedi box), a presentare, in giro sempre per poter far conoscere Valerio affinché non venga dimenticato. Io vivo in questo modo. Adesso mi sto avviando verso la fine. Questo cancro maledetto che non se ne vuole andare. A febbraio dovrò fare un altro intervento”. Non sapere chi ha ammazzato tuo figlio. Certo, la verità non sarà una consolazione, non lenisce il dolore e la perdita. “Il magistrato tenente colonnello Massimiliano Macilenti, comandante dei Ros, ha fatto qualcosa finalmente, ha ritrovato il dossier - nascosto e fotocopiato integralmente - ha trovato il Dna. Nessuna consolazione, ma almeno sapere il nome degli assassini. Il perché lo so, la ragione era politica: perché Valerio era comunista e gli altri erano fascisti. Allora c’erano divisioni nette, le scuole nere e le scuole rosse. Si ammazzavano a vicenda”. Valerio, poco più che un ragazzino, decide di non iscriversi al liceo Giulio Cesare, la scuola nera di Corso Trieste a Roma. “Aveva capito che erano tutti di destra, e nonostante ci fosse il suo amico più caro ha scelto l’Archimede, un liceo scientifico dietro a via dei Prati Fiscali. Noi capimmo che tendeva a sinistra. I giovani oggi sembrano meno presi dalla politica, soprattutto i più piccoli. Valerio a 13-14 anni comincia a fare politica, ci pensi? Un ragazzino. Ho scoperto tutto dopo la sua morte. Ci sono alcune foto di lui bimbetto alle manifestazioni. E noi che non ci siamo accorti di niente! Come molti ragazzini ci diceva vado dalla ragazza, a ballare, in palestra, e invece era la politica. Quando usciva non sapevamo. Succede spesso. Oggi ci sono i telefonini, puoi controllare meglio. Allora non c’era nemmeno questa possibilità”. Non che ci fosse solo la passione politica, perché Valerio amava gli sport e la A.S. Roma. La sua storia la conoscono in parecchi, mi dice Carla. “Io quando accetto l’amicizia scrivo sempre: conosci la mia storia? Sono pochi a dirmi di no”.

MARCO CAPOCCETTI BOCCIA Valerio Verbano. Una ferita ancora aperta, Castelvecchi

Carla dal 2007 ha un diario per non lasciare che Valerio sia dimenticato. “Ricordatelo sempre anche quando non ci sarò più” scrive il 31 gennaio 2007. Nel sito ci sono link a trasmissioni e a interviste fatte a Carla, tra le ultime ricordiamo “Chi l’ha visto” del 9 novembre 2011 e “Valerio Verbano. Un omicidio anomalo” andato in onda su Rai 3 il 22 febbraio 2010 (“La storia siamo noi”). Entrambe si trovano su YouTube.L’ultimo libro su Valerio è quello di Marco Capoccetti Boccia. L’autore lascia molto spazio ai ricordi degli amici di Valerio, ai giochi, allo sport e ai pomeriggi trascorsi insieme. Lina racconta: “Ce li ho io i nunchaku di Valerio, ce li ho qua… I nunchaku, le cinture, un giorno dice: ‘No, te la do io quella verde, dai non ti serve, non la comprare’, infatti ce l’ho… c’ho la sua cintura verde e la sua cintura blu. Lui era diventato cintura marrone”. E il suo amico Fabrizio P.: “Un altro aspetto molto interessante è che noi decidemmo di diventare dei tuffatori perché Carla ci portava alla piscina dei sottufficiali di Polizia a Tor di Quinto. Io e Valerio eravamo una squadra, perché comunque eravamo due bambini, e ci piaceva tuffarci e c’erano anche altre persone, per cui speravamo sempre che il nostro tuffo fosse migliore di quello degli altri bambini; se uno lo faceva male, l’altro della squadra doveva farlo meglio degli altri. Poi lo facesse bene uno o lo facesse bene l’altro non contava: l’importante è che lo facessimo bene noi”. E ancora: “Io ricordo questa spremuta di arance che Carla faceva per me e per lui, e lo strudel caldo che Carla faceva per noi, e lui faceva sempre attenzione che la mia spremuta non fosse meno della sua”.

Valerio, su Il Mucchio di gennaio-febbraio 2012.